Manuel Roncalli impegnato sul campo da golf. In basso, un momento di gioco organizzato dalla Roncalli Viaggi

Da appassionato, ma soprattutto da imprenditore che con il golf ha a che fare per professione, come valuta l’attuale situazione di questo sport?

Per quanto riguarda il settore golf-turistico il trend, da un paio d’anni, è cambiato in coincidenza con la crisi generale. Sono stati soprattutto gli eventi di gruppo a risentirne: da un lato, si sono ridotti i circuiti di gare con finale da organizzare, dall’altro, le aziende hanno contenuto i budget dedicati a iniziative di incentive.

Oggi il golf è percepito come sport a più ampio accesso: quali gli effetti per il turismo?

La diversa immagine che il golf è andato sviluppando ha inciso anche sulla sua valenza turistica. Possiamo collocare l’inizio di questa fase a una decina d’anni fa. In questo periodo, il peso che il turismo golfistico ha raggiunto sul totale delle nostre attività è di circa il 20%, ma ora gli effetti della crisi l’hanno riportato a poco più del 10%. Quando le cose, auspicabilmente, ripartiranno riteniamo che il trend possa riprendere la crescita. Noi (www.roncalliviaggi.it, ndr) ci puntiamo con decisione e nella nostra proposta una sezione è totalmente dedicata proprio al golf.

Quali sono le componenti dell’evoluzione del ruolo del golf sotto questo punto di vista?

Sono molte e tutte ricollegabili al cambio d’immagine di cui si diceva. Da un lato, con l’aumento dei giocatori, si è assistito a un fisiologico aumento di chi abbina il golf al proprio itinerario di viaggio; dall’altro, l’inserimento della “finale estera” in molti circuiti di gare, ha portato a una partecipazione crescente di giocatori a quel tipo di competizione, inducendo molti sponsor a scegliere questa opzione; infine, altro fenomeno che ha determinato il trend positivo è stato quello delle “clinic” tecniche, organizzate in location ideali, per clima e contesto, anche nei periodi meno favorevoli alle nostre latitudini.

E le aziende hanno saputo cogliere questo spunto?

Sì, in due modi: proponendosi come sponsor delle numerosissime gare che non possono mancare nei tanti circoli italiani; quindi, con l’inserimento dell’opzione golf nelle iniziative di incentive organizzate nell’ambito delle proprie azioni di marketing. È interessante notare come ciò possa essere anche una buona opportunità per le tante ottime location disponibili sul territorio nostrano: ridurre i tempi di trasferimento e la complessità logistica e organizzativa può diventare un elemento di preferenza, rispetto a destinazioni più esotiche, per chi non può distogliere per troppo tempo l’attenzione dal business.

Ha toccato un tasto dolente, l’Italia come meta di turismo golfistico...

Si usa dire, in questi casi, che in Italia non siamo capaci di fare squadra. In effetti, anche se in un recente passato qualcosa sembrava essersi messo in moto, in realtà ognuno continua a operare individualmente. Ci sono alcune eccezioni, come l’area del Lago di Garda, che con la zona della Franciacorta ha da tempo sviluppato iniziative di successo. La Sicilia e la Puglia stanno muovendo passi che possono portare dei risultati. Un fatto è certo: nel decennio trascorso, abbiamo perso i sei-sette anni in cui l’economia era in crescita, per dare il via a quei progetti che, per esempio, Spagna e Portogallo, hanno saputo realizzare.

Quali mete potranno avere un maggiore sviluppo?

Come dicevo, la Sicilia ha un potenziale importante. In Europa, stanno investendo sul golf anche Slovenia, Bulgaria, Polonia e Russia. Nel resto del mondo, Santo Domingo e Brasile.