Luca Nardi presidente del Verdura golf & spa resort

Presidente, il vostro club in pochi anni si è costruito un ruolo forte dal punto di vista golfistico e turistico. Quali le caratteristiche vincenti?

La nostra è una struttura recente e di alta qualità per soddisfare i clienti più esigenti anche dal punto di vista di tutto ciò che ruota intorno alla componente golfistica. Questo grazie anche al contesto splendido in termini di cultura, storia, panorami, enogastronomia e, non ultimo, di clima in cui ci troviamo.

Qual è il vostro target?

La nostra offerta è ai migliori livelli nel segmento cinque stelle, ma oggi la competizione è forte, con location molto aggressive come Spagna e Turchia, e si registra la tendenza, da parte del turista nostrano, a spendere sul prodotto estero quanto invece non concede a quello italiano. Come resort, il nostro target sono i clienti stranieri e del Nord Italia. La Sicilia non esprime ancora molti golfisti (alcune centinaia), in crescita però, anche grazie alla presenza di più percorsi. Dallo scorso anno abbiamo quindi un programma di membership e un progetto beginners per creare nuovi giocatori con un’attenzione particolare ai giovani. Come resort circa il 40% della clientela è italiana, il 60% estera; sul golf il mix è 50/50 con una certa prevalenza di Italia.

Come incidono green fee e quote?

Con l’obiettivo di una gestione in equilibrio tra costi e ricavi, l’impostazione, tipica da resort è pay and play. Il conto economico del golf è basato sui circa 15 mila green fee annui, mentre è la manutenzione ad assorbire risorse importanti. Il 2013 è stato un anno difficile, anche se a livello mondiale tra i pochi settori con segno positivo vi è proprio la catena del lusso. Noi siamo cresciuti e questa è la strada su cui intendiamo proseguire.

Come far ripartire il golf italiano?

Non vedo la necessità di campi pubblici, ma piuttosto quella di posizionare e gestire correttamente i club che ci sono. In Italia abbiamo moltissimi impianti sportivi, anche multifunzionali, quasi sempre impostati sui soci, un modello tipicamente tricolore: in Francia e Usa, ad esempio, ci sono invece società che gestiscono decine di campi da golf impostando il loro business su green fee e servizi. La Sicilia (e l’Italia) rappresentano una grande opportunità con un potenziale non (ancora) colto. In altri Paesi la disponibilità di infrastrutture e di agevolazioni burocratiche ed economiche stanno generando importanti ritorni. Da noi la situazione è ben diversa. Basti pensare che nel periodo ottobre-aprile, quando si potrebbe/vorrebbe spingere il golf grazie al clima, le rotte aeree si riducono. O ancora, il rapporto Turismo Italia 2020 sul confronto Sicilia-Baleari evidenzia che, con chilometri di costa simili e un’offerta storico-culturale, paesaggistica ed enogastronomica impareggiabile, le presenze internazionali nella nostra isola sono 11 volte inferiori. È su questi aspetti che si deve agire. Il segmento del turismo sportivo, sempre più richiesto, e l’evoluzione della società, che ha portato l’età attiva ad alzarsi e la cosiddetta terza età a esprimere la più forte capacità di spea e di viaggio, rappresentano un’occasione importante.

 

Una strada è quella della collaborazione tra golf club vicini. Nell’isola state operando in questa direzione?

Un anno fa abbiamo costituito con i campi siciliani un consorzio con l’obiettivo di promuovere il concetto Sicily Golf Destination in grado, pur in presenza di differenze significative nell’offerta, di promuovere e comunicare la Sicilia come destinazione golfistica.

Le gare sono una caratteristica molto italiana. In Sicilia?

In Sicilia, per il ridotto numero di giocatori, non hanno il ruolo che rivestono in altre zone, anche se da qualche tempo un gruppo di golfisti locali, anche grazie a qualche campo in più, ha promosso un circuito di gare con un certo richiamo verso giocatori e sponsor. La particolarità fornitaci dal clima, che allunga la stagione, rende la Sicilia, e il nostro Resort, la location ideale per le fasi finali di molti prestigiosi circuiti.