Investire nella green economy può farci risparmiare 50 miliardi di costi sanitari e ambientali. E non solo. Può anche far volare le Pmi, come le 385 mila imprese che sono giù attive in Italia sul tema e vantano tassi di export e un tasso di innovazione doppio (22,4%) rispetto a quello dei settori tradizionali (11,4%).

A fare i conti è direttamente l'Ue in un documento sullo stato di attuazione delle politiche ambientali da parte dei singoli Stati membri. In base a queste considerazioni, la Commissione europeo ha lanciato un nuovo strumento per migliorare l'efficienza e l'applicazione delle norme. Un'arma che potrebbe essere l'ultima speranza per l'Italia per uscire dal ritardo in tema di ecoinnovazione.

Il Belpaese investe, infatti, solo l'1,29% in Ricerca e sviluppo, contro il 2,03% della media europea. Colpa degli scarsi strumenti di finanziamento pubblico, ma anche della mancanza di risorse umane altamente qualificate e del basso numero di aziende manifatturiere ad alta tecnologia. Così il ranking dell'Ue a 28, ci colloca al 10% in tema di ecoinnovazione. Eppure investire in questo campo potrebbe essere una fortuna per le nostre pmi, che rappresentano il cuore dell'economia tricolore.

ecoinnovazione

Le piccole e medie imprese italiane fanno registrare risultati al di sotto della media Ue in termini di prestazioni ambientali: circa il 41% (50% media Ue) ha investito il 5% del fatturato annuo in efficienza, il 15% (26%) in prodotti e servizi green, solo il 37% ha lavorato sul risparmio energetico (in Europa si sfiora il 60%) e appena il 25% sul risparmio idrico (contro il 44% dei concorrenti europei).

Siamo insomma seduti su un tesoro: in ballo ci sono 117 mila nuovi posti di lavoro in attività ecologiche e altri 327 mila posti di lavoro nelle pmi di quattro settori (prodotti alimentari e bevande; energia, energia elettrica e pubblici servizi; tecnologie ambientali; edilizia).