Si celebra oggi, 16 ottobre, la Giornata mondiale dell’alimentazione. Istituita nel 1945 dall’Onu ha come obiettivo primario quello di sensibilizzare l'opinione pubblica sul problema della fame nel mondo. Un problema che riguarda, molto da vicino, anche il nostro Paese. Non solo perché la crisi ha fatto aumentare il numero di persone che anche qui da noi non hanno accesso al cibo, ma anche perché il nostro Paese non fa ancora abbastanza per ridurre gli sprechi alimentari, la quantità di cibo prodotto e non consumato, bensì gettato durante uno dei passaggi dal produttore al consumatore. Uno spreco che, al di là dei suoi (importantissimi) significati etici, rappresenta anche uno spreco di risorse e un aggravante gratuita dell’inquinamento ambientale. Secondo il rapporto Quanta natura sprechiamo , realizzato da Wwf con la collaborazione scientifica della Seconda Università di Napoli, nel 2012 l’Italia ha sprecato oltre 1,2 miliardi di metri cubi d’acqua, utilizzata per produrre cibo che è stato gettato senza essere consumato (il 46% per lo spreco di carne, il 29% per cereali e derivati, il 22% di frutta, verdura e tuberi e il 3% per latte e derivati). Un valore comparabile all’acqua consumata ogni anno da 19 milioni di italiani (e al fabbisogno domestico annuo di 27 milioni di nigeriani). Del totale dell’acqua sprecata, 706 milioni di metri cubi sono in capo ai consumatori, mentre 520 milioni si sono persi lungo la filiera prima ancora di arrivare nelle case. Sul fronte delle emissioni, sono 24,5 milioni le tonnellate equivalenti di CO2 immesse inutilmente in atmosfera nel 2012 per produrre beni alimentari non consumati, pari a circa il 20% delle emissioni di gas serra del settore dei trasporti. Di queste 14,3 milioni di tonnellate riguardano il cibo sprecato dai consumatori e 10,2 milioni di tonnellate le perdite lungo la filiera alimentare. Infine, l’Italia ha sprecato circa 228.900 tonnellate di azoto reattivo contenuto nei fertilizzanti (143.100 tonnellate dai consumatori, 85.800 tonnellate lungo la filiera), vale a dire che il 36% dell’azoto immesso nel nostro Paese nell’ambiente – con gravissimi impatti sulla qualità delle acque e sulle specie che popolano gli ecosistemi idrici – poteva essere evitato.

Naturalmente, il peso ambientale del cibo non consumato dipende sia da quanto sprechiamo, sia da cosa sprechiamo perché ogni alimento ha una propria impronta ambientale che dipende dalla sua filiera di produzione: lo spreco di 1 kg di carne, per esempio, costa all’ambiente dieci volte la quantità di gas serra e di azoto reattivo richiesti da 1 kg di pasta.

IL RAPPORTO WWF