Cecilia Tessieri, fondatrice e anima di Amedei Tuscany, è la prima donna a vantare il titolo di maître chocolatier

La storia di Amedei Tuscany inizia negli anni ’90 quando una giovanissima Cecilia Tessieri abbandona gli studi universitari e si butta in quella straordinaria avventura che poi la porterà a diventare la prima maestra cioccolataia del mondo. Tutto inizia con l’apertura di un piccolo laboratorio a Pontedera (Pi). Uno spazio di 45 mq nel quale, con il solo aiuto di un collaboratore, inizia a produrre praline. «Il cioccolato veniva acquistato da altri e non c’era molto di nostro nel prodotto», ricorda ora la Tessieri, che ben presto capisce che per ottenere un prodotto eccellente deve prima far propri i segreti della materia prima. Inizia, quindi, un lungo apprendistato che la porta in giro per l’Europa, in Francia, Belgio e Germania, dove lavora con i grandi maître chocolatier. Un viaggio che continua fra gli altipiani del Madagascar, nei luoghi impervi del Venezuela, dell’Ecuador, nelle isole caraibiche di Trinidad e Grenada dove la fava del cacao vede la luce. Un percorso che nel 1998 la vede ufficialmente debuttare nel mercato con il marchio Amedei Tuscany. Oggi l’azienda, con sede in un’ex fabbrica di ghisa di 2.500 mq, impiega una trentina di dipendenti (soprattutto donne) e fattura 4 milioni di euro all’anno, di cui il 45% in Italia e il resto all’estero. Gli oltre cento prodotti Amedei sono in vendita in prestigiosi hotel e ristoranti di tutto il mondo. E il 2014 è iniziato con una grande novità: l’inaugurazione a New York del primo Amedei store.

Dove ha trovato l’ispirazione e il coraggio per lanciarsi nell’affascinante, quanto difficile, mondo del cioccolato?

In realtà quando ho iniziato avevo dalla mia l’età. Poco più che ventenne ero spinta dalla voglia, tipica della gioventù, di realizzare qualcosa di innovativo, di tracciare per me una strada diversa da quella che sembrava già segnata. Non potevo vantare né studi di tecnologia alimentare, né altro di simile, volevo solo capire come dal seme di cacao si riuscisse a creare un prodotto tanto particolare e amato.

Amedei è la sola boutique italiana a vantare il controllo completo della filiera, quanto questa scelta è stata decisiva per il successo dell’azienda?

È stata una decisione tanto importante quanto difficile. Partire dalla piantagione, dalla pianta del cacao, per arrivare al prodotto finito non è semplice, ma è anche vero che non si può raggiungere l’eccellenza se non si conoscono alla perfezione tutti gli ingredienti che si utilizzano. Nel cioccolato sembra una rivoluzione, ma non lo è. Basti pensare ad altri settori con i quali abbiamo maggiore familiarità, come quello vitivinicolo per il quale ci appare ovvio produrre partendo dalla cura della vigna.

Quindi il segreto è scegliere la materia prima migliore?

Sì, ma non basta. Se è vero che non si può fare un ottimo cioccolato senza un grande cacao, non bisogna neanche dimenticare l’importanza del processo produttivo. Fondamentale è selezionare le macchine che permettono di lavorare al meglio la materia prima. Nel nostro stabilimento di Pontedera ci sono molti macchinari antichi, reperiti con cura in tutta Europa.

Il vostro è un cioccolato al femminile, prodotto da un’azienda fondata da una donna, che ha scelto per il proprio marchio il cognome della nonna materna. L’eccellenza è dovuta al fattore D?

Le donne quando credono veramente in un progetto vanno fino in fondo, perché possiedono la tenacia tipica di chi, abituato a impegnarsi contemporaneamente su fronti diversi, se decide di occuparsi di qualcosa, ci mette il massimo dell’impegno. La maggior parte delle nostre dipendenti sono donne, ma è solo un caso, negli anni abbiamo sempre selezionato i nostri collaboratori sulla base di chi possedeva le caratteristiche migliori, non in base al genere. E comunque io non ho figlie femmine, bensì due ragazzi. Quindi il futuro di Amedei, sempre se i miei figli vorranno, è di un’azienda che non sarà più al femminile.

 

Vantate una trentina di premi. Cosa significa ricevere tanti riconoscimenti, anche internazionali?

I premi sono sicuramente un punto di arrivo, però, una volta ricevuti, devono diventare lo stimolo per continuare a realizzare prodotti che, oltre a conquistare ulteriori premi, piacciano ai clienti, al punto da spingerli a farsene ambasciatori con il passaparola.

Le vostre creazioni sono in vendita in tutto il mondo e ora, con New York, avete anche una boutique monomarca. Quali i prossimi progetti di espansione?

L’apertura del primo Amedei store era già in programma da qualche anno. Con New York, vetrina importantissima che ci sta già regalando grandi soddisfazioni, abbiamo sfruttato l’occasione di appoggiarci a un partner attivo in loco. Al momento stiamo puntando molto sull’estero, e le nostre valutazioni sono concentrate soprattutto oltreconfine (Cina, Giappone, Regno Unito), ma non è escluso che prossimamente si possa inaugurare un punto vendita anche in Italia. Certo, il nostro obiettivo è fare un prodotto che piaccia a tutti, senza confini, anche perché l’amore per il cioccolato non conosce barriere.

Amedei realizza, tra praline e tavolette, 120 diversi prodotti. C’è qualcosa che ancora non ha visto la luce tra le sue dolci fantasie?

Il mio ruolo di maître chocolatier è sempre attivo e ogni giorno mettiamo a punto e testiamo qualcosa di nuovo. Ci sono tanti prodotti che sono già stati studiati e preparati, ma che ancora non hanno fatto il loro debutto sul mercato. Vi posso anticipare che presto metteremo in commercio delle nuove praline molto particolari e delle nuove tavolette che, utilizzando i prodotti cari alla nostra famiglia, ripercorreranno la storia Amedei.

 

Nessun ingrediente o abbinamento ardito, quindi?

In realtà amo il classico. Non mi piace cavalcare le mode del momento con prodotti che poi, inevitabilmente, sono destinati a sparire. Punto sulla tradizione, sui gusti che riescono a piacere ai consumatori di tutto il mondo. Certo, la nostra pralina al Vin Santo richiama con forza la nostra terra, la Toscana.

«Nove persone su dieci amano il cioc-colato; la decima mente». È un celebre aforisma di John Tullius. Perché, secondo lei il cioccolato è l’alimento che più coinvolge, anche emotivamente, chi lo assapora?

La forza del cioccolato è quella di riuscire ad attivare contemporaneamente tutti i cinque sensi. Da sempre è utilizzato per creare piacere. È il prodotto che da bambini ci viene dato come premio, quindi per tutta la vita lo associamo a momenti piacevoli. Ho visto persone commuoversi degustando il cioccolato, perché si ricordavano profumi e sapori dell’infanzia.

Concludendo, cosa si prova a essere la prima donna maître chocolatier del mondo?

Non me lo ricordi, altrimenti mi fa sentire vecchia… Anche se le svelo un segreto: lavorare con il cioccolato mantiene giovani!