Intelligenza Artificiale: timori più sul futuro della medicina che sul lavoro

Foto di Gerd Altmann da Pixabay 

Siamo davvero pronti per l’intelligenza artificiale? Forse non ancora. Da un sondaggio mondiale sulle nuove tecnologie, condotto da Bva Doxa e Win (network internazionale di società di ricerca di mercato e di opinione pubblica) su oltre 30 mila persone in 40 Paesi, sono emersi scetticismo e preoccupazione da questo punto di vista. Innanzitutto in merito all’archiviazione dei dati personali, al punto che il 39% degli intervistati si rifiuta di usare app che raccolgono e tracciano dati personali, percentuale che sale al 50% fra gli over 55 e addirittura al 62% fra i meno istruiti. Solo il 19% del campione non ha alcun problema a usare queste applicazioni, con valori più alti fra i giovani (25% fra i 18-24 anni) e i più istruiti (23% tra i laureati).

Intelligenza Artificiale: timori per 6 italiani su 10

Anche in Italia la situazione è critica: 6 nostri connazionali su 10 sono “rejectors”, tanto che conquistiamo il quinto posto nel ranking mondiale.  Va molto peggio in Stati come  Indonesia, Perù e Vietnam, con percentuali di rifiuto rispettivamente dell’80%, 72% e 70%. C’è molto timore anche per l’uso dell’intelligenza artificiale in medicina: solo il 7% del campione si dichiara favorevole a una totale sostituzione delle attività svolte dai medici con questa tecnologia, con valori più alti in India (24%), Libano (22%) e Cina (17%). Il 30%, invece, rifiuta completamente questa ipotesi: in questo caso, i valori più alti si registrano in Germania (43%) e in Italia (41%), quelli più bassi in Giappone (12%). Il 53% degli intervistati si augura che l’intelligenza artificiale aiuti i medici, ma non li sostituisca completamente. 

Per quanto riguarda i riflessi dell’automazione sul lavoro, i timori sono meno diffusi del previsto. Il 52% della popolazione, infatti, non è preoccupata di perdere il proprio posto a causa dell’intelligenza artificiale nei prossimi 10 anni. L’altra metà si divide fra lavoratori preoccupati (23%) e non lavoratori (25%). I più intimoriti da questa ipotesi sono i Paesi più poveri, mentre nei Paesi del G7 la quota dei lavoratori che si sentono “al sicuro” è abbastanza elevata, con punte del 77% in Germania. «La tecnologia sta avendo un impatto sempre più forte sulla vita quotidiana dei cittadini di tutto il mondo. Nei vari Paesi si reagisce con modalità decisamente differenti, frutto delle diverse culture in termini di privacy e dei diversi stadi di famigliarità con lo sviluppo digitale», commenta Vilma Scarpino, presidente di Win e amministratore delegato di Bva Doxa, che aggiunge: «Si tratta di temi che hanno una forte risonanza negli individui e che a livello nazionale e internazionale richiedono una accurata analisi dell’opinione dei cittadini al fine di compiere le scelte migliori e maggiormente accettate dalla società».