L’equilibro del diavolo: intervista a Guido Maria Brera

Era il 1994 quando Guido Maria Brera ha iniziato il suo percorso in Fineco, dove ha ricoperto il ruolo di gestore del fondo Cisalpino Bilanciato e del fondo Cisalpino Indice. In seguito è stato responsabile del proprietary trading di Giubergia Warburg. A 28 anni ha contribuito a fondare il Gruppo Kairos, attivo nel risparmio gestito, di cui attualmente è Cio Asset Management. È sposato con la conduttrice televisiva Caterina Balivo

La finanza? È la cinghia di trasmissione tra chi fa i soldi e chi ha le idee, e un mondo laico in cui impera la meritocrazia, dove il denaro è lo strumento di misura delle proprie capacità. Per questo l’avrebbe scelto Guido Maria Brera, cofondatore nonché Cio Asset Management del Gruppo di Kairos, che frequenta questo mondo da tempo, tanto da aver sentito nel 2014 l’esigenza di raccontarlo nel suo romanzo I diavoli , diventato oggi una serie internazionale di successo in onda su Sky Atlantic. Nel febbraio scorso ha pubblicato anche La fine del tempo , dove la storia del protagonista Massimo Ruggero continua a dipanarsi tra crisi finanziarie e politiche che coinvolgono i destini delle nazioni e di coloro che le abitano. E dove racconta – anche in questa intervista – come si possa morire di troppa finanza così come di troppo poca. Alla ricerca di un equilibrio di potere che la politica ha smesso ormai da tempo di cercare…

Partiamo dalla serie Diavoli , complimenti innanzitutto. È come se l’aspettava, o strada facendo ha assunto risvolti imprevisti? Di solito gli autori faticano a riconoscere le loro opere nelle trasposizioni.
Avendola seguita fin dalla nascita, come fosse un bambino, collaborando con gli autori di Lux Vide e con Sky, non posso che riconoscermi: è venuta esattamente come la immaginavo. Certo, è un prodotto completamente diverso dal romanzo, ma mi ci sono ritrovato. Farla per tutti è stato assumersi un grande rischio, non era semplice rendere il quadro d’insieme. Certo, la regia di Nick Hurran e l’interpretazione di Alessandro Borghi e Patrick Dempsey hanno contribuito in gran parte, ma ammetto che ci abbiamo lavorato tantissimo.

Che obiettivo vi siete dati?
La scommessa era realizzare una serie completamente diversa da quelle che si sono viste finora sulla finanza. Una serie che raccontasse questo dispositivo di controllo, uscendo dai canoni di rappresentazione tipici di quel mondo. Tale intento l’ha resa un’operazione complessa, quindi, molto difficile poi da trasporre sullo schermo. 

Quali luoghi comuni avete voluto sfatare?
Che la finanza non è bretelle, cocaina, sigari e belle donne. Non è Gordon Gekko e Jordan Belfort.

A proposito della finanza come dispositivo di controllo… All’inizio della prima puntata, i protagonisti parlano della metafora del pesce che non sa di stare nell’acqua, al contrario degli squali che se lo mangiano. Ho trovato quest’immagine della pervasività del mercato abbastanza inquietante.
Diciamo che la finanza è…

 

L'intervista continua sul numero di Business People maggio

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