Bernabò Bocca

Bernabò Bocca

È un simbolo vivente del bel vivere. Quando parla lui parla il made in Italy, il savoir vivre. Ma parla anche l’imprenditore e uno dei migliori rappresentanti del turismo italiano di qualità. Il Cavaliere del Lavoro Bernabò Bocca è tutto questo e, anche se non lo dice, è l’uomo più ascoltato dalla politica quando si tratta dell’immagine dell’Italia all’estero dato che dall’alto della presidenza di Federalberghi, di Confturismo e della sua azienda, la Sina Hotels (10 alberghi di lusso in Italia), ha una visuale accurata dell’intero settore turistico. In questo momento, come sempre, la visibilità è perfetta, il panorama non dei migliori.

Dottor Bocca, iniziamo dal difficile. Come sarà la prossima stagione turistica estiva?
La mia idea non è particolarmente positiva: continuerà quello che è l’andamento attuale con una parziale tenuta del mercato interno in termini di presenze ma ovviamente un po’ meno di fatturato. Soprattutto proseguirà la stagione nera dei mercati stranieri, cioè degli stranieri che vengono in Europa e in Italia. Se la vogliamo dire tutta, siamo in crisi su tutti i mercati.

Come mai?
Prendiamo per esempio l’America. La crisi che sta attraversando la conosciamo tutti, per cui in questo momento gli Americani a tutto pensano meno che a viaggiare. Il mercato inglese sarebbe un buon bacino di clienti, ma soffre di una sterlina con un cambio disastroso nei confronti dell’euro. Quello russo che negli ultimi 3-4 anni, soprattutto in termini di fatturato, aveva dato parecchia ricchezza al turismo in Italia, è oggi in calo del 30%. Quello cinese che tutti avevamo pensato sarebbe stato il futuro - e io ancora lo penso - non è ancora pronto: oggi i Cinesi che viaggiano hanno un budget di 50 euro a notte. In altre parole i mercati stranieri sono i più complicati da raggiungere e lo abbiamo visto nel corso del ponte di Pasqua quando la città di Roma ha avuto un calo rispetto al 2008 del 6%, mentre gli alberghi a 5 stelle hanno registrato una contrazione del 20%.

Non per criticare, ma il suo settore ha un’industrializzazione monca: è pronto ad accogliere gli stranieri che vengono in Italia ma ben pochi sono andati all’estero ad aprire attività turistiche.
È vero, e il motivo è che i gruppi importanti in Italia sono pochi. Pensi solo al fatto che l’Italia è il secondo Paese al mondo per numero di alberghi, ce ne sono 33mila - siamo secondi solo agli Usa - ma la dimensione delle strutture è molto piccola.

Però non crede che è quello che andrebbe fatto?
Certo, l’internazionalizzazione dei gruppi alberghieri è assolutamente importante, solo che per farlo devi avere una dimensione tale da poter esportare ciò che già fai in Italia. Per il momento la strada scelta per internazionalizzarsi è quella di associarsi ai grandi network. Un modo indiretto di andare all’estero, ma che dà soddisfazioni.

In genere le acquisizioni importanti vengono fatte a debito. Non è che anche un difficile rapporto con il mondo bancario frena l’uscita delle aziende turistiche dai confini italiani?
Assolutamente sì. Leggiamo tutti i giorni interviste e dichiarazioni nelle quali i rappresentanti del mondo bancario garantiscono che non mancherà il credito alle piccole e medie imprese. Noi ci auguriamo che a queste interviste seguano fatti concreti perché a oggi la situazione di accesso al credito da parte della piccola e media impresa è molto problematica.

Anche per il suo settore?
Sì, anche per il turismo. Oggi l’impressione che abbiamo è che le banche tendano a fare poche operazioni, molto redditizie e molto sicure. In secondo luogo il mondo imprenditoriale non ha beneficiato, come sarebbe stato giusto, del ribasso del costo del denaro perché le banche hanno contestualmente aumentato gli spread, pertanto il costo del denaro per noi è rimasto sostanzialmente invariato. In più le banche che hanno oggi un oggettivo problema di liquidità fanno molta fatica a finanziare delle operazioni e spesso vengono meno al loro ruolo che è, secondo me, quello di accompagnare l’impresa nel suo sviluppo. Nessuno sta chiedendo alle banche di finanziare operazioni non finanziabili, però un minimo di condivisione del rischio della banca insieme con l’imprenditore ci deve essere. Oggi invece se non ci si presenta con delle garanzie reali in mano è praticamente impossibile ottenere credito per finanziare lo sviluppo della propria impresa. Garanzie che devono essere pari se non superiori all’importo richiesto. Noi continuiamo a chiedere un incontro con l’Abi per fare una fotografia reale della situazione perché vorremmo capire come può essere che gli istituti di credito continuino a dire che i finanziamenti alle imprese non sono diminuiti mentre invece gli imprenditori sostengono di non essere ascoltati. Credo che sia necessario ristabilire prima di tutto la verità dei fatti.

Il suo settore industriale è riconosciuto come uno di quelli che è in grado di anticipare l’andamento dell’economia. Quale sarà il primo mercato a riprendersi?
È vero, noi anticipiamo la crisi e la crescita. Credo che il mercato americano sarà il primo a risollevarsi, è quello messo peggio, ma si riprenderà. Anche perché gli Usa, al contrario dell’Europa, hanno la possibilità di giocare con la valuta. Qualche segnale di ripresa del mercato americano lo stiamo già avendo per quanto riguarda il prossimo autunno 2009, in particolare settembre e ottobre. Purtroppo i nostri dati ci dicono che per vedere ripartire il mercato europeo bisognerà aspettare il 2010 avanzato.

Si dice che i momenti di crisi sono quelli migliori per mettere in pratica le riforme di cui ha bisogno un Paese o un settore industriale. È d’accordo?
Certamente. Diciamo che noi, per esempio per quanto riguarda i contratti di lavoro, siamo già abbastanza all’avanguardia rispetto ad altri settori, però in linea generale credo anch’io che questo momento sia un’occasione per rinnovare il Paese e mi dispiace vedere a volte delle organizzazioni sindacali che si mettono di traverso al momento di discutere sulle riforme. Capisco che cambiare comporta dei sacrifici, ma se vogliamo dare un futuro al nostro Paese credo che sia necessario. E lo vediamo nel nostro settore. Perché l’Italia è il Paese europeo con la minore presenza di gruppi stranieri? Perché le grandi catene internazionali sono abituate a lavorare con determinate condizioni altrove e quando vedono qual è la situazione in Italia dal punto di vista fiscale e dal punto di vista del lavoro, nemmeno si avvicinano. Credo davvero che l’Italia abbia una necessità impellente di modernizzarsi.

Per quanto riguarda il suo settore, quali sono le due o tre riforme che sarebbe assolutamente necessario mettere in campo ora?
Iniziamo con il dire che il turismo non può delocalizzare. Quindi dobbiamo commercializzarlo e promuoverlo per convincere gli altri a venire qui e, per farlo, la prima cosa di cui c’è bisogno sono le infrastrutture. Il nostro ritardo in questo senso in confronto ad altri Paesi è elevatissimo. Il secondo tema è il Mezzogiorno: occorre risolvere il problema cronico di quest’area che è la sicurezza.
I due temi, però, li vedo come uniti, inscindibili, perchè è inutile che una località turistica sia facilmente raggiungibile se non c’è la sicurezza e viceversa. La terza riforma necessaria e urgente riguarda la promozione perché - è diventato perfino noioso dirlo - non siamo capaci di vendere quello che abbiamo e quello che sappiamo fare, è ora di cambiare iniziando finalmente sul serio a vendere l’Italia agli Italiani.

Quello della promozione è un problema che sembra irrisolvibile.
No, credo non sia così. Il fatto è che ce la mettiamo tutta per aggravare la situazione.

Addirittura?
Guardi: i problemi già grandi del turismo italiano sono stati aggravati dalla riforma del titolo V della Costituzione perché quando si è data competenza esclusiva in materia turistica alle Regioni, significa che ogni Regione fa promozione da sé. Per questo succede nelle varie fiere che si tengono in giro per il mondo, il visitatore vede lo stand della Liguria e quello della Calabria. Un cinese sa a malapena dov’è l’Italia, figuriamoci la Liguria o la Calabria! Il risultato è che la promozione italiana è sempre più decentralizzata con effetti paradossali anche di spreco di denaro. Sono nel consiglio d’amministrazione dell’Enit, che è l’ente che dovrebbe fare la promozione dell’ Italia nel mondo. Ha 30 milioni di euro di dotazione, che sono già pochi, ma ne spende 24 per voci come affitti, personale e spese di funzionamento. Quello che resta a disposizione sono 6 milioni di euro.
La Spagna, se vogliamo fare un confronto, ha 130 milioni a disposizione ogni anno. Poi, però, se andiamo a sommare al bilancio dell’Enit ciò che ogni singola Regione investe per la promozione turistica, scopriamo che in Italia si superano i 200 milioni di euro. Tantissimi soldi spesi male e in modo disordinato. Io quindi dico: viva il federalismo, ma alcune materie devono essere riportate al centro per promuovere il nostro asso, che è il brand Italia. Ce lo stiamo giocando proprio male.
Eppoi c’è il problema fiscale: noi continuiamo a chiedere di essere messi allo stesso livello delle imprese francesi o spagnole. Gli alberghi francesi, per esempio, hanno un’Iva al 5,5% e in Spagna del 7% mentre per noi è al 10%.

Lei crede che l’Expo 2015 sia una buona occasione per accelerare la ripresa del settore turistico?
L’Expo è una un’opportunità straordinaria. Sono sempre stato un sostenitore della politica dei grandi eventi. Finora abbiamo cercato di vivere di rendita credendo che bastasse chiamarsi Italia perché i turisti arrivassero a frotte. Questo era vero fino a 10 anni fa quando le destinazioni erano Roma, Parigi o Londra, ma oggi sul mercato si sono affacciate molte altre mete come Istanbul, Praga, Budapest, Croazia, Marocco e Tunisia. Per cui oggi per essere vincenti devi organizzare dei grandi eventi che rappresentino una motivazione forte per il turista per venire nel tuo Paese e, soprattutto, per tornarci. L’Expo in questo senso è perfetto.

Parliamo di Sina Hotels: il suo gruppo possiede 10 hotel di lusso nelle principali città italiane. A proposito di internazionalizzazione, ha qualche idea?
Certamente uscirò dall’Italia portando l’esperienza del mio gruppo all’estero. È un tema al quale stiamo pensando da tempo e credo che sia arrivato il momento giusto.

In Cina, magari?
Un po’ più vicino.

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