Roberto Snaidero © Stefano Balossi

Roberto Snaidero, classe 1948, friulano. È presidente di FederlegnoArredo da giugno 2011. Il suo secondo mandato gli è stato affidato dopo la scomparsa di Rosario Messina, che gli era succeduto nel 2008. Laureato in Economia e commercio all’Università di Trieste, nel corso degli anni si è occupato soprattutto di internazionalizzazione

Il mobile italiano c’è. Lo dimostra il fatto che in un momento delicato come quello che sta attraversando l’economia occidentale, le vendite all’estero delle aziende tricolori che producono design e arredo non conoscono flessioni. Anzi. Gli imprenditori del legno e dell’arredo stanno dando prova di ingegno, intuito e, perché no, di quell’aggressività che è diventata necessaria quando si tratta di competere in mercati dove non tutti rispettano le regole. E i Saloni, al via il prossimo 17 aprile, rappresentano ancora una volta (siamo arrivati alla 51esima edizione) la ribalta per ribadire l’impegno nella ricerca, nell’innovazione, nella sperimentazione, nonostante i morsi della crisi. Ma i Saloni sono solo la vetrina di un gigantesco laboratorio che non si ferma mai. Il comparto genera circa 32 miliardi di euro di fatturato, con 380 mila occupati (oltre un milione se si considera anche l’indotto), e nei settori più all’avanguardia, come quello della bioedilizia, i ricavi crescono ininterrottamente dal 2008 con tassi a due cifre. Dunque il mobile c’è, ci crede. A latitare, ancora una volta, sono le istituzioni. È questo in sintesi il punto di vista di Roberto Snaidero, presidente di FederlegnoArredo (la federazione italiana di categoria della filiera Legno-Arredo). Per Snaidero è stata semplicemente un’assurdità rinunciare all’Ice (l’Istituto per il commercio estero, soppresso lo scorso anno dal governo Berlusconi) nel pieno della tempesta che ha letteralmente travolto i consumi in Italia, in Europa e in Nord America. È vero, ci sono i mercati in via di sviluppo, affamati di prodotti di qualità e di consumi all’altezza delle nuove classi medie. Ma esplorarli non è semplice: servono dati, servono informazioni, serve cultura, e una cabina di regia che aiuti i titolari di una miriade di piccole imprese polverizzate sul territorio a insediarsi su mercati dove la competizione è spesso con gigantesche multinazionali. In una parola, alle aziende del mobile italiano serve l’Ice. E visto che è stato prima soppresso e poi rifatto, ci ha pensato FederlegnoArredo a farne le veci, ripensando completamente le proprie funzioni, pur rimanendo fedele alla propria missione. L’export però, pur essendo come già detto in crescita, genera solo il 30% dei fatturati. Il resto è ancora una partita aperta entro i confini nazionali. Una partita durissima, per vincere la quale – oltre alla strenua lotta alla contraffazione, e anche qui le istituzioni paiono non sentirci troppo – Snaidero invoca ancora una volta gli incentivi al consumo. «Basterebbe una campagna come quella del 2010», dice il presidente di FederlegnoArredo, «quando con una cinquantina di milioni di euro si diede molto più che una semplice boccata d’ossigeno all’industria. E ora vi spiego perché».

Presidente, ma gli incentivi non sono per il mercato una droga che si limita a tamponare solo momentaneamente gli effetti della crisi?
La crisi morde. Questo è un dato. Quella che chiediamo noi è un’azione di stimolo che agisca sull’aspetto psicologico della crisi. Gli incentivi possono generare un effetto molto potente. Pensi alla campagna incentivi di un paio di anni fa sulle cucine. Con i pochi soldi messi a disposizione, conti alla mano lo sconto effettivo era di un migliaio di euro. Capisce che sull’acquisto di una cucina un migliaio di euro di sconto non è determinante per far scattare l’acquisto. Ma è stato sufficiente per innescare una dinamica tra i consumatori – specialmente le donne, il decisore d’acquisto all’interno delle famiglie – che sono usciti di casa e sono andati a visitare i negozi per chiedere un preventivo. Lì poi tutto sta alla bravura del venditore, naturalmente. E se il venditore è bravo, stia sicuro, riesce a vendere anche senza incentivo. Tanto è vero che gli incentivi del 2010, pur non essendo cospicui, hanno dato vita a un circolo virtuoso di cui ha beneficiato tutto il settore. È questo quel che chiediamo al governo. E un’altra cosa.

Dica.
Se confronto la nostra situazione con quella di Spagna, Francia o Belgio, giusto per fare qualche esempio, vedo a livello governativo delle differenze di trattamento enormi. In Italia per la prima casa abbiamo uno sconto sull’Iva, che viene ribassata al 4%. Negli altri Paesi l’aliquota Iva è simile, ma assieme all’immobile ci sono agevolazioni anche sull’arredo per la prima casa. Per dare una mano al nostro settore, che sta soffrendo crisi sul mercato interno, io chiedo che si conceda anche alle imprese un’aliquota ribassata al 4%. Dobbiamo salvaguardare i nostri posti di lavoro. È vero, siamo in crescita sui mercati esteri, anche grazie agli investimenti della Federazione. Ma sul mercato interno, dal 2008, abbiamo perso il 20%, con punte del 40% in alcuni settori, primo tra tutti quello degli uffici, che ha patito il crollo verticale delle commesse pubbliche. Ecco, è questa la situazione attuale. Non è facile per nessuno. Anche gli importatori di auto estere chiedono aiuto al governo per incentivare le vendite. Certo, l’automotive è importante. Ma l’aiuto diamolo prima alle aziende italiane, dico io.

Lei però è stato molto chiaro anche sul tema della contraffazione. Neanche in quel senso le sono piaciute le scelte delle istitUzioni. Insieme a Indicam avete deferito lo Stato italiano all’Unione europea essendo passata la moratoria rispetto al divieto di contraffazione...
Il nostro settore non è mai stato considerato come primario. Eppure noi abbiamo una bilancia dei pagamenti tra import ed export positiva per circa 7 miliardi di euro, e tra filiera e indotto diamo lavoro a più di un milione di addetti. Chiediamo solo che il nostro settore venga preso in considerazione per quello che abbiamo dato e diamo al Paese. Il tema della contraffazione purtroppo non rappresenta niente di nuovo. Ma anche lì ci siamo sempre dovuti muovere autonomamente: nella mia precedente presidenza in FederlegnoArredo feci un accordo con il presidente della federazione dei produttori di mobili cinesi. Era il 2004-2005, e c’erano già dei chiari segnali che facevano presagire la situazione attuale: le imprese cinesi cominciavano a copiare i nostri prodotti e li immettevano sul mercato con qualità diversa a un prezzo notevolmente inferiore. Ma l’idea che rubino le nostre idee è solo un aspetto della questione. A volte mi accusano di sciovinismo quando invito ad acquistare italiano. Ma la verità è che quando vedo un prodotto italiano ho la tranquillità e la sicurezza che quel prodotto, per come è stato realizzato, salvaguarda la salute del consumatore e del lavoratore.

E poi c’è l’Ice, chiuso proprio quando pareva ce ne fosse più bisogno.
Incredibile. L’export è in crescita. Nel momento in cui c’era massima necessità di avere un Ice attivo, l’hanno chiuso. Sono indignato contro chi ha preso questa decisione, e mi dispiace che Confindustria abbia avallato questa scelta.

Voi come avete reagito, oltre a indignarvi?
Semplice, ci siamo sostituiti all’Ice. Abbiamo organizzato la fiera di Mosca (che si tiene in Russia a ottobre, ndr) sfruttando le sole risorse di FederlegnoArredo. A Chicago abbiamo stretto un accordo con la camera di commercio italoamericana, creando un ufficio a disposizione delle aziende per supportarle sul mercato statunitense. L’Ice dava una mano alle nostre Pmi soprattutto in tal senso. Ma il nostro ruolo anche in questo frangente è espresso nella nostra mission: incontrare gli imprenditori del legno e dell’arredo per sostenere il desiderio di fare impresa. Poterli incontrare e dire loro che li sosteniamo ha la sua importanza. Ma non basta: dobbiamo crescere in numeri, forza e consapevolezza, creare opportunità di business per rispondere al mercato che cambia. Tanto per cominciare abbiamo costituito il programma “Business per le imprese”. In modo molto pragmatico, troviamo appalti e li segnaliamo alle aziende. Abbiamo anche creato degli abachi, dei cataloghi per le imprese di costruzioni dove si possono trovare i prodotti dei nostri associati. Siamo consapevoli di rappresentare la collettività, e non facciamo favoritismi. Noi ci limitiamo a segnalare, a evidenziare, poi da lì in avanti se la giocano loro. Il nostro compito è quello di piazzare la palla al centro del campo. Però è stato necessario anche rimettere in discussione il ruolo di Federlegno.

In che senso?
Abbiamo ristrutturato gli strumenti del centro studi della Federazione, che ha lo scopo di orientare le decisioni degli associati: se è all’estero che dobbiamo puntare, questi strumenti vanno aggiornati per andare incontro prima di tutti agli export manager e ai marketing manager delle imprese. Abbiamo creato per esempio “Statistiche mondiali”, uno strumento attraverso il quale si attinge a dati con analisi import, le cui fonti sono le dogane dei Paesi partner: quali merci entrano ed escono, da quali Paesi e per quali Paesi. È un prodotto nuovo, realizzato ascoltando le esigenze dei manager delle aziende. Ma abbiamo dovuto rivedere anche il ruolo delle fiere. In passato funzionavano, col mutato contesto economico non vanno più bene, il budget non lo consente. Serve un format nuovo, ed è per questo che abbiamo cominciato ad accompagnare le aziende a incontrare i grandi studi d’architettura in tutto il mondo, come abbiamo fatto a Chicago. Ci siamo messi in discussione, non c’era altra strada. Stiamo sperimentando, per ora funziona. Nel corso del 2012 avvieremo altre nuove iniziative.

Come risolvere la contraddizione di una domanda globale sempre più vasta, da contendere a grandi multinazionali, con un’offerta polverizzata sul territorio come quella delle Pmi italiane?
La strada è quella dell’aggregazione, naturalmente. C’è un progetto in essere nel distretto di Pordenone, un’idea che stiamo concretizzando insieme con la Cassa di risparmio del Friuli: vogliamo riunire un panel di piccole-medie aziende che da sole non riuscirebbero a scoprire nuovi mercati. Invece è giusto che si presentino ai grossi studi di architettura di tutto il mondo in maniera organizzata. L’obiettivo è quello di creare una vera e propria rete d’impresa.

Con quali modalità, tempi e dimensioni?
Dipende. Questo è un problema di teste e di persone. L’importante è che ogni imprenditore capisca che il futuro sta lì, non nella sua singola azienda. Ormai è imprescindibile: devono nascere collaborazioni tra le imprese per generare un’offerta complementare e devono aumentare i contatti con gli interlocutori internazionali. Non è più pensabile che le nostre imprese possano fare 20 fiere all’anno. Ma anche laddove intendano farle, avranno il sostegno degli istituti di credito. Abbiamo stipulato un accordo con Unicredit, che finanzierà le imprese che intendono partecipare a eventi fieristici, e le supporterà anche, soprattutto in Russia e nei Paesi in cui l’istituto bancario è più forte, creando degli incontri di business con partner locali. Insomma, si prospetta per noi un’attività mostruosa, pur avendo a che fare con una struttura che funziona molto bene.

Date tutte queste premesse, cosa rappresentano i Saloni 2012? Che messaggio deve passare?
L’alta qualità costa, non posso pensare che un prodotto che viene da altri Paesi a prezzi bassi possa avere la stessa qualità. Ripeto, non sono sciovinista se esorto a comprare italiano. È dimostrato che il nostro prodotto è in assoluto il migliore sul mercato per design e qualità. Perché altrimenti continuiamo a crescere sull’estero? Siamo forti sui mercati caratteristici, dagli Stati Uniti ai Bric. La Russia, in particolare, sta tornando ai parametri precedenti al 2008. Il prossimo anno affronteremo il mercato cinese, dove il made in Italy è già recepito in maniera importante.

Non è necessario improntare anche un discorso di educazione alla qualità per alcuni Paesi?
Quando si parla di made in Italy, in tutto il mondo è già di per sé sinonimo di qualità ed eccellenza. Stiamo comunque programmando una campagna stampa sul mercato cinese, in Russia come dicevo ci conoscono già bene. Io anzi vorrei ribaltare la questione: non siamo noi a utilizzare l’etichetta made in Italy. Il made in Italy l’abbiamo creato noi. Già dai tempi in cui si parlava delle famose quattro “A” dell’eccellenza italiana: auto, abbigliamento, agroalimentare e arredamento. Le sfide sono parecchie, il lavoro non manca. Tante le priorità, tra cui il mercato interno. E voglio rilanciare il messaggio: aiutiamo le aziende a crescere con gli incentivi. È l’unico modo per uscire da questo stato comatoso. Le aziende devono tornare a crescere.

Già, ma con quali braccia? In Italia ci sono ancora giovani disposti a fare questo lavoro?
Sono sempre meno. Ma il paradosso è che molti giovani sono senza impiego: hanno scelto per gli studi superiori la strada liceale, e poi l’università e ora sono senza lavoro. Tutti laureati e disoccupati! Per questo stiamo rilanciando le scuole professionali specifiche per il nostro settore. Esiste un progetto per una scuola in Brianza, mentre in Friuli c’è già un Ipsia. Dopodiché dobbiamo far sì che cambi l’approccio di chi si avvicina a queste professioni. I giovani devono capire che chi sceglie questo mestiere non fa affatto una scelta di serie B. Noi siamo orgogliosi del nostro mestiere. Solo che a volte temiamo di non sapere a chi possiamo trasmettere il nostro know how.

Anche rispetto alla formazione chiedete un aiuto al governo?
Su questo ci arrangiamo noi. La Federazione è disponibile a supportare tali scuole. Ciò che chiediamo sono contributi per dare nuova spinta ai consumi.

LE PASSIONI DI ROBERTO SNAIDERO

LIBRO

Viaggio molto e per distrarmi in aereo leggo i thriller, li trovo rilassanti

PROGRAMMA TV

Vedo poca televisione, ma quando l’accendo seguo le corse automobilistiche

HOBBY

Vado in giro coi miei cagnolini, ho un pincher e un chihuahua

PIATTO

Il frico, tipico friulano. È formaggio cotto nell’olio: croccante e buonissimo

TECNOLOGIA

Sto cominciando a usare l’iPhone. Ma, per il momento, ancora soprattutto per telefonare

AUTO

Guido una Mercedes coupé CL 500