© R. Benzi/Marka - Carlo Pesenti

Carlo Pesenti, chief executive officer. Ancora oggi, il controllo è strettamente nelle mani della famiglia, come alle origini

Italcementi è oggi primo produttore di cemento d’Italia e fra i primi d’Europa. È anche una delle pochissime vere multinazionali italiane, con mercati e centri di produzione in moltissimi Paesi del mondo, lontani dal cortile di casa. Ed è un gruppo molto antico: la sua fondazione si fa risalire al 1864. Eppure è una realtà della quale i giornali non si occupano molto. Forse perché quello che produce non è attraente mediaticamente come le automobili o la moda. Il cemento è materia grigia, triste, in fondo povera che si ottiene (semplificando al massimo) bruciando della terra. Niente di cui entusiasmarsi. O forse se ne parla poco perché il low profile è nel dna della famiglia Pesenti che da sempre controlla il gruppo e che in tutti questi 146 anni di storia non ha mai cercato le prime pagine, pur essendo stata in passato proprietaria de La Notte e Il Tempo ed essendo oggi fra gli azionisti della Rcs MediaGroup.
La storia di questo gruppo si può dividere in due capitoli. Il primo parte dalla fondazione, appunto poco dopo l’Unità, e arriva fino alla seconda guerra mondiale, ed è una storia tutta industriale, di concentrazione sul core business. Non ha un protagonista unico: è frutto di un lavoro dei fratelli Pesenti, di un gruppo familiare. La seconda parte risale invece agli anni frenetici del boom, dell’Italia del miracolo ed è una storia non solo di cementifici, ma anche di grande finanza, di tremendi scontri di potere, di rapporti stretti e travagliati con la politica. E il protagonista di questa fase si chiama Carlo Pesenti, classe 1907, nonno dell’attuale numero uno del gruppo.
Ecco, davvero un gruppo familiare nel senso letterale, totale del termine. L’Italcementi nasce da due rami distinti: uno è la Società bergamasca per la fabbricazione del cemento e della calce idraulica fondata nel 1864 e la seconda è la Ditta Fratelli Pesenti fu Antonio, anche questa di Bergamo. Carlo Antonio, nato nel 1826, sposa Elisabetta Bonometti e insieme hanno 12 figli, tre dei quali muoiono piccolissimi. Gli altri si dedicano a seguire gli affari di casa in totale sintonia. Nel 1868 quando improvvisamente manca Carlo Antonio a soli 42 anni, viene deciso di creare un istituto giuridico particolare, qualcosa di simile a quello che oggi chiameremmo le casseforti di famiglia. L’istituto inventato dai Pesenti si chiama La Fraterna e serve a tenere unito il loro patrimonio. In questo senso: i beni non vengono divisi fra i singoli aventi diritto, ma rimangono proprietà della famiglia. La Fraterna resta in vita per 41 anni, fino al 1908.

Le guerre e oltre
Il gruppo cresce, nel 1906 i due rami storici si fondono. Vengono fatte successive acquisizioni e l’azienda assume una posizione di primo piano nel panorama industriale italiano. Quando arrivano per l’Italia gli anni brutti della prima guerra mondiale, prima, e del fascismo, poi, la società di casa Pesenti non smette di espandersi: agli inizi degli anni ‘20 arriva a coprire il 40% del mercato nazionale. A farle concorrenza rimane solo l’altro storico polo del cemento italiano, quello di Casale. Nel 1927, a seguito di altre fusioni e acquisizioni, i Pesenti decidono di cambiare il nome delle varie aziende che controllano e adottano quello di Italcementi. Parallelamente si assiste a una cambio della guardia. Scrive Vera Zamagni, nel libro Italcementi: dalla leadership nazionale all’internazionalizzazione (Il Mulino): «Il governo di questa crescita era stato affidato a Cesare, l’ultimo rappresentante della terza generazione, e a un giovane rappresentante della quarta generazione: Antonio». È Antonio alla guida del gruppo durante gli anni del fascismo, fino alla tragedia della guerra e all’anno in cui tutto potrebbe crollare: nel 1944 Italcementi è commissariata. Ma ad Antonio Pesenti riesce un’impresa che ha dell’incredibile: ottiene di essere nominato lui stesso commissario. E così l’azienda non subisce contraccolpi, può affrontare il dopoguerra e approfittare del boom economico che farà diventare l’Italia un Paese industriale, a benessere diffuso. C’è tanto da ricostruire dopo i bombardamenti. Condizioni ideali per chi, per mestiere, produce cemento.
Per affrontare questo periodo intenso, la sua seconda vita, la famiglia Pesenti sceglie un altro leader, Carlo che 1946 assume la guida del gruppo come direttore generale per diventare poi, nel 1967, presidente.
Carlo Pesenti conserva il basso profilo che da sempre caratterizza la famiglia però non riesce a sottrarsi all’interesse dei mass media. Per due ragioni. La prima è che i giornali cambiano, non sono più dei bollettini che, in campo economico, si limitano a riportare i listini di Borsa più scarne dichiarazioni ufficiali dei padroni. Nascono settimanali come Il Mondo di Pannunzio, e L’Espresso di Scalfari e per la prima volta in Italia le cronache economiche vanno in copertina perché forniscono personaggi e storie appassionanti. E uno di questo personaggi è sicuramente Carlo Pesenti, quasi subito soprannominato “il re del cemento” in quanto produttore della materia prima indispensabile alla forsennata speculazione edilizia che Pannunzio, Scalfari e tanti altri denunciano e cercano invano di contrastare. La seconda ragione che porta tanto spesso Carlo Pesenti sulle cronache finanziarie e sulle prime pagine dei giornali èquesta: “Il re del cemento” si dedica sì a consolidare il primato aziendale nel core business, ma sotto la sua guida il gruppo di famiglia cambia aspetto, si trasforma in tutt’altra cosa. Carlo diversifica e diventa, un socio fra i più importanti del cosiddetto salotto buono italiano assieme agli Agnelli, ai Pirelli, agli Orlando. Entra insomma nel ristretto circolo dei capitalisti che contano davvero e che incominciano a intrecciare rapporti stretti con l’altro polo del potere, quello politico, creando vincoli non sempre felici come la storia si incaricherà di dimostrare.
L’entità Italmobiliare-Italcementi diventa una specie di holding di partecipazioni presente in molti campi della finanza e dell’industria: si trovano banche (Provinciale Lombarda, Ibi e altre), compagnie di assicurazione (la più importante è la Ras, oggi di Allianz), grandi industrie (Franco Tosi) e partecipazioni determinanti per gli assetti del potere economico italiano come quella nella Bastogi, scatola-contenitore di molti pacchetti decisivi in quegli intrecci azionari che sono stati (e sono tuttora) alla base del fragile, casereccio capitalismo italiano. Per qualche anno entra nella scuderia Pesenti anche la Lancia, una delle esperienze meno fortunate della famiglia, che finisce per cederla al prezzo simbolico di una lira alla Fiat. C’è un episodio risalente all’epoca della Lancia che dice molto sul carattere di Carlo, delle sue abitudini, e anche delle sue debolezze al di là dell’ufficialità che lo dipinge come impeccabile capo di un impero che nulla può distogliere dal lavoro. Una mattina Carlo Pesenti si presenta nell’ufficio di Leopoldo Varasi, suo amico e primo produttore italiano di vernici. E in quanto tale fornitore delle industrie automobilistiche, Lancia inclusa. Proprio della Lancia Carlo parla con il suo amico. Vuole regalare un modello appena uscito a una signora che gli sta molto a cuore e vuole che quell’auto sia di un colore speciale. «Quale?» domanda Varasi «Mi serve un campione». E Pesenti glielo fornisce: mette la mano in tasca e tira fuori una pastiglia, un tranquillante che assume la signora cui è dedicato il dono. Quella è la tinta giusta: Varasi deve realizzare una vernice così.

Le scalate
Non sono solo amicizie quelle che Pesenti conta nella finanza italiana. Ci sono anche rivalità e accese, legate agli appetiti che il suo gruppo suscita. E anche alla sua debolezza. Una crescita così rapida in settori tanto diversi è stata realizzata con un larghissimo ricorso all’indebitamento e con il consueto sistema delle scatole cinesi che consentono di ridurre l’onere del possesso di un gruppo pur garantendone il controllo. In parole più povere, l’impero Pesenti è attaccabile, potenzialmente scalabile. E in due ci provano o per lo meno ci pensano. Il primo tentativo è quello degli Agnelli che immaginano di lanciare una scalata, ma subito rinunciano. Perché? Lo spiegherà anni dopo l’Avvocato: Pesenti aveva stretto rapporti troppo saldi con i leader politici dell’epoca, soprattutto democristiani. Strumento usato da Pesenti per consolidare questi rapporti è il quotidiano Il Tempo , che ha la sua sede in un palazzo di piazza Colonna a Roma. «Mi sono accorto» è la battuta di Gianni Agnelli «che non sarebbe stato ragionevole lanciare un’Opa contro il proprietario di un giornale che ha la sede di fronte a Palazzo Chigi». Il secondo attacco al gruppo Pesenti è più insidioso perché a lanciarlo è il terribile Michele Sindona, il finanziere legato alla mafia che sarebbe poi finito avvelenato in carcere. Carlo Pesenti riesce a evitare gli assalti, ma non il declino del suo impero. Che, oberato dai debiti, deve dimagrire, vendendo pezzo dopo pezzo le partecipazioni. È un’opera penosa per Carlo Pesenti che, sofferente di cuore, si fa affiancare dal figlio Giampiero che diventa numero uno quando Carlo, nel 1984, manca. È lui a continuare la ristrutturazione e la focalizzazione del gruppo sul core business tradizionale portata avanti ancora dal nipote Carlo, oggi a capo di quello che è ancora un impero di tutto rispetto ed estremamente solido: oltre all’Italcementi, ha partecipazioni in Mediobanca, Unicredit, Ubi, Mittel, Rcs MediaGroup. E pochissimi debiti. Ed è saldamente controllato dalla famiglia, come ai tempi dei fondatori.