Illycaffè: integrare il valore con i valori

«La funzione dell’impresa industriale è fondamentale ed irrinunciabile, ma la sola prospettiva economica non può bastare a legittimare l’operato, dovendo essere integrata con il rispetto dell’uomo, della comunità e dell’ambiente». Ernesto Illy, presidente dell’azienda di famiglia dal 1963 al 2005, pronunciò queste parole nel 1976. Non sorprende, allora, che nel 2019 Illycaffè sia divenuta Società Benefit. «È stata una scelta in linea con il Dna dell’azienda, con l’assetto valoriale che Ernesto Illy le ha trasmesso», conferma l’a.d. Cristina Scocchia.

Sono passati tre anni, possiamo fare un primo bilancio? 
Certo! Ci siamo focalizzati soprattutto su tre aree di intervento. La prima è la catena responsabile del valore e dell’agricoltura sostenibile, che realizziamo attraverso l’analisi e il miglioramento degli impatti lungo tutta la filiera del caffè. La seconda è legata alla responsabilità sociale e si concretizza, per esempio, attraverso il sostegno all’infanzia e alla famiglia. A oggi sono più di 3 mila i minori che la Illycaffè ha tutelato attraverso i progetti realizzati nei Paesi produttori, non solo assicurando loro pasti adeguati, ma soprattutto dandogli la possibilità di accedere all’istruzione, che è una base fondamentale per il loro futuro. La terza area concerne, infine, l’economia circolare e quindi il miglioramento dell’efficienza energetica e nel consumo delle risorse.

Nel 2021 Illycaffè è stata la prima azienda italiana del suo settore a ottenere la certificazione B Corp, essere una Società Benefit non era sufficiente?
Per noi questo è stato un passo fondamentale, perché si tratta di un riconoscimento terzo. È importante avere un comportamento responsabile nei confronti delle comunità e dell’ambiente, ma questo non può essere solo oggetto di un’autovalutazione. Se riteniamo che obiettivi economici, sociali e ambientali abbiano la stessa rilevanza, perché solo i bilanci finanziari vengono sottoposti a revisione? Diventare B Corp significa ottenere da un ente imparziale la certificazione del nostro impatto positivo sull’ambiente e sulle persone, è un modo per attestare la coerenza tra quanto comunichiamo e il nostro modo di agire. Però aver raggiunto questo traguardo è anche un punto di partenza: per diventare B Corp abbiamo ricevuto un punteggio in cinque diverse aree e su tutti questi fronti dobbiamo continuare a migliorare.

Quali sono state le principali difficoltà?
Diventare B Corp non è semplice, anche perché la certificazione nasce per le aziende statunitensi e, quindi, non sempre si integra con lo standard di valutazione di quelle italiane. Abbiamo trascorso molto tempo con i loro responsabili per spiegare loro che, sebbene in alcuni casi le procedure europee fossero diverse da quelle americane, portavano lo stesso beneficio. In più, proprio mentre stavamo compiendo questo percorso, sono stati innalzati i requisiti minimi per il raggiungimento di alcuni obiettivi. Questo ha reso necessarie ulteriori indagini, ma è stato anche uno stimolo a impegnarci ancora di più.

SPECIALE SOCIETÀ BENEFIT E B CORP  

 
Quali vantaggi vi attendete ora?
La doverosa attenzione nei confronti di tutti gli stakeholder non è solo una moda, ma una trasformazione culturale pervasiva. La maggior parte dei leader aziendali si è finalmente resa conto che le imprese sono attori sociali e che in quanto tali hanno un ruolo da giocare, devono creare valore per tutti gli attori della filiera. Non farlo, ormai, significa perdere vantaggio competitivo. In primis perché oggi le persone non acquistano più prodotti e servizi sulla base dei loro benefici funzionali o emotivi, ma scelgono di aderire all’assetto valoriale della marca che proponi loro. In secondo luogo, sempre più spesso i migliori talenti decidono di investire il proprio tempo e costruire la propria carriera proprio in aziende che abbiano un assetto valoriale nel quale si riconoscono. Terzo, pure il sistema bancario ha iniziato a valutare il merito di credito anche sulla base di considerazioni etiche, sociali e ambientali. Per concludere, quindi appare chiaro che chi non comprende che questa trasformazione culturale deve diventare un punto di forza perde un vantaggio competitivo e, di conseguenza, condanna la propria azienda a non avere un futuro.

Insomma, è una scelta divenuta imprescindibile?
Direi una scelta fortunatamente imprescindibile, perché è questa la giusta direzione da seguire. Ci tengo a sottolineare questo: un impegno etico offre il vantaggio di offrire un futuro competitivo alla propria azienda nel medio e lungo termine, ma non è l’unica ragione per cui bisogna intraprendere questa strada. Come leader dobbiamo capire che il nostro ruolo è integrare il valore con i valori, ossia integrare il valore economico con i valori etici sociali e ambientali. Manager e imprenditori possono avere un impatto positivo sul benessere della collettività, quando hai questo potere, lo devi esercitare nel modo giusto.

Quindi, l’impegno etico di Illycaffè ha influenzato la sua scelta di entrare in azienda?
Sì. Da sempre ritengo che leadership non sia sinonimo di potere, ma di responsabilità. Essere leader significa prendersi cura delle persone che ti vengono affidate, che di te si fidano e a te si affidano. Sapevo che in azienda avrebbero apprezzato questo modo di pensare. Dopodiché mi ritengo fortunata perché da Procter & Gamble a L’Oréal fino a Kiko, ho sempre lavorato in aziende con codici etici molto elevati.

Quali obiettivi di sostenibilità vi siete dati per il futuro?
Uno su tutti: il raggiungimento della Carbon Neutrality entro il 2030. Per centrarlo dovremo lavorare molto, è un target tanto sfidante quanto importante.

Un consiglio per le altre imprese che mirano a divenire Società Benefit o B Corp?
L’esempio del vertice aziendale ha un ruolo chiave, perché ottenere queste certificazioni richiede davvero tanto impegno in termini di tempo e risorse, ed è fondamentale che chi guida l’impresa incoraggi l’organizzazione a procedere in tale direzione. Ripeto, è importante agire, ma anche rendere quanto si fa misurabile affinché sia valutato da terzi. È l’unico modo per portare la rendicontazione non finanziaria allo stesso livello di quella finanziaria.