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Pier Luigi Bersani

Il primo round delle liberalizzazioni è terminato. Lei ha dichiarato che in autunno avvierà il secondo pacchet­to. Qual è il filo rosso che unisce tut­ti questi interventi?
ll filo conduttore è l’ottica del cittadi­no consumatore, la volontà di animare l’attività economica togliendo un po’ di lacci, di apri­re nuovi spazi per le giovani generazioni.

In particolare da quali parti vi aspettate di incontra­re le maggiori resistenze?
Beh, il Parlamento ha dimostrato di non essere sol­tanto il luogo delle lobby, nel decreto ha agito con determinazione. Comunque mi aspetto che la legge sull’azione collettiva dei consumatori incontri enor­mi difficoltà, perché mette sul chi va là le più grandi aziende di servizio del nostro Paese.

Questa estate a proposito delle liberalizzazioni lei ha dichiarato che “il Paese è pronto, è la classe politi­ca a essere in ritardo”. Cosa dovrebbe fare la classe politica di entrambi gli schieramenti per avvicinar­si alle esigenze del Paese, per essere all’altezza del­le aspettative?
Mi sono accorto in questo frangente che la maturità dei cittadini su questi temi è cresciuta enormemen­te. La politica sta cominciando a comprendere che questi temi sono oggi sentiti in modo veramente acu­to. Sono contento che una parte della classe politica, la sinistra, cominci a sovrapporre i suoi programmi a questi problemi. Nel mio partito, i Democratici di si­nistra, questa cosa è stata percepita. Mi auguro che anche nel centro-destra prevalgano i liberali e non i conservatori o i monopolisti.

È un po’ un paradosso che le liberalizzazioni siano state avviate da un governo di centro-sinistra…
Non l’ho mai trovato un paradosso, perché anzi nella storia italiana conservatorismo e corporativismo sono stati più vicini alle vicende, nobili e meno nobili, del­la destra. Le radici storiche della sinistra sono lega­te alla auto-organizzazione delle forze, con l’attenzio­ne al rispetto delle regole del mercato: sindacati, le­ghe, società di mutuo soccorso, cooperative hanno un’esperienza straordinaria di oltre 100 anni.

In cosa consiste quel “pragmatismo emiliano” che le viene attribuito come tratto distintivo della sua identità politica?
Il pragmatismo è semplicemente la pretesa che i va­lori si traducano in un qualche fatto. Io credo che an­che questi “fatterelli” che stiamo realizzando abbiano la capacità di evocare due parole: libertà e giustizia. Questi due grandissimi concetti possono essere evoca­ti anche nelle piccole cose. Questo vuol dire pragma­tismo. E gli emiliani in particolare sono degli idealisti che vogliono vedere qualche fatto, appartiene alla loro storia e alla loro cultura. Il pragmatismo è la via concreta all’idealismo.

Lei è molto apprezzato in ambienti cattolici, ha buo­ni rapporti con Comunione e Liberazione e Compa­gnia delle Opere: vuol dire che forti identità diverse possono dialogare proficuamente tra loro? E su qua­li terreni?
Sì, c’è dialogo. In generale questo Paese non può per­mettersi di costruire paratie stagne, né in politica né sul terreno culturale, ideale e religioso. Bisogna cer­care di capire i punti di vista, le strutture mentali e le culture di fondo degli altri. La sintesi poi necessaria­mente non è un compromesso al ribasso. Se ciascuno porta del vino buono una soluzione si trova. Se lo si porta annacquato avremo solo dell’acqua sporca. Io credo che ci si debba incontrare ciascuno col suo profilo e con la sua identità sul terreno del cosiddet­to bene comune, cioè il Paese nel quale viviamo tut­ti. Bisogna trovare e accumulare delle energie, non disperderle, attraverso meccanismi di dialogo. Natu­ralmente il dialogo non si improvvisa. È necessario approfondire, cercare di capire il punto di vista del­l’altro e se c’è un elemento di novità avere il corag­gio di riconoscerlo.

I massimalisti dei due poli criticano questo approc­cio, affermando che così si perdono i valori fondan­ti, l’identità, le radici.
Sono affermazioni che non hanno né capo né coda. Questa idea che ognuno sta nel suo recinto e dice a se stesso quanto è bravo non mi è mai piaciuta. Uno deve portare le sue forti convinzioni, senza annac­quarle, in tutti i posti. E nei posti dove va e dove c’è gente che non la pensa come lui, ascoltare. Que­sto non significa avere meno convinzioni. Anzi, averne talmente tante da poter accettare di metterle alla prova. Darsi ragione da solo è troppo facile e alla fine dannoso.

Ritiene che l’intergruppo parlamentare sulla sussidiarietà - costituito attualmente da 149 deputati e 56 senatori di entrambi i poli - funzioni?
Funziona abbastanza, ma può fare di più. Dalla capacità di discutere senza pregiudizi possono venire elementi concreti. In questa legislatura io continuerò a crederci e a investirci.

Lo sviluppo economico passa anche attraverso l’innovazione, i brevetti, la formazione, tutti aspetti connessi tra di loro. Come deve cambiare in particolare il rapporto tra università e impresa, che è alla base della creazione di una nuova classe dirigente dell’economia?
Il problema del circuito della conoscenza e della ricerca, che si devono integrare con i luoghi della produzione, è un problema-Paese. Devono diventare più flessibili, più capaci di comunicare. Bisogna stimolare l’impresa, anche con politiche opportune, a rivolgersi di più all’università ma anche l’università deve avere interesse, capacità organizzative, flessibilità per utilizzare il rapporto con le imprese. Da questi mix possono generarsi anche nuove classi dirigenti, a cominciare da imprenditori che abbiano più familiarità con i progetti di innovazione e da professori e ricercatori che percepiscano il proprio ruolo più aperto al sistema economico e sociale.

Come giudica il fatto che alcune aziende sponsorizzano delle cattedre universitarie?
Dipende da che cosa vuol dire sponsorizzare. Certamente l’università non può essere piegata a esigenze aziendali in maniera così diretta. Ma se singole aziende o più aziende si pongono il problema di rafforzare le capacità organizzative dell’università nel territorio in cui insistono anche loro fanno una cosa benemerita.

E come deve cambiare la cultura del lavoro, dove ancora si registra un alto tasso di ideologismo?
Non so se si può dire che c’è un alto tasso di ideologismo. Il problema principale è che forse si è disperso il concetto di cultura del lavoro come grande risorsa da coltivare, incrementare, sviluppare. Nei percorsi di lavoro purtroppo c’è poca immissione di conoscenza e non ci sono abbastanza canali tra pubblico e privato attraverso i quali valorizzare, certificare le soggettività. Se analizziamo i processi veri di qualificazione della risorsa lavoro, dobbiamo riconoscere che abbiamo ancora dei limiti, delle difficoltà. E quindi è giusto occuparci di flessibilità e di come deve essere tutelato il lavoro, ma c’è anche un problema di valorizzazione della qualità della risorsa lavoro, che ha molto a che fare con la produttività, con la capacità di immettere nei processi produttivi tecnologie di conoscenza.

Ma sui problemi del lavoro Tarantelli, D’Antona e Biagi hanno trovato la morte.
Qui stiamo parlando di terrorismo, che è una cosa diversa dall’ideologismo. Io credo che oggi ci siano le possibilità di riprendere positivamente i temi del lavoro e discuterli in maniera concreta. Certamente un tasso smodato di precarizzazione va a svantaggio del rafforzamento della risorsa lavoro e finisce per mettere in crisi la produttività del sistema. Su questo bisogna stare molto attenti.

Negli ultimi due anni del governo Berlusconi lei ha percorso tutta l’Italia insieme a Enrico Letta per capire i problemi del sistema Paese. Quanto di quella esperienza è già entrato nelle scelte di governo e quanto ancora deve entrare?
È già entrato parecchio, perché nel fare il programma ne abbiamo tenuto fortemente conto. Già in queste prime misure, ad esempio, quando si parla di liberalizzazioni, abbiamo fatto tesoro di quella esperienza. Ma aggiungo che nei prossimi mesi, occupandoci come faremo di politica industriale, quanto abbiamo appreso nel nostro viaggio emergerà in maniera ancora più completa.

Come pensa di procedere nell’opera di governo: con la consultazione, la concertazione o i decreti? Il suo primo pacchetto è stato criticato anche per il metodo, troppo decisionista secondo i suoi avversari.
Di molte delle disposizioni contenute nel decreto in realtà si parlava da anni e anni. Le discussioni ci sono sempre state, ma poi era sempre mancata la decisione. Dopo di che certo, sarebbe bello un mondo nel quale discutendo si arrivi a decidere. Ma bisogna riconoscere che in Italia c’è qualche difficoltà in più. Per quello che riguarda le riforme di fondo procederemo secondo i canoni più classici.

Venendo a temi di più stretta politica industriale, alcuni economisti parlano di crisi del modello-distretto. Lei è d’accordo?
Noi produrremo norme per far evolvere il concetto di distretto verso quello di rete, cioè di collaborazione tra imprese. Questo può nella gran parte dei casi avere un contenuto territoriale, ma non necessariamente, perché i collegamenti tra imprese devono poter uscire anche da questa dimensione e, dunque, allargarsi.

E cosa pensa del futuro dei settori manifatturieri più maturi, come il tessile e il metalmeccanico, la cui produzione si sta concentrando nei Paesi in via di sviluppo? Si arresterà prima o poi il processo di delocalizzazione delle attività produttive o dobbiamo rassegnarci a veder scomparire le ciminiere?
L’idea che usciremo dalla produzione manifatturiera è destituita da ogni fondamento. Nei settori nostri di tra­dizione c’è una selezione in corso. Certamente perdere­mo alcuni elementi ma altri, di maggiore qualità, li ac­quisiremo. Quindi vedo in settori come tessile e calza­ture una riduzione numerica di addetti e imprese, com­pensata però da un valore aggiunto e un mix professio­nale più alto. Nella meccanica in particolare siamo in grado di giocare le nostre carte in nicchie molto signifi­cative, come sta avvenendo ad esempio nel packaging.

Quali sono a suo parere i punti di forza e quelli di debolezza non tanto dell’imprenditoria italiana in generale, quanto degli imprenditori?
Hanno grande fantasia, grande volontà, imbattibile ca­pacità di afferrare il cliente e di tenerlo. Ma hanno una storia in genere di tipo familiare e la difficoltà a collegar­si a nuovi strumenti finanziari e ad associarsi in reti, in fi­liere, a rafforzarsi lavorando in compagnia.

Lo Stato deve cedere spazio ai privati nei settori strategici in cui è presente (come l’energia, la dife­sa, i trasporti) o, per difendere adeguatamente gli in­teressi nazionali, deve tornare a rinforzarsi in quelli dai quali è uscito (come le telecomunicazioni, l’au­to, la siderurgia)?
Lo Stato deve stare al suo, e il suo è fare le regole, oc­cuparsi del fatto che nei settori cosiddetti strategici come l’energia, la difesa o l’aerospazio ci sia un aziona­riato molto radicato nel Paese. Non sempre è necessa­rio che sia statale, ma come in tutti i Paesi europei ci vogliono investitori nazionali stabili che garantiscano che l’assetto strategico non venga disperso.