© Olycom

Piero Piazzi

L’agenzia Women è come il chip di un computer: passa tutto da lì e se non c’è non funziona niente. Piero Piazzi e l’agenzia Women è il binomio più inossidabile del mon-do del business della moda. Piero Piazzi guida la più grande agenzia di modelle d’Italia con un fatturato di oltre 20 milioni di euro (su 50 del settore) e sedi a Parigi e New York. È lui che ha scoperto e lanciato le più grandi star della moda: da Monica Bellucci a Marpessa Hennink, da Carla Bruni a Eva Riccobono fino a Mariacarla Boscono, considerata la terza modella più famosa del mondo. Un carnet di successi che lo ha fatto diventare il motore immobile dell’universo della moda italiana.

Iniziamo con una domanda facile per uno come lei. Che cosa è la bellezza?
Iniziamo male… non lo so. Al massimo posso dire che cosa piace a me… anzi, no, nemmeno. So solo che il bello è fa­cile da capire, il difficile è scoprirlo dove nessuno lo vede. E questo è l’essenza del mio lavoro. E per riconoscere il bello occorre passione e impegno.

Lei come ha cominciato?
Ho cominciato molto presto, lasciando Bologna, la mia famiglia e la scuola, di­vorato dal desiderio di fare qualcosa di mio, di essere autonomo e indipenden­te. Sono arrivato a Milano e ho iniziato a vendere porta a porta. Vendevo un po’ di tutto, cerotti, dentifrici… Un giorno mi capitò di bussare alla porta di Rosan­na Armani che mi presentò al fratello Giorgio e da lì cominciai la mia carriera di modello. Era il 1978.

E gli studi?
Ho finito privatamente e mi sono iscrit­to all’Università. Facevo Giurispruden­za e per molto tempo ero convinto che avrei fatto l’avvocato. Ho lasciato al 18esimo esame quando ho capito la dif­ferenza tra legge e giustizia.

Lavora nel settore da quando aveva 16 anni, forse è la persona migliore dalla quale farsi spiegare come funzio­na dal punto di vista economico un’agenzia di modelle.
Il primo fondamentale passo, quello più importante, è lo scouting, dal quale nasce un po’ tutto. Si tratta di trovare dei volti, o meglio, delle personalità, che poi si esprimono in volti, che dicano qualcosa di nuovo, che siano unici, che trasmettano sensazioni. Non consiste, come anche la stampa a volte afferma, nell’appostarsi fuori dalle discote­che e distribuire bigliettini alle ragazze che escono. Non funziona così e rabbrividisco quando sento di persone che lavorano in questo modo. Si tratta, invece, di girare per agenzie straniere, frequentare sfilate e così via. Poi, una volta individuata la persona giusta in genere viene mes­sa sotto contratto. Da quel momento in poi l’agenzia si preoccupa un po’ di tutto, ovvero non solo dei suoi con­tratti di lavoro, ma del vitto, dell’alloggio, della sua car­riera a lungo termine, insomma, di costruirle un percor­so professionale.

Quindi su ogni nuovo contratto voi avete delle uscite certe e delle entrate incerte?
Esatto, per questo lo scouting è il momento più impor­tante perché basta sbagliare 5-6 ragazze in un mese che i conti dell’agenzia iniziano a soffrirne.

Quante modelle ha sotto contratto la Women?
Circa 400.

E quanto vi costa un contratto?
Subito dopo averlo firmato sappiamo di dover anticipare diverse migliaia di euro al mese, nei casi migliori. Perché spesso mettiamo sotto contratto ragazze straniere per le quali paghiamo tutti i trasferimenti aerei da casa a Mila­no oppure verso Parigi o New York, insomma, dove ven­gono richieste. Poi, nel caso in cui si tratti di minorenni, obblighiamo la ragazza a farsi accompagnare da un genito­re o un parente, che sono a nostro carico. Nelle spese bi­sogna considerare spesso anche la realizzazione del book fotografico, e, anche in questo caso, noi ci occupiamo di tutto: dal fotografo al parrucchiere al truccatore.

Parliamo delle entrate.
Su ogni contratto di lavoro, che poi consiste nella ces­sione dei diritti di immagine, abbiamo un diritto d’agen­zia del 20%.

E quanto fatturato produce una modella all’anno?
In media 300 mila euro. Ma molto in media…

Le dispiace se parliamo di minorenni?
No affatto.

Non le sembra troppo far lavorare ragazze di 16 anni?
No, non credo. A parte il fatto che quando lavorano non fanno un solo passo senza un accompagnatore, noi ci impegniamo a non farle soffrire quello stress al qua­le sono sottoposte le ragazze più grandi. Ciò che ci sia­mo imposti è quello di non accettare ragazze più picco­le di 16 anni, perché prima voglio pensare che siano an­cora delle bambine ed è giusto che facciano le cose da bambine. Su questo punto mi sto ancora battendo per­ché, almeno in Italia, non si facciano lavorare ragazzine di 14 o 15 anni. Lo ritengo disumano. Anche se in al­cune aree del mondo la loro struttura fisica minuta sa­rebbe perfetta.

Dove?
In Oriente, che poi è il luogo nel quale il business della moda sta esplodendo in modo straordinario anche gra­zie all’apertura di Vogue China, tanto che ci sono delle campagne fatte apposta per quel mondo, ci sono pro­fumi, stili e abiti fatti apposta per essere venduti solo in Oriente.

L’Italia è in grado di approfittare di questa esplosione?
Sì, la capitale mondiale della moda è ancora Milano.

Fino a quando lo resterà?
Questo non lo so, ma quello che vedo è che New York sta facendo passi da gigante. E sa perché? Perché a Mila­no, ovvero in Italia, da anni non nascono nuovi talenti, o, meglio ancora, magari nascono, ma non riescono a far­si spazio, a farsi conoscere. Gli ultimi due talenti veri sono quelli di Alessandro dell’Acqua e di due ragazzi che dise­gnano per Malo e che hanno anche una loro linea che si chiama 6267. Per il resto è il buio totale.

Perché i giovani talenti non sfondano in Italia?
Perché si pensa a quanto si può guadagnare la settimana prossima piuttosto che tra cinque anni. E non si investe nel futuro. È anche vero che un esempio che va in con­trotendenza c’è, ed è il Cenacolo animato da Franca Soz­zani, un circolo di persone che lavora nella moda e che due volte l’anno realizza un concorso che dà la possibili­tà a giovani stilisti di sfilare. Ma non è abbastanza. Quello che vorrei è che ci fosse un bel comitato che si preoccu­pi di fornire, per esempio, i padiglioni della Fiera di Mila­no gratis dove realizzare sfilate a costo zero. Una volta si faceva: durante la settimana della moda c’era una sezione che si chiamava Contemporary dove era tutto pagato e i giovani potevano fare vedere quello che sapevano fare. Adesso non esiste più. Eppure ci saranno 6 talenti in Italia che possano fare vedere qualcosa di nuovo? Credo che almeno 6 nuovi talenti ci siano, il fatto grave è che non li conoscerà mai nessuno.

Ma la responsabilità non è vostra, di voi che in questo momento “siete” la moda italiana?
Sì, infatti. Io sarei il primo a fornire le modelle gratis, come feci tantissimi anni fa con Dolce e Gabbana. Lo vorrei rifare, ma non vedo un contesto nel quale lavorare insieme agli altri attori di questo mondo. Ed è grave, per­ché senza novità, il sistema, alla lunga, appassisce. E poi ci lamenteremo che New York o Parigi ci superano.

Colpa dei grandi nomi della moda?
Sì, ma non solo.

Facciamo i nomi?
Iniziamo a dire che oltre a stanziare milioni di euro per cause degnissime, ma lontano dal nostro mondo, ci si po­trebbe tutti autotassare per realizzare quello che dicevo prima: un comitato che fornisca tutto gratis a un giova­ne che ha i numeri per emergere. Poi diciamo anche che spendere milioni di euro per costruire una cosa che si chiama “città della moda” con al suo interno un museo, è un modo per buttare i soldi, non investire sul futuro. E in­fine diciamo anche che la stampa ha molte colpe.

Quali?
Se non si pianifica pubblicità, i giornali non parlano di te. Le eccezioni sono poche, come quella di Daniela Fedi che scrive per Il Giornale. Ma quasi tutte le giornaliste di moda non vanno alla sfilata di un emergente perché, es­sendo emergente, non ha i soldi per pianificare.

Sono questi i nemici della moda?
Anche. Direi che in questo senso il nemico della moda è la moda stessa, la moda di oggi, la moda come è fatta oggi. Fino a quando ci sarà gente di questo mondo che non co­nosce il senso della parola “gratis”, non si andrà avan­ti, non si farà molta strada. Fare le cose gratis, aiutare un giovane gratis, è esaltante, purtroppo ben pochi lo hanno mai fatto. Ed è un vero peccato perché si perde una del­le cose più esaltanti di un lavoro creativo: vedere che una nuova idea si fa strada. Ecco perché credo che in questo senso i grandi gruppi abbiano fatto molto bene a se stes­si, ma non al sistema in generale. Un altro nemico del­la moda è Milano: una città brutta con svantaggi climati­ci non indifferenti, è una città che è diventata triste per­ché la gente concentra le proprie tristezze su un’uni­ca cosa: il lavoro. E dove i giovani crescono con la cultura del soldo. Nel resto del mondo non è così.

Quando Milano non era triste?

Quelli che stiamo vivendo sono anni di piombo rispetto agli anni d’oro e credo che molto spesso la moda sia uno specchio della realtà circostante. Pensi solo agli anni ‘80: le modelle erano in carne, belle, simpatiche, colte. Erano gli anni del boom economico anche un po’ cialtroni e con molti punti oscuri, ma erano anche gli anni nei quali si aveva una speranza di migliorare, di migliorarsi. In quegli anni non a caso è nata la stella di Monica Bellucci.

Che ha scoperto lei.

Era il 1988: non sapeva camminare e tutti mi dicevano che era una ragazza troppo casereccia, ma vidi in lei grandi potenzialità perché rappresentava quell’Italia, un Paese con la voglia di vivere. La misi sotto contratto e sfilò per Dolce & Gabbana. Fu un successo.

A proposito di Versace, lei ha detto che ha cambiato il mondo della moda. In che senso?
Nel senso che ha creato i vestiti più pazzeschi che si potessero fare in quel momento senza mai essere volgare. Versace fu il primo a far truccare le sue modelle da Oribe, il parrucchiere di Sofia Loren, che faceva venire a Milano da qualsiasi parte del mondo si trovasse. Il risultato era che le modelle sfilavano con capelli gonfi, eccessivi, ma belli. Versace, era il 1986, fece sfilare una ragazza sconosciuta che si chiamava Linda Evangelista. Con Linda Evangelista il mondo delle modelle cambiò perché da allora non ci fu più la distinzione tra fotomodella, quale era appunto la Evangelista, e indossatrice. Per questo credo che tutto il mondo della moda come lo conosciamo oggi sia nato con Versace la cui fantasia è rimasta, per quanto mi riguarda, ancora oggi ineguagliata.

Erano anche gli anni dei film di Vanzina che hanno contribuito a creare uno stereotipo del mondo della moda e delle modelle.
Quei film ci hanno fatto molto male. Ne ricordo uno che faceva vedere un lunghissimo tavolo a specchio con sopra una pista di cocaina e intorno decine di modelle. Quei film hanno creato un clima, una percezione, un’immagine che mi faceva vergognare di dire che lavoro facevo.E oggi?Questi sono anni di piombo perché oggi viviamo di esagerazione, di troppo. E lo si vede anche nella moda. Allora le modelle duravano non una stagione, ma decenni. Oggi, se non si sta attenti, una modella può anche finire sulla copertina di Vogue, ma dopo sei mesi nessuno si ricorda più di lei. Oggi si brucia, non si crea.

E anche le modelle sono più magre…Se vuole parlare di anoressia…
Sì, voglio. Allora diciamo che le modelle sono sì più magre, ma non certo anoressiche. Che diano un’immagine non florida, sono d’accordo, ma quando arriva da noi una ragazza con dei problemi fisici, bisognerebbe chiamare papà e mamma e discutere con loro della situazione della figlia, non con noi. Noi non facciamo sfilare ragazze malate.

Va bene, ma comunque il livello anche culturale del mondo della moda è molto scaduto. Non le sembra?
Assolutamente sì. Quando ho iniziato io a sfilare le modelle erano delle signore: leggevano, erano colte, in genere di buona famiglia, andavano a vedere le mostre. Oggi molte sembrano delle scampate con le quali non riesci nemmeno a parlare, non hanno il senso del bello, che poi è una questione di cultura, sono insicure, bisogna spiegargli l’Abc, l’ultimo libro chissà quando l’hanno letto ed è per questo che io preferisco chiamarle ragazze e non modelle. La cosa peggiore è che non capiscono che per fare que­sto mestiere serve una dedizione, un allenamento alla fatica che non tutte hanno. Le ragazze italiane sono di­verse: hanno meno possibilità di altre di diventare top model, ma hanno più il senso del lavoro.

Lei ha detto che le carriere si bruciano. Forse è colpa anche dell’apertura delle frontiere, in particolare quel­le dell’Est. Qualche anno fa lei, insieme alle altre agen­zie e alle modelle stesse, avete bloccato le sfilate di Mi­lano per protestare contro l’invasione di società stranie­re. Uno sciopero contro la globalizzazione?
Siamo favorevolissimi alla globalizzazione, ma siamo stati costretti a fare uno sciopero perché in quel mo­mento sbarcavano in Italia delle agenzie straniere che aprivano un ufficio con una linea telefonica e manda­vano ragazze allo sbaraglio sulle passerelle. Non davano garanzie, non pagavano le tasse in Italia, sottopagavano le modelle e, finita la settimana della moda, staccavano il telefono e se ne andavano. Questo è il Far West, non concorrenza. Comunque lo sciopero è servito, adesso queste cose non succedono più, anche se sarebbe il caso di fare come in Francia, dove è necessario avere una li­cenza per aprire un’agenzia di modelle. Noi abbiamo do­vuto avere un’autorizzazione e la nostra sede paga le tas­se in Francia. In Italia quello che è successo è stato pos­sibile perché non esiste alcuna regola, se non quelle che ci siamo dati noi.

Noi chi?
Le agenzie di modelle sono riunite in un’associazione che si chiama Assem.

Con quali obiettivi?
Tra i più importanti: un patentino per le modelle; le agen­zie straniere che lavorano in Italia devono avere una sede in Italia; l’impegno, da parte nostra, a non far sfilare sotto i 16 anni. Non solo: abbiamo creato un comitato medico che visita tutte le ragazze minorenni e che è pronto a in­tervenire a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Torniamo alle carriere.
Non si può far fare tutto a una ragazza sovraesponen­dola, ma bisogna essere bra­vi a centellinare il suo lavo­ro in modo che duri più a lungo e che le persone si ri­cordino del suo volto. Sen­nò dopo sei mesi ha finito di lavorare.

Già, e poi che fa?
La prima cosa che dico alle ragazze sotto contratto è che il lavoro di modella è una parentesi, non è la vita. Così quando una delle ragazze decide di lasciare tutto per stu­diare e o fare altro, è come se mi rigenerassi, perché vuol dire che la mia lezione è servita, che ha capito che questo mestiere non è per sempre.

E chi non lo capisce?
Prende a botte la cameriera pur di continuare ad avere le prime pagine dei giornali.

LE PASSIONI DI PIAZZI
Libro
Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci
Luogo
L’isola di Bali
Vino
Rosso del Conte, Tasca D’Almerita
Film
La casa degli spiriti di Bille August, tratto dal romanzo di Isabel Allende
Piatto
La cucina orientale nella sua totalità
Squadra
Inter