Enrico Deluchi

Dite la verità, anche a voi leggendo o sentendo pronunciare il marchio Canon vengono in mente gloriose macchine fotografiche e gli scatti della prima comunione? Ebbene, vi sbagliate, seppur in parte, al 60% almeno. Per il resto infatti la multinazionale giapponese ha cambiato pelle e status spostandosi su prodotti e servizi da offrire alle imprese, trasformando di fatto le sue multiformi competenze sull’Immagine – con la i maiuscola − in know how per supportare e favorire il business. Questo perché il cambiamento è sinonimo di evoluzione, la stessa che il presidente nonché amministratore delegato di Canon Italia, Enrico Deluchi, intravede nel nostro Paese, alla luce non solo dei positivi riscontri registrati da Expo 2015, ma anche per le innate capacità di innovazione che gli italiani possiedono sebbene da molti disconosciute e taciute. Un ottimistico atto di fiducia che il manager, triestino di nascita e milanese d’adozione, affida soprattutto ma non solo alla digitalizzazione, perché la tecnologia, se usata intelligentemente, ci salverà.

Cominciamo con una domanda di attualità. Si chiude Expo 2015, di cui voi siete partner in quanto Official Imaging Sponsor. Che bilancio farebbe di questa esperienza? Pensa che le aziende e il Paese abbiano saputo approfittarne fino in fondo?
Le rispondo da tre punti di vista: come amministratore delegato di Canon, uomo di business e semplice cittadino. Expo 2015 è stata un’esperienza importantissima che ha portato benefici a tutto il mercato tecnologico italiano. Per la nostra azienda aver rappresentato l’Official Imaging Sponsor dell’evento è stato quindi motivo di grande orgoglio. Dal mio arrivo (Deluchi è in azienda da febbraio 2014, ndr ), ho scoperto che questa è una società verso la quale i lavoratori nutrono un fortissimo senso di appartenenza, in riconoscimento del valore della sua eccellenza tecnologica nonché del modo di relazionarsi con i propri dipendenti: è una società che si occupa delle persone, dove si lavora in un clima collaborativo e di grande rispetto. Non a caso molti miei colleghi, anche under 50, ne fanno parte da 20-25 anni. Quando abbiamo chiesto a tutti i nostri collaboratori chi volesse prestare, su base volontaria, una settimana del proprio lavoro presso Expo, si è registrata una fortissima adesione. Hanno risposto in circa 150 per stare a contatto col pubblico indossando con orgoglio la maglietta col nostro logo. E tra loro si contavano anche dipendenti di IDM (Integra Document Management, ndr ), entrati nel gruppo appena quattro- cinque mesi prima.

Partecipare si è, quindi, rivelato anche un momento di aggregazione.
Esattamente, senza dimenticare gli aspetti di business, che rappresentano la ragione ultima per cui un’azienda partecipa a iniziative di questo genere. Come uomo di business per me è stato importante associare il brand Canon al linguaggio dell’immagine, e questo ci sta portando riscontri, sia sul fronte consumer per le macchine fotografiche, sia per il ruolo che l’immagine riveste ormai per le attività d’impresa. Si tratta di un aspetto che vediamo anche nella funzione prioritaria che essa sta assumendo all’interno dei media.

Visto che ha introdotto questo discorso, cosa ha pensato dell’iniziativa del quotidiano tedesco Bild , che – in occasione della foto di Aylan, il bambino siriano trovato morto sulle spiagge turche – è uscito senza immagini per dimostrare la loro importanza nella comunicazione?
È vero, per afferrare un messaggio attraverso le immagini occorre solo una frazione di secondo, al contrario di un concetto espresso utilizzando solo le parole. Ma devo confessare che l’iniziativa di Bild mi è parsa un po’ una trovata di marketing, è stato un modo per attirare l’attenzione su di sé. Questo perché la discussione in cui si è inserita non riguardava l’importanza dell’immagine, quanto la scelta di quali immagini pubblicare. Era principalmente una questione etica, nessuno ha mai detto che le immagini in sé non vadano pubblicate.

Vero è che oggi sui media, e ancor più sui social, l’immagine sta prevaricando le parole.
Certo, perché le immagini sono dei teaser. È proprio perché esse sono sempre più una componente fondamentale della comunicazione che stiamo investendo nelle tecnologie necessarie per realizzare fotografie e video migliori, nonché per offrire servizi a 360 gradi alle aziende che cominciano a muoversi in questa direzione: ormai i social network e il mobile sono canali di comunicazione attraverso cui le imprese vogliono creare nuove opportunità di business.

Trova che le aziende tricolori si stiano già strutturando in tal senso?
Per quanto riguarda le aziende direi che “strutturando” è ancora una parola grossa (ride ), anche se sta crescendo la consapevolezza che questa sia la rotta da seguire. A livello dei singoli consumatori c’è, invece, una maggiore apertura e capacità d’uso delle opportunità offerte dai media digitali.

Non a caso siamo nell’era del selfie selvaggio. Quanto vi hanno sottratto gli smartphone, trasformati a tutti gli effetti in macchine fotografiche?
Ovviamente hanno fatto pressoché sparire il consumo di compatte entry level. Tuttavia c’è un effetto positivo, perché gli smartphone hanno generato un processo di alfabetizzazione: oggi ci sono milioni di persone dotate di uno strumento che consente loro di comunicare per immagini. Anche se ormai l’oggetto del desiderio per i ventenni è la reflex. Perché tutti quanti sono su Instagram, dove vogliono emergere dimostrando di essere più bravi. E le immagini scattate con una macchina fotografica sono tendenzialmente più belle. Ecco perché stiamo lavorando a una segmentazione accurata di questo tipo di pubblico, per spingerlo a evolvere verso prodotti più sofisticati.

Tornando alla domanda iniziale su Expo?
Non posso giudicare se tutte le aziende abbiano saputo approfittarne. Alcune certamente, perché hanno portato i loro clienti a stringere rapporti all’interno di un contesto con una forte valenza. Sul fronte consumer, invece, la mia impressione è che alcuni abbiano investito molto e raccolto poco, mentre altri hanno capitalizzato bene, soprattutto chi opera nel mondo del cibo e del benessere. Per quanto riguarda poi l’Italia nel suo insieme, e qui parlo da cittadino, non so se abbia sfruttato al massimo questa opportunità: i conti economici si faranno solo alla fine (l’intervista è di metà settembre, ndr ), mentre per valutare le ricadute in termini economici e di immagine ci vorrà del tempo. Ma sono, come sempre, un ottimista.

 

Ho letto sue dichiarazioni in cui stigmatizza i luoghi comuni sul nostro Paese.
Certamente, perché abbiamo un grande bisogno di ottimismo e speranza, dobbiamo smetterla di pensare che noi italiani siamo inferiori agli altri! Per tanti anni ho vissuto cinque giorni a settimana fuori dai confini nazionali ed ero francamente infastidito quando in aereo vedevo gli stranieri ridacchiare leggendo le notizie del Financial Times sull’Italia. Noi non siamo come ci dipingono. Quando lavoravo in Cisco ho visto con i miei occhi cosa gli italiani sono stati capaci di fare nel mondo delle telecomunicazioni, di Internet, del mobile, quindi in settori oggi fondamentali per la vita di chiunque. Abbiamo fatto più innovazione noi che in qualunque altro Paese del mondo, solo che non lo comunicavamo. E i nostri manager erano i più bravi, tant’è che oggi ricoprono alte cariche a livello internazionale. Abbiamo tante eccellenze straordinarie, solo che scontiamo l’incapacità di fare sistema. Come semplice cittadino mi ha anche molto riempito d’orgoglio ed emozione la sobria cerimonia d’apertura dell’Esposizione e il fatto di essere riusciti a realizzare un evento che ha messo insieme, in un’atmosfera serena e positiva, 140 Paesi di tutto il pianeta.

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Gli smartphone hanno generato
un processo di alfabetizzazione:
OGGI CI SONO MILIONI
DI PERSONE DOTATE
di uno strumento che consente
loro di comunicare per immagini

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Una rappresentazione di come dovrebbe essere il mondo…
Certo. Nei cluster hanno trovato spazio anche i Paesi meno abbienti di Africa, Asia e Sud America che hanno esposto con orgoglio i loro cibi e le loro coltivazioni. Soprattutto in un periodo come questo, in cui si parla di grandi migrazioni e di guerre, abbiamo bisogno di conoscere gli altri, anche attraverso questi eventi. Ecco, Expo 2015 mi è piaciuto perché ha rappresentato soprattutto una preziosa opportunità di conoscenza delle culture di altri popoli.

Parliamo di Canon. Ho scoperto che il nome della vostra azienda deriva da Kwanon , il nome giapponese del bodhisattva della grande compassione.
Esatto, non a caso la filosofia di Canon è Working and living together for the common good , lavorare e vivere assieme per il bene comune. Che corrisponde poi al concetto del kyosei applicato alla filosofia societaria.

Come si traduce un approccio simile sotto il profilo manageriale per chi come lei arriva da un’azienda americana, quindi piuttosto pragmatica? È stato un passaggio difficile?
In realtà, è stato proprio uno dei motivi della mia scelta. Amo lavorare in un ambiente positivo, che si fondi su dei valori in grado di dare al lavoro un significato più alto rispetto al semplice stipendio o al puro guadagno per gli azionisti, aspetti che invece spesso sono al primo posto nelle più pragmatiche aziende statunitensi. Pur se bisogna ammettere che quelle più all’avanguardia, come Google o Facebook, stanno facendo proprio questo concetto (Google riporta nel proprio mission statement Be no evil , ossia “non essere malvagio”), a dimostrazione di come pragmatismo e impegno possano convivere. Non a caso, in Cisco avevamo una cultura aziendale improntata all’attenzione della persona e al suo sviluppo.

Nello specifico cosa ha fatto per mettere in pratica questo concetto dal suo arrivo in azienda?
Ho lavorato su vari fronti. In primis, Canon è un’azienda spiccatamente tecnologia, tra le prime negli Usa per brevetti depositati (dai 3.500 ai 4 mila l’anno), ma con una capacità di innovare dal punto di vista di business ancora non completamente espressa. Insomma, molto product oriented, ma poco concentrata sulla promozione dell’azienda in sé: tutti la conoscono per le macchine fotografiche, nessuno sa che oggi questo comparto rappresenta solo una parte del fatturato complessivo, composto ormai quasi per il 60% dal B2B. Eppure, ci sono aspetti importanti nel mondo della fotografia che possono essere traslati nel business e viceversa. Per questo, ho cercato di far dialogare i due approcci. Ovviamente si tratta di un modus operandi che non è possibile imporre, che si può raggiungere solo dandosi un obiettivo comune alto. Non a caso, facendo leva sul grande senso di appartenenza di coloro che lavorano in Canon, abbiamo stabilito insieme cosa vogliamo diventare tra un anno, piuttosto che tra tre o quattro; non tanto in termini economici, ma come vogliamo essere percepiti. Ciascuno, nel proprio ambito, ha intravisto come poter continuare a lavorare, magari facendo cose diverse e trasferendo il proprio know how in altri settori oltre alla fotografia. Mi sono limitato a fornire a chi lavora con me nuovi stimoli, sottolineando come voglia di innovare, coraggio di sbagliare, spirito d’iniziativa, non solo non erano proibiti, ma più che benvenuti. E abbiamo cominciato dalle piccole cose. Le faccio un esempio divertente: il nostro programma di posta elettronica permette di personalizzare il proprio profilo anche con una foto. Quando sono arrivato, malgrado il payoff dell’azienda fosse We speak image , tutte le email che mi arrivavano erano senza foto del mittente... Ma si può? Se non le mettiamo noi chi lo dovrebbe fare? (ride ) È un piccolo particolare, che però permette di associare un nome al volto di un collega e di conoscersi.

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Ho scelto un ambiente positivo
fondato SUI VALORI
CHE DIANO AL LAVORO
un significato più alto
del semplice stipendio

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Relativamente al business si può dire che abbiate ampliato la vostra mission aziendale, diventando non solo il punto di riferimento per le persone che vogliono raccontare la propria vita attraverso le immagini, ma anche punto di riferimento per le aziende. Come state trasferendo nel B2B la forza che il brand Canon ha presso il consumer?
Nel B2B Canon è conosciuta tradizionalmente per il suo ruolo nell’ambito del printing, settore in cui ha il portafoglio prodotti più ampio in assoluto. Non ci sono tante aziende che facciano altrettanto – dal B2C al B2B, dai prodotti ai servizi – lavorando su due business model diversi. Una sfida manageriale molto interessante... Inoltre, la stampa oggi sta cambiando riguardo al modo di utilizzare il documento stampato – non si usa più per archiviare, ma per comunicare – e si cerca di evitare di stampare ove possibile per gestire soltanto l’informazione in digitale. Per poter fare ciò però devi trasformarti da un’azienda che fornisce strumenti di stampa a una che gestisce il documento e l’informazione. E quindi, pur mantenendo le tue competenze, devi muoverti anche verso il trattamento dell’informazione digitale, che di volta in volta può essere un documento piuttosto che un’immagine o un video, dal momento in cui essa nasce fino alla sua gestione end-to-end all’interno di processi di business.

Non mi sembra un passaggio semplice.
E infatti non lo è, perché tenendo presente che è imprescindibile avere la capacità di fare quanto si promette, poi ciò che si fa bisogna saperlo raccontare. Abbiamo quindi iniziato a lavorare molto di più per farci conoscere dai clienti, dalle imprese, raccontando una Canon che veramente in pochi conoscevano a 360 gradi. Perché nessuno sa che oramai più del 70% di quanto arriva a casa nella buca delle lettere – dagli estratti conto alle bollette fino alle comunicazioni da parte degli operatori di tlc – viene stampato con tecnologia Canon. O che quando guardiamo la Tv, magari una partita di calcio, circa il 90% delle ottiche sono nostre. Stiamo studiando applicazioni video interessanti nella moda, nella grande distribuzione, nell’education. Senza contare che adesso, con l’acquisizione di IDM (società che si occupa di business process outsourcing) aiutiamo quasi tutte le compagnie assicurative in Italia a gestire le proprie polizze. Insomma, partecipiamo alla vita quotidiana delle persone. Ecco cosa andiamo a raccontare: se si affidano a Canon clienti così importanti per attività tanto delicate, vuol dire che non solo abbiamo le tecnologie necessarie per questo lavoro, ma anche le persone giuste e le competenze per farlo.

In pratica, vi state trasformando in una società di servizi.
Esatto, stiamo compiendo un percorso che aggiunge ai prodotti una quota sempre maggiore di servizi. Per questo Canon in Italia e a livello internazionale sta procedendo a colpi di acquisizioni, al fine di guadagnare competenze e market share. La più rilevante è stata quella di Océ in Olanda, ma ci sono state anche le acquisizioni delle tedesche Cognitas e Ntware, la belga Iris, l’austriaca Therefore, la danese Milestone System e la svedese Axis, ormai in dirittura d’arrivo. E poi c’è l’italiana IDM, che ho proposto e perfezionato personalmente dopo appena un mese dal mio arrivo in azienda, in seguito all’offerta di un advisor che mi è pervenuta, pensi un po’, via Linkedin.

Ammettiamolo. Certi servizi di dematerializzazione e digitalizzazione che offrite alle aziende, pur se associati alla “sburocratizzazione” delle attività, anche a livello di PA, non sempre sono accolti con favore.
Eppure è innegabile che, se fatte bene, dematerializzazione e digitalizzazione semplificano i processi e i passaggi burocratici, producendo benefici impatti organizzativi sulle aziende private. Per quanto riguarda la PA credo invece che troppo spesso si dimentichi la ragione per cui si dovrebbero introdurre certe novità: semplificare la vita del cittadino. Per cui si finisce col delegare tutto a tecnici che investono troppo in sistemi complicati non funzionali all’utilizzatore finale… Ma dobbiamo riconoscere che quello pubblico è un settore molto più complicato del privato, tuttavia ho notato grandi cambiamenti in positivo. Sono ottimista, perché si stanno mettendo in campo azioni concrete ispirate da idee chiare, non da ultime quelle adottate da questo governo molto digital oriented.

Il suo è un parere consolante, perché sull’Agenda Digitale altri addetti ai lavori appaiono scettici.
Invece, chi ci sta lavorando è molto competente, sono giovani e preparati. Li ho conosciuti personalmente e sono rimasto molto ben impressionato, perché si stanno muovendo sulle cose concrete a piccoli passi. Sullo scetticismo va detto che l’Italia è un Paese complicato e il digitale produce conseguenze che qualcuno fatica ancora ad accettare: per esempio, fa emergere l’evasione fiscale e, mettendo molte informazioni a disposizione, scoraggia la corruzione. Che ci piaccia o no, ci sono ancora lobby di potere che si oppongono alle novità. Invece la tecnologia, se utilizzata intelligentemente, può dare un grande contributo.

Chiudiamo con un tema di attualità. Canon offre anche sistemi di videosorveglianza: dica la verità, vi siete sfregati le mani quando con i decreti attuativi del Jobs Act si è stabilito che quel tipo di immagini potranno essere utilizzate dai datori di lavoro anche a fini disciplinari…
Un po’ sì… (ride ). Ma, fuor di battuta, va detto che sulla materia in Italia avevamo regole troppo restrittive. Si tratta di un cambiamento figlio dei tempi, ormai gran parte della nostra vita è tracciabile digitalmente e i nostri movimenti sono registrati da migliaia di telecamere collocate ovunque. Sono comunque convinto che le aziende italiane sapranno farne buon uso, avendo la maturità e l’intelligenza per non abusarne.