Ci salvi chi può: intervista a Ferruccio De Bortoli

Nato a Milano il 20 maggio 1953, Ferruccio De Bortoli è stato direttore del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore, amministratore delegato di Rcs Libri e presidente di Flammarion. Dal 2015 è presidente della casa editrice Longanesi e dell’associazione Vidas (Foto Giuseppe Cacace-AFP-Getty Images) 

Ci Salveremo . L’ultimo libro di Ferruccio De Bortoli (Garzanti) è come un vaso di Pandora. Uno per uno, scoperchiato il si­stema Italia, escono fuori i mali e i malan­ni che hanno afflitto e stanno affliggendo il nostro Paese. Nel lungo e dettagliato re­soconto, in forma di editoriale, De Borto­li va a scandagliare i tanti terreni su cui si radica il sentire comune, che l’ultimo rap­porto Censis ha identificato con la “cat­tiveria”: dalla crisi economica all’Europa matrigna, dai furbetti ai cervelli in fuga, dalla politica strillata dei like all’assenza di un vero progetto per il Paese. Ma sul fondo, come nella leggenda, resta la spe­ranza, rappresentata dai tanti italiani che, invece, lavorano e si adoperano per la ci­viltà e il bene comune. 

Direttore, il suo suona come un appello ab­bastanza accorato, è un quadro così fosco quello che appare ai suoi occhi?
Non del tutto, nel senso che ci sono dei “se” da soddisfare. Ci salveremo se risco­priremo l’importanza del bene comu­ne, se rilanceremo l’educazione civica a scuola, se rinsalderemo i legami di solida­rietà che un Paese che vuole costruire il proprio futuro deve avere, se avremo una classe dirigente all’altezza del proprio compito e non ripiegata su se stessa, se rispetteremo le leggi e pagheremo le tas­se, saremo buoni cittadini e ci occupere­mo del nostro Paese. Mi rendo conto che ci sono moltissimi “se”, ma il capitale sociale che ho cercato di descrivere nel li­bro è una ricchezza immensa, uno degli elementi di forza del Paese e terreno sul quale può crescere moralmente ed eco­nomicamente.

L’immagine che emerge dal suo ritratto dell’Italia è di una società malata da un lato e di un capitale umano valido dall’altro, che però è frammentato e fa fatica a farsi senti­re. Quale soluzione si prospetta?
Noi abbiamo comunità locali, relazio­ni personali, gruppi che sono particolar­mente proficui ed efficienti nel fare del bene. L’Italia è uno dei Paesi che dona di meno, in termini monetari, rispetto ad esempio agli Stati anglosassoni, ma in cui magari in maniera disordinata, disar­ticolata, non sistemica, le persone danno molto del proprio tempo a favore degli al­tri. Questo capitale sociale è sì, frammen­tato purtroppo, non messo a sistema che non realizza le necessarie sinergie, ma che potrebbe essere la base se facessi­mo più investimenti nel sociale, nella co­noscenza, nella qualità della cittadinanza, per un rilancio futuro. Potrebbe anche es­sere il luogo dove si sperimentano nuove forme di aggregazione, quindi la riscossa civica, i corpi intermedi, magari gli stessi partiti e perché no, anche nuove forme economiche come la sharing economy, che è tipica del terzo settore. 

È dalla politica che dovrebbe partire quest’opera di ricostruzione?
Direi che dovrebbe partire dalla società stessa, da una consapevolezza prima di tutto individuale del cittadino, che può fare molto per il proprio Paese anche fa­cendo poco di piu ogni giorno. Individuo che si sente sperduto, a volte alla deriva, escluso ma che forma comunque quel welfare privato che è il motivo per cui nel 2008, quando è scoppiata la crisi che ha impoverito l’Italia, da noi non c’è stata una reazione violenta. Abbiamo un asso­ciazionismo estremamente attivo, diffu­so, quindi lo stesso cittadino, che maga­ri esprime nei rapporti con la politica un pessimismo e una insoddisfazione quasi cosmici nei confronti del destino del Pa­ese, non ha lo stesso approccio nei con­fronti della propria comunità, del pro­prio ambito. Ne va molto più orgoglioso. Quello che manca è il raccordo tra queste realtà e la dimensione nazionale, il senso dello Stato che noi non abbiamo. Forse non l’abbiamo mai avuto, ma soprattutto in questo ultimo periodo. Un esempio è che non si pagano le tasse, perché non si ritiene che possano servire a beni comuni come la sicurezza, oppure l’idea che il de­bito nazionale non sia qualcosa di nostro, di cui essere singolarmente responsabili. Non ci appartiene. E questo si traduce in un senso di irresponsabilità generale nei confronti delle prossime generazioni. A livello generale. Ma non a livello delle fa­miglie, che sono molto coscienziose, ri­sparmiano, si preoccupano del futuro dei figli. Lo Stato è preoccupato del futuro dei cittadini? No, perché il senso dello Stato è venuto meno, così come è venuto meno quel patto generazionale per cui la gene­razione senior lavora anche per lasciare un futuro alla junior. È venuto meno nel senso che i giovani si sentono traditi dai senior (governo, aziende, ceto medio…) sia nell’uso delle risorse che nella crescita economica. Lì si celebra la rottura e la di­saffezione allo Stato e alla società nel suo insieme. L’immagine dello Stato che ab­biamo oggi è di un potere forte, protet­tivo, che deve garantire tutto, anche il la­voro. Siamo vicini al precipizio, ma siamo ancora in tempo.

Siamo nell’era della comunicazione globa­le, non crede che i media abbiano le loro responsabilità per questo disorientamento generale e per la mancanza di un senso del­lo Stato?
I media devono denunciare i difetti del Paese, ma soprattutto le colpe della clas­se dirigente. Una classe gerontocratica, in cui non c’è ricambio e che non lascia spazio ai giovani e li spinge ad andare via. Una classe dirigente che in alcune sue éli­te non condivide i doveri della cittadinan­za con gli altri appartenenti alla comunità italiana, pensiamo a chi trasferisce i capi­tali o le sedi legali all’estero e alimenta un senso di estraneità rispetto al proprio Pa­ese che porta alla disaffezione, e soprat­tutto dà un pessimo esempio. Il cattivo esempio dell’élite dirigente genera quel rancore di cui ha parlato il Censis.

Eppure sembrerebbe che ciò non accada, anzi. Siamo in un momento storico in cui vince chi strilla piu forte, indipendentemen­te dal contenuto proposto.
Il mondo dei media – con alcune eccezio­ni – in Italia sconta un problema di cor­rettezza e profondità dell’analisi, nonché naturalmente di onestà intellettuale. Pur­troppo, questo è un Paese che non si rac­conta la verità, e in assenza di verità tutte quelle qualità che farebbero la differen­za restano frammentate e marginali. La tempestività purtroppo fa preda sull’ac­curatezza, la risorsa che scarseggia è l’at­tenzione dei lettori oltre alla loro capacità di lettura. I mezzi d’informazione tendo­no a semplificare troppo ed è inevitabi­le una certa banalizzazione dell’informa­zione. L’approfondimento ha bisogno di lunghezza ma anche di piacevolezza: il lettore va interessato, ma da parte sua è richiesto un minimo sforzo. Il digitale, per sua natura, potrebbe avere le caratte­ristiche di penetrazione adatte per unifi­care quelle parcellizzazioni sociali “posi­tive”, ma il rischio è che diventi un modo di omogeneizzare le fonti d’informazione e ritenere che basti uno sguardo distratto su una home page per capire tutto di un avvenimento. Il primo punto che riguar­da la qualità della nostra vita è preservare il pensiero critico dei cittadini-lettori ed evitare che si trasformino in naufraghi o sudditi di una rete, che alla fine, proprio per i meccanismi con cui le reti funzio­nano, verrebbero nutriti solo con ciò che vogliono sentirsi dire.

Oggi per gestire una società complessa, in rapida trasformazione, con problematiche nuove, servono manager illuminati o quelli che un tempo si chiamavano statisti?
Servono persone di buon senso, mentre oggi sta prevalendo il senso comune. Per­sone che sappiano capire il cambiamen­to, interagire con i nuovi mezzi offerti dal­la tecnologia, e abbiano ben chiaro qual è il bene comune, e che sappiano gestire consapevoli che ogni scelta ha un costo-opportunità. Soprattutto che non esisto­no risorse infinite, non esistono né pasti gratis o torte da dividere. Ma anzi, che ci sono sacrifici da condividere, ma in ma­niera equa. Che è diverso.

Uno dei temi in cui forse la società italia­na è piu indietro rispetto ai grandi Paesi eu­ropei riguarda le politiche di genere, e un vero sentimento di parità sembra latitare. Potrebbe essere uno dei fattori per la for­mazione di un nuovo sentimento di citta­dinanza?
Noi abbiamo assolutamente bisogno di una parità di genere che non sia una va­riabile debole del politicamente corret­to. Abbiamo bisogno della visione delle donne, che il futuro sia gestito soprattut­to da loro. Solo così potranno dimostrare che la società si può costruire in un altro modo. E che sia possibile, nonostante tut­to, io ci credo. Ecco perché nel titolo del mio libro non c’è punto interrogativo.