Asset management: intervista a Stefano Volpato di Banca Mediolanum

Stefano Volpato ha assistito all’evoluzione di quella che è oggi Banca Mediolanum: entrato nel 1986 come consulente finanziario nell’allora Programma Italia, dal 2011 ricopre l’incarico di direttore commerciale dell’istituto

Tassi al tappeto, crisi della famiglia, invecchiamento della popolazione, passaggio generazionale dei patrimoni e un contesto economico difficile. Oggi sono tante, forse troppe, le sfide per i risparmiatori italiani. E navigare nei mercati finanziari non è certo facile: ecco perché vi è sempre più bisogno di professionisti in grado di aiutare le famiglie a pianificare il proprio futuro a livello finanziario. Spesso, inoltre, la scelta di risparmio degli italiani è quella “primitiva” dell’accantonamento sui conti e depositi: lo stock di liquidità a fine 2018 era di quasi 1.400 miliardi di euro, secondo i dati di Bankitalia. «Siamo di fronte a un cambiamento epocale», dice a Business People Stefano Volpato, direttore commerciale di Banca Mediolanum.

A proposito di epoche, l’espressione “Italiani Bot People” è ormai desueta: siamo entrati nella nuova epoca di tassi negativi e investire nel reddito fisso, guadagnando qualcosa, è diventato sempre più difficile. Come se ne esce?
Quando parliamo dell’attuale situazione dei tassi di interesse è assolutamente corretto usare il termine “epocale”: se consideriamo gli ultimi 200 anni di storia, non si sono mai visti tassi così bassi come quelli correnti. Ciò ha totalmente spiazzato i risparmiatori italiani, anche perché negli ultimi 50 anni la soluzione più gettonata è stata l’investimento in titoli di Stato, accanto ai depositi sui conti correnti. Era la scelta più ricorrente perché rispondeva a dei requisiti molto apprezzati: la semplicità dello strumento, l’immediatezza nella comprensione e, di fatto, l’assenza di rischio. Il tutto determinava una particolare predisposizione: un buon rendimento senza una pianificazione dei propri risparmi, funzionale ai progetti di vita. Questo approccio oggi non ha più senso, di fronte a tassi negativi addirittura a 30 anni in Paesi come, ad esempio, Germania, Olanda e Finlandia. Anche in Italia per avere un rendimento superiore all’1% bisogna guardare alle lunghe scadenze, oltre i dieci anni. Pensi che il titolo decennale paga lo 0,80% lordo! Se aggiungiamo anche la tassazione, il rendimento in obbligazioni è quasi pari a zero. Di fatto un’erosione del risparmio. 

La popolazione italiana, inoltre, al pari di quella degli altri Paesi, sta vivendo un processo di progressivo invecchiamento. Quali contromisure prendere dinanzi alle nuove dinamiche demografiche?
 Il sistema sociale italiano, che si è retto per decenni sulla famiglia, che ha sempre svolto il ruolo di “compagnia assicurativa” di se stessi, grazie al meccanismo di solidarietà e di sostegno tra i vari componenti, è profondamente cambiato. Un cinquantenne padre di famiglia oggi si trova di fronte problemi completamente diversi rispetto a un cinquantenne di 20 o 30 anni fa. Pensiamo ai nostri figli. I giovani della mia generazione raggiungevano l’indipendenza economica intorno ai 25 anni. Uno studio della Fondazione Visentini ha stimato che un ventenne che inizia a lavorare oggi raggiungerà un’autonomia finanziaria a quasi 40 anni. Un cambiamento dagli effetti dirompenti. A tutto ciò si aggiunge il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione: i nostri genitori vivono più a lungo e quindi hanno un bisogno maggiore di cure. Se non sono più autosufficienti, parliamo di una spesa dai 2 mila ai 3 mila euro al mese, tra assistenza o rette per le strutture di ricovero. Infine, un 45enne con uno stipendio lordo di 75 mila euro, percepirà una pensione con un tasso di conversione del 37%: significa che chi ha oggi uno stipendio di 3 mila euro si ritroverà domani una pensione di mille euro. Parliamo, insomma, di un mondo completamente diverso, uno scenario nuovo, in cui gli italiani continuano a risparmiare accumulando sul conto corrente e basta. Una non risposta, perché lasciare i soldi sul conto corrente non solo non è una scelta efficace, ma è addirittura distruttiva.

Ci spieghi meglio...
 È scientificamente dimostrato che i soldi che ci teniamo in tasca, cioè sui conti correnti e quindi nella totale disponibilità, sono quelli che più facilmente spendiamo. Quei soldi vanno protetti sia dalla possibilità di spesa sia dalle dinamiche inflattive affinché diventino i nostri alleati e lavorino per noi. Per questo c’è bisogno di una finanza semplice, buona, non sofisticata, con tre obiettivi: togliere i rischi e mettere al sicuro il nucleo famigliare per garantire la continuità di reddito; aumentare le risorse creando una maggiore consapevolezza delle proprie spese attraverso un percorso virtuoso di accantonamento e rendere efficiente il risparmio già accantonato.

Stefano-Volpato-Mediolanum

In questo percorso hanno un ruolo di primo piano i consulenti finanziari, che possono fare molto sul fronte dell’educazione economica. Che cosa è cambiato nel mondo del risparmio negli ultimi anni?
 La totale assenza di soluzioni semplici e immediate, che erano l’ideale per il fai-da-te in passato e la complessità dei bisogni delle famiglie rendono indispensabile essere affiancati da un consulente finanziario. Una volta poteva essere un’opzione, oggi è una strada obbligata: è come se nella società italiana stesse scoppiando un’epidemia e il consulente finanziario fosse il solo professionista che possiede l’antidoto, per dirlo attraverso una metafora.

Facciamo, però, degli esempi pratici. Uno dei mantra del vostro fondatore, il presidente Ennio Doris, è: «Non vendere mai nelle fasi di ribasso». È difficile spiegare, tuttavia, e mettere in pratica questa semplice regola. Che cosa ci frena?
 L’evidenza empirica, che è molto distante dal percepito comune, è che i mercati finanziari siano una macchina in grado di generare enorme ricchezza. I consulenti devono essere dei generatori di benessere attraverso la loro capacità di portare le persone a partecipare alla forza propulsiva dell’economia mondiale e cioè ai mercati finanziari. Per spiegarlo, basta fare un esempio: prendiamo quattro persone con età diverse, diciamo di 60, 40, 50 e 30 anni e ipotizziamo che i loro rispettivi genitori avessero investito mille euro, il giorno in cui sono nati, nell’indice MSCI World, che rappresenta i principali titoli azionari quotati nelle più grandi Borse del mondo, cioè investiti nell’azionario globale. A consuntivo vedremmo che le quattro persone sono state fortunate in maniera diversa, perché l’andamento dell’investimento dipenderà dal giorno e dall’anno di nascita. Sappiamo poi che le Borse sono volatili, ma nel lungo periodo crescono sempre. Quello che è certo, però, è che alla fine tutti avrebbero guadagnato: tanto più coloro i quali hanno lasciato lavorare i mercati per un periodo maggiore.

La gestione delle emozioni influisce, quindi, nella gestione degli investimenti. Che cosa possono fare gli investitori?
 Le regole per entrare nei mercati finanziari e guadagnare sono molto elementari, ma non facili da rispettare. Ne dico una: entrare nel mercato e, soprattutto, restarci, che è la cosa più difficile, perché entra in gioco l’emotività. Se una persona avesse investito nel 2007, l’anno successivo al fallimento di Lehman Brothers avrebbe visto i suoi investimenti crollare e la tentazione di uscire sarebbe stata molto forte, con una perdita però di oltre il 50% del proprio capitale investito. La consapevolezza di questa componente emotiva ci rivela che l’unico “vaccino” è usare metodo e disciplina, che sono fattori determinanti per entrare nei mercati e costituiscono le due variabili della performance: il metodo nell’acquisto e la permanenza nei mercati. Solo in questo modo si vince. E si vince sempre.

Un altro tema importante è quello della protezione. Anche in questo caso la risposta in generale da parte delle famiglie non è adeguata. Stando anche agli ultimi dati delle authority di settore, le famiglie investono dieci volte tanto nelle lotterie rispetto a quanto investono per assicurarsi. Cosa fare, dunque?
 Il primo passo è l’eliminazione di tutti i rischi che ci impediscono un percorso di pianificazione dell’intero ciclo di vita della famiglia e di compiere delle scelte, non solo riferite alle esigenze di oggi, ma soprattutto a quelle future. Che cosa rappresenta il settore della protezione? Una sorta di scudo con l’obiettivo di mettere al sicuro se stessi e i propri cari, oggi come in futuro, dai grandi rischi e dagli imprevisti. Questo rappresenta il primo vero passo della pianificazione finanziaria complessiva e integrata del nucleo familiare: proteggere e mettere al sicuro ciò che noi definiamo “capitale umano”. 

Parliamo dei Millennial: saranno loro a ereditare i patrimoni delle famiglie italiane e i protagonisti dell’economia nei prossimi anni. Cosa distingue questa generazione rispetto a quella dei loro genitori?
 L’approccio dei Millenial è molto più tecnologico e “smart”. Tutti quanti guardiamo con interesse a questo segmento, anche se la ricchezza è ancora concentrata in un target di età sopra i 50 anni. Il tema, quindi, è quello del passaggio generazionale, che in Italia è merce rara. Gli italiani che hanno fatto testamento sono appena l’8%. Chi si occupa di passaggio generazionale in genere si preoccupa che sia fiscalmente efficiente e giuridicamente inoppugnabile. Ma c’è un terzo aspetto da tenere in considerazione: dobbiamo preparare le persone a ricevere i patrimoni. Non dobbiamo pensare solo a lasciare un patrimonio ai nostri figli, ma li dobbiamo preparare finanziariamente alle sfide della vita e alle scelte che determineranno il loro benessere.

Intervista pubblicata sul numero di Business People, novembre 2019