Sir Andrew Barron Murray, nato a Glasgow il 15 maggio 1987, è il tennista numero 1 del ranking Atp (fa parte della Top 10 dal 2007), nonché il primo britannico a vincere un titolo del Grande Slam dal 1977 (Foto © Getty Images)

Andy Murray è rilassato. Anche dopo un volo di nove ore da Londra a Pechino, con un servizio fotografico programmato per il pomeriggio stesso del suo arrivo. Persino dopo due ore di allenamento sul campo lo stesso giorno. Addio jet lag! Questo è stato un anno fantastico per il tennista inglese, con un trionfo a Wimbledon e una medaglia d’oro ai giochi di Rio, vittorie nei tornei di Shanghai e Pechino e il primo posto nel ranking mondiale alla fine dell’anno appena concluso. Ha giocato più partite nel 2016 di qualunque altro tennista, facendo preoccupare alcuni esperti, i quali temevano che il suo fisico non avrebbe retto. Ma, come si dice, bisogna battere il ferro finché è caldo. Abbiamo chiacchierato con Andy della sua carriera e delle terribili barzellette del suo coach Ivan Lendl.

La sua è una famiglia sulla quale aleggia lo spettro dello sport professionistico: ha sempre saputo che questa sarebbe stata la tua vita? Aveva un piano B?
Crescendo ho sempre amato lo sport, ho praticato qualunque disciplina. Mio nonno era un calciatore professionista e mia madre è stata allenatrice ed ex giocatrice di tennis, quindi per me quest’ultima disciplina era una strada piuttosto semplice da percorrere. In realtà ho giocato molto anche a calcio fino ai 13-14 anni, ma a un certo punto ho dovuto decidere a quale sport mi sarei dedicato seriamente. Ho fatto dei provini con i Glasgow Rangers, così se con il tennis non avesse funzionato, avrei tentato una carriera nel calcio professionistico.

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LA PRESSIONE FA BENE,

SPINGE A MIGLIORARTI SEMPRE.

IL NERVOSISMO

MI FA GIOCARE AL TOP

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Com’è Dunblane (Scozia, ndt ), la sua cittadina d’origine? Ho letto che i suoi nonni vivono ancora lì e che anche è ancora molto legato alla comunità.
Sono cresciuto a Dunblane e ha un posto speciale nel mio cuore. Anche se adesso riesco ad andarci solo due o tre volte l’anno, è il luogo cui appartengono alcuni dei miei ricordi più belli. È lì che l’anno scorso mi sono sposato, mia moglie Kim, i miei nonni e mio padre ci vivono ancora. Recentemente ho comprato e ristrutturato lì un vecchio hotel (Cromlix House). Mio fratello si era sposato proprio lì qualche anno fa e tanti miei amici e parenti frequentano il suo ristorante, l’Albert Roux Restaurant: è una cosa bellissima. Il sostegno che mi ha dato la città negli anni è stato incredibile, le sarò sempre grato per questo.

Ha lasciato casa a 15 anni per andare ad allenarsi in Spagna. Come mai questa scelta?
Andare via di casa non è mai facile, ma di nuovo si è trattato di un momento della mia vita nel quale ho capito che se volevo farcela e inseguire seriamente una carriera da professionista, dovevo fare in modo di trovarmi nel miglior contesto possibile. Avevo sentito parlare molto di Sanchaz-Casal e molti fra i migliori tennisti del mondo si allenavano tutti i giorni sulla terra rossa, che nel Regno Unito non c’era. Dopo averne parlato a lungo con i miei genitori, ho deciso che se volevo essere il più forte dovevo allenarmi al meglio, così me ne sono andato a Barcellona. Ed è andata piuttosto bene…

Quando è stato annunciato che Ivan Lendl sarebbe stato il suo allenatore, la gente era sorpresa per diversi motivi, non da ultimo la vostra marcata differenza caratteriale. Vi conoscevate bene prima di questa decisione? Aveva visto i suoi match epici contro Borg e McEnroe?
Penso che la gente fosse sorpresa perché all’epoca erano pochi i giocatori che avevano scelto un grande ex del tennis come allenatore. Continuavano a dire quanto eravamo diversi, ma in molti avevano dimenticato che Ivan aveva perso tre o quattro finali di grandi slam prima di riuscire a invertire la rotta. In quegli anni anche io avevo perso qualche finale ed ero alla ricerca di qualcuno che mi aiutasse a passare oltre. Ivan da giocatore è stato un lavoratore incredibile e ha capito subito come tirare fuori il meglio da me. Durante la sua carriera ha giocato delle partite pazzesche, probabilmente è stato uno dei più grandi tennisti del suo periodo, e io sapevo senza ombra di dubbio che si trattava della persona giusta.

Può spiegare in che cosa il suo metodo di allenamento si differenza dagli altri? C’è qualche suo lato che ha avuto modo di scoprire durante gli allenamenti e che il pubblico non conosce?
Non direi, Ivan è semplicemente Ivan. È come nessun altro. È in grado di farmi lavorare sodo, ma capisce anche quando ho solo bisogno di qualcuno che ascolti le mie preoccupazioni, e lui sa farlo benissimo. Mi chiede sempre se c’è qualcosa su cui voglio lavorare (cosa che di solito sa già perfettamente!). È un gran bravo ragazzo, un tipo divertente che rende facile allenarsi. Ha bisogno di lavorare anche alle sue barzellette, molte delle quali sono irriferibili!

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UOMO O DONNA NON FA DIFFERENZA

IN TERMINI DI CAPACITÀ.

LE PERSONE LO DEVONO ACCETTARE

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Rispetto all’epoca di Lendl, sembra che oggi si giochi molti più a lungo, a volte ben oltre i 30 anni. Mi chiedo se lei ne abbia mai parlato con lui. Come spiega che si possa giocare per così tanto tempo? È per come ci si prepara? Sono le racchette?
È davvero difficile paragonare le nostre ere del tennis, perché le differenze tra ieri e oggi sono immense. C’è molto più da offrire ai giocatori per aiutarli a giocare più a lungo. Gli atleti sfruttano al massimo i fisioterapisti, perché riconoscono l’importanza del recupero e il fatto che serva molto più del mero allenamento per mantenere il corpo in perfette condizioni. Oggi si dà molta più enfasi nell’essere forti e flessibili di quanta ce ne fosse allora, e questo è ovviamente importante per la forma fisica e la salute (anche) dopo la tua carriera. La tecnologia è anch’essa cruciale, all’epoca le racchette erano pesanti, raramente customizzate e abbastanza basiche, mentre ora è completamente diverso; la tecnologia è incredibile. Ci sono stati anche progressi nell’alimentazione. Tanti piccoli miglioramenti in diverse aree che si sono sommati.

Da fuori sembra che il tennis professionistico sia ora tanto questione di forza mentale che di pure qualità tecniche. Uno come Djokivic sembra giocare ancora meglio i punti più importanti. Lei mostra più emozioni, ma è comunque uno dei migliori al mondo. Come si prepara mentalmente per riuscire competere a livelli così elevati?
Credo sia importante ricordare che ogni tennista è diverso. Mi aiuta mostrare le mie emozioni in campo, non credo faccia bene reprimerle sempre, e così le lascio venire a galla. Se sono frustrato dopo un punto, a volte lascio che emerga, ma è vitale restare focalizzati sul successivo e non lasciarsi condizionare. Devi assicurarti di credere sempre in te stesso e questo deriva dal lavorare il più duramente possibile, specialmente quando non sei sul campo. Per essere in grado di competere ai massimi livelli devi allenarti più rigorosamente di chiunque altro e questo è qualcosa che credo mi aiuti davvero quando affronto match lunghi e difficili.

Ha una routine specifica per affrontare la pressione costante, dentro e fuori dal campo?
Cerco semplicemente di non cambiare nulla. Io e il mio team seguiamo una routine nei giorni delle partite che cambiamo raramente: faccio sempre lo stesso riscaldamento, gli stessi esercizi di allenamento e mangio quasi sempre alla stessa ora prima di ogni match. So che se faccio tutte queste cose sarò nella migliore condizione per vincere. Avere la certezza di aver lavorato sodo per essere on quella condizione è tutto quello che devo sapere per affrontare con sicurezza una partita.

Per un periodo, prima dei successi del Grande Slam, ha sostenuto l’eccezionale pressione di rappresentare un’intera nazione, la Gran Bretagna. Come l’ha affrontato? Ha mai pensato fosse ingiusto?
La pressione fa bene, spinge a migliorarti sempre. La gente mi ha sempre chiesto come gestissi la pressione di un intero Paese che voleva che vincessi Wimbledon e se questo mi avesse emozionato. A essere onesti, per certi versi me la sono goduta, nel senso che era bello sapere che così tante persone volessero che vincessi e avevano a cuore il risultato. È lo stesso per il nervosismo: me lo “godo” perché mi mantiene concentrato, teso e pronto a giocare al meglio.

Pensa che il successo, in particolare i riconoscimenti del Grande Slam, l’abbiano aiutata a essere più rilassato di prima?
È importante non farsi trasportare, non importa quanto successo tu abbia avuto. Devi concentrarti su un match alla volta, è fin troppo facile guardare avanti o indietro ad altri risultati. La cosa principale è focalizzarsi sulla propria partita. Finché ti prepari al meglio per ogni torneo e dai tutto, puoi sempre lasciare il campo a testa alta, indipendentemente dalla pressione o dal risultato.

Lei è forse il primo tennista professionista uomo a essere stato allenato da una donna, Amelie Mauresmo. All’epoca se ne è parlato molto. Ha mai notato differenze tra l’essere allenato da un uomo o da una donna?
No, ogni coach ha caratteristiche diverse, ma questo riguarda lo stile di allenamento; il sesso non comporta alcuna differenza a livello di capacità.

Secondo lei, cosa deve essere ancora fatto per rompere le barriere di genere?
È davvero difficile rispondere, perché oggi non ci sono molte allenatrici nel tennis maschile. Le persone devono accettare e riconoscere che il sesso non fa differenza in termini di abilità o professionalità.

È da poco divenuto il numero uno del ranking Apt. Raggiungere questa posizione è sempre stato un suo obiettivo o lo è diventato quando ha conquistato il secondo posto?
Essere il numero uno è il sogno di ogni giocatore. Insieme al Grande Slam significa raggiungere il punto più alto in questo gioco. Poter dire che sei stato il migliore del mondo in quello che fai non è cosa da tutti. È sempre stato un mio obiettivo, sono solo stato sfortunato per il fatto che così tanti atleti intorno a me abbiamo giocato così bene e con tanta costanza. Ho sempre avuto in mente questo traguardo, ma ho anche cercato di non fissarmi troppo su questo punto, ho solo pensato a concentrarmi sul momento che stavo vivendo, a prepararmi al meglio per ogni partita per avere le maggiori chance di successo. Da lì poi, se tutto va bene, il ranking si prende cura di se stesso!

Ho letto che è appassionato di boxe, è vero?
Amo la boxe. Credo che Muhammad Ali sia stato il più grande sportivo mai vissuto e la sua carriera mi ha sempre affascinato. Ha lavorato molto duramente dentro e fuori dal ring, un aspetto che ho sempre cercato di imitare nella mia carriera. Se c’è un incontro di boxe faccio in modo di vederlo, soprattutto se combattono degli inglesi. La boxe britannica è davvero forte al momento e abbiamo campioni del mondo in molte categorie, che è un bene per questa disciplina. Però non so se avrei il coraggio di salire sul ring, è uno sport brutale.

Parlando di moda, l’abbiamo vista vestito elegante più spesso negli ultimi anni. Può definire il suo stile e un marchio che le piace indossare?
Vivo la maggior parte del tempo tra campi da tennis, palestra e camere d’albergo, perciò probabilmente non sorprende che preferisca gli abiti comodi. Per me è importante indossare un outfit pratico durante il giorno, per fortuna Under Armour produce degli ottimi abiti. Hanno appena lanciato UA Sport, una linea che ha debuttato alla New York Fashion Week ed è perciò un po’ più lussuosa rispetto allo sportswear tradizionale. Però ammetto che al momento giusto mi piace indossare un bell’abito. Ci sono tantissimi sarti inglesi davvero brillanti.

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È STATO UN ANNO ECCEZIONALE,

MA POSSO FARE ANCHE MEGLIO.

QUESTO MI ENTUSIASMA

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So che è coinvolto in iniziative di beneficenza, può dirmi qualcosa di più in merito?
Per me è sempre stato importante ridare indietro qualcosa di quanto ho ricevuto dalla vita quando posso, e sono davvero fortunato a poter lavorare con alcune incredibili associazioni di beneficienza. Sono molto interessato al benessere degli animali, perciò lavoro da anni con Wwf e United for Wildlife. La gran parte del mio lavoro con loro si concentra sulla salvaguardia della fauna selvatica e la lotta contro il commercio illegale di questi animali. Siamo eccezionalmente fortunati a vivere su un pianeta che ospita specie così meravigliose e dovremmo fare tutto il possibile per tutelarle e non approfittarcene. Sono impegnato anche nella protezione dei bambini nel mondo, soprattutto quelli che vivono in aree pericolose o coinvolte nelle guerre. L’Unicef fa un lavoro incredibile nel prendersi cura e sostenere i piccoli rifugiati, che hanno dovuto abbandonare le loro case a causa dei conflitti, e poter riunire i bambini alle famiglie e fornire loro un rifugio e del cibo è davvero importante per me. Le immagini degli ultimi anni hanno scioccato tutti, ma mi hanno colpito in modo particolare in quanto neo-padre, perciò verso la fine della stagione, per ogni ace fatto, ho devoluto una donazione per sostenere l’impegno dell’Unicef nel campo della crisi dei rifugiati in Europa. In aggiunta, un’altra causa incredibilmente importante per me è debellare la malaria. Più di un milione di persone muoiono ogni anno per questa malattia, che sarebbe però prevenibile. Speriamo di poterla sradicare finché sarò ancora in vita, perciò lavoro anche con Malaria No More che fa molto in questo campo. Non collaboro con le charities solo come ambasciatore, di recente ho preso parte a una partita-esibizione di beneficienza (Andy Murray Live), che ha riscosso un grande successo. Abbiamo raccolto una cifra eccezionale per l’Unicef e un’associazione locale chiamata Young Peoples Futures. Prima o poi speriamo di portare l’iniziativa in giro per il mondo e raccogliere più soldi possibile ovunque andremo!

Come immagina il suo futuro? Pensa che proverà con l’allenamento o intraprenderà una strada completamente diversa?
Al momento non sono sicuro, ho ancora di fronte alcuni anni di gioco, perciò non ci ho pensato più di tanto. Ritengo tuttora che il mio tennis migliore debba ancora venire, quest’anno è stato uno dei più eccezionali per me, ma penso comunque di poter fare meglio e questo mi entusiasma molto. Credo che in un primo momento mi prenderò di certo del tempo lontano dal tennis, per stare con la mia famiglia. È uno degli aspetti più duri della vita di un atleta professionista il fatto di trascorrere lunghi periodi lontano dai propri cari, perciò penso che non appena smetterò di giocare resterò più tempo possibile a casa. Forse dopo una pausa potrei iniziare con la carriera da allenatore, è un’attività che m’interessa. Ho anche aperto una mia agenzia di management, perciò mi piacerebbe anche lavorare con giovani talenti di altri sport, ho molte conoscenze da trasmettere loro. In ogni caso, ora come ora sono alquanto concentrato sul fare del mio meglio come giocatore sul campo e come padre e marito al di fuori.

*Coolhunt / The Interview People (traduzione di E. Corti, C. Lulli, E. Melideo)