Pink Floid

Trent’anni fa usciva uno dei dischi più importanti e influenti delle recente storia del rock. Si tratta di The Wall dei Pink Floyd, opera monumentale, sovversiva, lacerante (che causò fortissimi dissidi interni alla band, con l’”epurazione” di Richard Wright) e, tuttora, dal fascino immutato. Un concept album (non il primo della formazione, che già aveva sperimentato questa forma artistica con l’eccellente Ummagumma di dieci anni prima) ispirato alla storia di un personaggio - Pink - e alle sue inquietudini. Ma anche, e soprattutto, un disco ambizioso e destinato a essere un punto di svolta, non solo per il suo impatto sul mercato discografico, ma per l’idea di fondo che lo rese “oggetto” di rappresentazioni live incredibili, e protagonista di una trasposizione cinematografica di grande effetto, tre anni più tardi, a opera di Alan Parker. The Wall è innanzitutto il disco di Roger Waters (David Gilmour regala comunque splendidi assoli di chitarra, e firma una delle vette assolute Confortably Numb ) che nasconde una tormentata autobiografia e in cui peraltro aleggia ancora il fantasma di Syd Barrett. Sintesi del percorso artistico degli splendidi anni ‘70 dei Pink Floyd (ricordiamo The Dark Side of the Moon ), sapiente (e forse un po’ ruffiano) contenitore di drammi esistenziali e schizofrenie dei giovani di allora, The Wall mantiene comunque ancora oggi una capacità di suggestione incredibile; un tale carico di immagini e simboli che lo hanno inserito per sempre nella storia del rock. Ed esattamente dieci anni dopo, curiosamente, come ben sappiamo un altro famoso muro conquistò le cronache mondiali...