Calabrese di nascita, romano negli anni decisivi della formazione, è però a Milano che Mimmo Rotella (Catanzaro 1918 – Milano 2006) ha trascorso gli ultimi decenni della sua vita, a partire dagli anni ‘80.

Una grande mostra nella città meneghina era, secondo il presidente della Fondazione a lui intitolata, Rocco Guglielmo, un suo sogno da allora: un sogno che si avvera postumo, a Palazzo Reale, grazie alla collaborazione di Comune di Milano - Cultura, Palazzo Reale, Mimmo Rotella Institute e Fondazione Mimmo Rotella e alla cura di Germano Celant, che parallelamente sta lavorando a un monumentale catalogo ragionato dell’artista.

GUARDA NELLA PHOTOGALLERY ALCUNE OPERE IN ESPOSIZIONE A PALAZZO REALE.

Intitolata Mimmo Rotella. Décollages e retro d’affiches (fino al 31 agosto) e comprensiva di circa 150 opere, la mostra si presenta come una ricognizione, dal deciso taglio scientifico, della prima fase del lavoro dell’artista, dal 1953 al 1964 (anno della sua partecipazione alla Biennale di Venezia): quella, cioè, in cui mette a punto i codici operativi destinati a farne uno dei protagonisti dell’arte del secondo ‘900, décollages e retro d’affiches.

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LA MOSTRA COMPRENDE CIRCA 150 OPERE

E SI PRESENTA COME RICOGNIZIONE

DELLA PRIMA FASE DI LAVORO DELL’ARTISTA

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Entrambi prendono le mosse dallo stesso gesto: il prelievo dei manifesti stratificati sui muri delle città vissute dall’artista, Roma in particolare.

Rotella li colleziona, li ammassa («sotto il mio letto», scrive) prima ancora di iniziare a fissarli su un supporto, dando evidenza di volta in volta al fronte (décollages) o al retro.

Un’appropriazione della realtà che Antonella Soldaini, curatrice associata della mostra, mette in relazione col suo amore per il jazz e con la ricerca poeticoperformativa che sviluppa verso la fine degli anni ‘40, caratterizzata dall’uso delle parole in chiave fonetica e sul rifiuto di qualsiasi nesso logico.

È proprio questa ricerca a traghettarlo fuori dalle secche in cui la sua pittura (di matrice astratto geometrica) era caduta in quegli anni, e a salvarlo dalla crisi seguita al suo rientro da un soggiorno negli Usa.

Per alcuni anni, le due linee di ricerca (i retro d’affiches, più ostili e astratti nella loro stratificazione di carta, colle e intonaci, e i décollages, più iconici e colorati) convivranno senza frizioni; poi, nei primi anni ‘60, l’esplosione del gusto pop spingerà Rotella ad abbandonare i retro, che recavano ancora qualche traccia dell’eredità informale pur essendo, non meno dei décollages, frutto di quella «nuova costruzione del percepire e del vedere il reale, oramai dominato dall’irrealtà mediatica della pubblicità e dei nuovi strumenti del comunicare, dalla radio al cinema e alla Tv», ben individuata da Celant.

QUOTAZIONI ABBORDABILI

Il percorso, rigorosamente monografico, è però costellato da una ventina di opere di altri artisti, dai grandi del collage dadaista (Hannah Höch e Kurt Schwitters) e futurista (Enrico Prampolini), ai maestri coevi che lasciano il segno (da Lucio Fontana ad Alberto Burri, da Jean Dubuffet a Cy Twombly), fino ai compagni di strada vicini e lontani dell’avventura pop e new dada (Andy Warhol e Ed Kienholz) e ai “concorrenti” francesi Jacques Villeglé e Raymond Hains.