William Shakespeare © Getty Images

Tra i tanti misteri che aleggiano attorno alla figura di William Shakespeare, c’è quella relativa alla data della morte, il 23 aprile, che coincide con il suo compleanno (1564)

Troppo, o troppo poco. Questo è il dilemma. Il dubbio amletico torna a interrogarci. Ma questa volta lo fa col bilancino pesando il numero di eventi che celebreranno il grande Bardo. Il 2016 è l’anno di William Shakespeare, il 400esimo anniversario della sua morte. E il cigno di Stratford sarà – di nuovo – ovunque. Perché appena due anni fa, nel 2014, cadeva il 450esimo “compleanno” del drammaturgo, festeggiato in tutto il mondo in un tripudio di spettacoli, incontri e conferenze. Oggi si ricomincia con gli omaggi.

Il Wall Street Journal si è preso la briga di contare tutti i libri in corso di pubblicazione per le celebrazioni dell’evento: ne ha scovati ben 140. Di questi, più di quaranta usciranno nel mese di aprile, quando ricorre l’anniversario della morte del drammaturgo, che tra l’altro coincide (23 aprile) con il giorno della sua nascita. Un flusso di stampa che rischia di inondare le librerie, già ben provviste di studi, saggi, biografie di William Shakespeare.

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Il catalogo online WorldCat elenca ben 180 mila titoli collegati al Bardo, pubblicati in 150 Paesi. Sono migliaia anche gli spettacoli che ci attendono per tutto il 2016. Il consorzio Shakespeare 400 (shakespeare400.org) organizza e promuove incontri, esibizioni, conferenze in tutto il Regno Unito. E non solo. Negli Stati Uniti il Chicago Shakespeare Theater ha in cartellone 850 eventi. Lo Shakespeare’s Globe Theater porterà Amleto in tutti i Paesi del mondo: unica tappa italiana sarà Trieste il 16 aprile.

Se qualche critico già risponde al dilemma amletico con un laconico “too much”, troppi eventi che rischiano la bulimia culturale, l’Italia ha in cartellone programmi ben più selettivi. Tutti i maggiori teatri hanno in cartellone qualche evento scespiriano. Il Piccolo di Milano porterà in scena dal 13 al 29 aprile un programma di spettacoli in lingua inglese sotto il cappello di “Wordsandsounds Shakespeare 2.016” per la regia del Charioteer Theatre, la compagnia scozzese di Laura Pasetti. E poi ancora Re Lear , Romeo e Giulietta , Tito Andronico rivivranno nei principali teatri italiani tra i quali, in particolare, quelli di Parma, Monza, Venezia, Napoli e Roma.

Al Teatro di Stabile di Torino si va oltre il testo originale immaginando l’Amleto a Gerusalemme , secondo la scrittura di Gabriele Vacis e Marco Paolini. Troppo poco? Ce n’è per tutti i gusti. Venezia darà vita quest’estate allo Shylock Project. Si tratta una summer school di studi intensivi, dedicata a studiosi e appassionati, per esplorare il testo e il contesto de Il mercante di Venezia e del suo protagonista, l’ebreo veneziano Shylock. L’Italia, del resto, è teatro naturale delle sue opere, con Venezia, Verona e Messina, scenari delle vicende tormentate di Otello, della faida Montecchi-Capuleti e della commedia Molto rumore per nulla .

 

TRAGEDIA POP
Shakespeare è pop. C’è poco da fare. Critici letterari, attori e registi forse arricceranno il naso, ma a mischiare sacro e profano si scopre che nel grande teatro dei nostri giorni che è Facebook, il Bardo è una presenza molto viva nella cultura popolare. Basti pensare che la sua pagina, aggiornata dall’editore americano Know Doubleday, ha 16 milioni di like (Dante ne ha 200 mila e De Cervantes 300 mila) e se la gioca con superstar contemporanee come Madonna e Justin Bieber. Niente male per un signore vissuto 400 anni fa e che probabilmente non ha scritto personalmente le 37 opere e 154 sonetti a lui attribuiti. Perché sull’identità del Bardo c’è ancora molta incertezza. Il caso Shake-speare (erano firmate con il trattino le sue pubblicazioni) inizia intorno a metà 1770, quando un reverendo decide di investigare sulle origini del mito. Della vita del sommo poeta di Stratford-upon-Avon si conosce davvero poco. E molti dubitano che l’attore impresario che lavorò a Londra alla fine del 1500 potesse disporre di un bagaglio culturale (tra l’altro in più lingue) così assortito, come lo sono i drammi e le commedie di Shakespeare.
Il personaggio storico William Shakespeare è uomo di campagna, figlio della piccola borghesia, di cui non si conosce il corso di studi, ma che presumibilmente non doveva essere molto alto. Avrebbe potuto essere autodidatta come lo fu il suo rivale, il drammaturgo Ben Johnson, ma di quest’ultimo, almeno, si conserva un’imponente biblioteca. Di Shakespeare non rimane nulla. E neppure nel testamento si fa mai accenno ai suoi libri. Le prime ipotesi sulla penna che veramente scrisse Riccardo III e Macbeth si concentrano intorno al filosofo e uomo politico Francis Bacon, uno dei pochi uomini dell’epoca ad avere una cultura così vasta. Nelle opere di Shakespeare compaiono 29 mila vocaboli. La Bibbia di re Giacomo , il bestseller dell’epoca, ne aveva 6 mila. Questa tesi baconiana è sostenuta da letterati di grido come Mark Twain. E lo scrittore americano Henry James liquidava la questione con queste parole: «Sono ossessionato dalla convinzione che il divino William sia la più grande e riuscita frode mai praticata a un mondo paziente». Anche la pista italiana è stata battuta da molti ricercatori, in virtù del fatto che l’Italia è spesso scenario dei drammi e delle commedie scespiriani.

Storia e misteri 

23 aprile 1564
Nasce a Stratford-upon-Avon

1582
sposa Anne Hathaway, di otto anni più anziana

1585-1592
Sono i lost years del Bardo, gli anni perduti, periodo di cui gli storici sanno poco o nulla della sua vita

1592
Ricompare a Londra, in piena ascesa come autore teatrale

1594
Pubblica Venere e Adone e Il ratto di Lucrezia

1594-1596
Compone Romeo e Giulietta

1598-1604
Compone Molto rumore per nulla , Amleto , Otello , Re Lear

1594
fonda The Lord Chamberlain’s Men

1611
Ritorna a Stratford

1616
Muore

1623
Va alle stampe il First Folio , la pubblicazione delle sue 36 opere principali

VERSO SUD
Shakespeare è nato a Messina. Ne è convinto John Richmond, docente dell’Università di Southampton. Secondo Richmond, il Bardo si chiamava in realtà Michelangelo Florio e il cognome, da parte materna, faceva Crollalanza. E proprio la traduzione del cognome della madre in lingua inglese (ovvero l’unione di “shake” cioè scrollare, e “speare” cioè lancia) darebbe forma alla firma più nota della storia del teatro. Altra tesi è quella della scrittura a sei mani, una sorta di collettivo letterario, composto dai due Florio – Michelangelo e il figlio Giovanni, diplomatici all’ambasciata francese di Londra – che scrivevano drammi per conto dell’attore impresario William Shakespeare. Le opere di Shakespeare erano capolavori da maneggiare con cura. Perché le storie che raccontavano avevano riferimenti alla politica e ai potenti del Regno. Uno pseudonimo, o il nome di un piccolo borghese, potevano mettere al riparo dalle frecciate teatrali verso questa o l’altra corrente della corte elisabettiana. C’è infatti chi attribuisce la paternità delle immortali opere di Shakespeare a letterati del suo tempo come Christopher Marlowe, o a personaggi di spicco della monarchia come sir Walter Raleigh, il favorito di Elisabetta, la Regina Vergine (e finanche alla stessa sovrana), oppure Edward de Vere, 17esimo conte di Oxford.

INTRIGHI PER MANAGER
Le opere di William Shakespeare appassionano gli amanti del teatro e della poesia. Ma non solo. Gli intrighi dei personaggi raccontati dalla penna del Bardo di Stratford sono diventati una scuola per manager. Paul Corrigan è stato tra i primi a considerarlo come il vero guru del management contemporaneo, secondo cui a volte è meglio leggere l’Amleto che frequentare i corsi di leadership. I personaggi scespiriani hanno ancora molto da insegnare. In Shakespeare e il management , Corrigan prende in esame le loro azioni e i processi decisionali. All’Università di Oxford c’è un’aula dedicata al management scespiriano. Lungo questo filone di studi, Marco Minghetti ha fondato in Italia un centro di ricerca di humanistic management, una rivista di formazione aziendale (Hamlet ) e pubblicato un libro al riguardo (L’impresa scespiriana ), convinto che la ripresa economica arriverà solo quando l’uomo sarà rimesso al centro degli affari. Il Bardo è un faro da tenere sempre acceso. «Tutti i grandi capolavori di Shakespeare», dice Minghetti, «sono storie di leadership. E, con l’eccezione dell’Enrico V, sono vicende che finiscono male perché si tratta di leadership acquisite in modo non etico. Rileggere Shakesperare in ottica aziendale è particolarmente utile oggi nei giorni della rivoluzione digitale dove le innovazioni disruptive – Uber, Amazon e Facebook – stravolgono il nostro tessuto sociale ed economico. Tutte queste innovazioni, che piacciano o meno, rimettono però al centro l’uomo. È in fondo la visione di comunità olivettiana. E noi possiamo cambiare davvero il modo di vivere e concepire l’azienda riattualizzando i drammi di Shakespeare».