Elvis Presley - © LaPresse

Elvis “The Pelvis” Presley, altrimenti detto “The King of rock’n’roll”. Il giro d’affari generato dallo sfruttamento della sua immagine vale 55 milioni di dollari

È proprio vero: un grande mito non muore mai. Soprattutto se si ha tutto l’interesse a non farlo tramontare. I diritti d’autore, le licenze per lo sfruttamento dell’immagine e tutto quel che materialmente apparteneva in vita agli artisti che hanno scritto il proprio nome nella storia del rock sono un patrimonio di inestimabile valore. Ma si fa per dire, perché parliamo in realtà di asset ben quantificati e anzi monitorati costantemente, visto che molte delle società e delle fondazioni che fanno capo all’immortale memoria dei cantanti scomparsi sono alcune delle macchine fabbrica-soldi più efficienti che l’industria dell’intrattenimento abbia mai creato.

Elvis lives (and earns)
Un nome per tutti, la Elvis Presley Enterprises (Epe) cura gli affari legati all’idolo di Tupelo, dalla pubblicazione dei cd alle tazze con la sua faccia, passando per qualunque evento voglia mettere in scena personaggi ispirati a Elvis, ed è un colosso da 55 milioni di dollari (alla faccia della crisi, nel primo semestre 2009 il fatturato ha raggiunto quota 33,1 milioni, contro i 25 dello stesso periodo dell’anno precedente). Quotata in borsa, è titolare di più di un centinaio di licenze, oltre che di una griffe - una vera linea d’abbigliamento, non costumi bianchi tutti frange e bottoni - che richiama lo stile di “The Pelvis”. E pensare che la società che ora appartiene per l’85% alla Ckx di Robert F.X. Sillerman (il restante 15% è ancora nelle mani di Lisa Marie Presley, la figlia di Elvis) non fu fondata con l’obiettivo di lucrare. Semplicemente, all’indomani della scomparsa di Presley, nel 1977, gli eredi designati del Re del Rock’n’roll, il padre Vernon, la nonna Minnie Mae e, per l’appunto, la figlia, non erano in grado di sostenere i costi di gestione di Graceland, la mastodontica tenuta che Elvis si era fatto costruire a Memphis. Le spese annue, tra tasse e manutenzione, sarebbero state pari a circa mezzo milione di dollari della fine degli anni ’70. Dunque, la soluzione più sensata per ovviare al problema fu l’apertura al pubblico di quello che oggi è considerato uno dei patrimoni nazionali degli Stati Uniti d’America. La struttura fu inaugurata il 7 luglio 1982, pochi giorni prima delle celebrazioni per il quinto anniversario della morte di Presley, il 16 agosto. Oggi, per chi non lo sapesse, Graceland è la quinta casa-museo più visitata di tutta la federazione, con 600 mila arrivi all’anno (il picco si raggiunge a luglio, quando ogni dì più di 4 mila persone ne varcano l’ingresso). Secondo le stime della stessa Epe, il flusso di turisti apporterebbe alle finanze di Memphis, attraverso l’indotto, ricavi per 150 milioni di dollari.

Il turno di Neverland?
Prendere una proprietà in perdita (oltre che in disfacimento), trasformarla in un’attrazione turistica per ripianarne i debiti e tentare addirittura di guadagnarci sopra. È un’ipotesi al vaglio anche di chi ha ricevuto l’onore e soprattutto gli oneri della proprietà di Neverland, il ranch della contea californiana di Santa Barbara in cui Michael Jackson, scomparso lo scorso 25 giugno, aveva investito milioni di dollari (19,5 solo per acquistarla, nel lontano 1987) e di sogni (che tra zoo, trenini e luna park costarono a Jackson la bellezza di altri 35 milioni). Valutare questa Isola-che-non-c’è completamente deserta, ora che il Re del Pop è morto, non è impresa facile. Prima della sua dipartita, gli immobiliaristi a stelle e strisce parlavano di 70-90 milioni di dollari per la nuda proprietà dei 1.400 ettari che la costituiscono. Ma nei prossimi anni, se il ranch diverrà una seconda Graceland, il suo valore è destinato a crescere esponenzialmente. Al momento però, l’opzione è in forse. Nessuno mette in dubbio la creazione di una memorial house dedicata a Jackson, però c’è chi consiglia di utilizzare la villa che l’artista possedeva a Los Angeles: è più comoda da raggiungere per i turisti.
Tuttavia la vera fortuna che il Moonwalker ha lasciato in eredità consta dei diritti d’autore che deteneva sul catalogo delle proprie canzoni e su 251 pezzi dei Beatles, in comproprietà con Sony/Atv. Al di là del boom di vendite seguito immediatamente alla sua morte (secondo Niel- sen Soundscan, solo negli Stati Uniti nella prima settimana sono andate a ruba, tra cd e album scaricati da Internet 422 mila copie dei suoi album più celebri), il giro d’affari generato negli ultimi 12 mesi dal controverso artista è stato pari a 90 milioni di dollari. E senza tenere conto delle performance del docufilm This is it, che sul grande schermo racconta gli ultimi giorni di Jackson alle prese con le coreografie di quello che sarebbe stato il suo ultimo, grande tour mondiale. Il film, distribuito dalla Columbia Pictures di Sony, ha incassato nei primi tre giorni di proiezione 19,1 milioni di dollari, e all’inizio di dicembre aveva superato quota 240 milioni. Tanto, certo, però non quanto si aspettavano analisti e produttori. E la canzone omonima? Pur essendo uno scarto dell’album Dangerous, del 1991, Sony con la Epic Records non si è lasciata sfuggire l’occasione di pubblicarla non come singolo, bensì come traccia di un doppio album rilasciato lo scorso 26 ottobre. A un mese dall’uscita, l’album, che ripropone la tracklist del megashow che Jackson stava per portare a Londra, aveva già venduto tre milioni di copie. Del resto, con la sua dipartita, Jacko ha lasciato un conto piuttosto salato da pagare ad Aeg Live, la multinazionale specializzata nell’organizzazione di grandi eventi musicali che aveva allestito il tour. Le prevendite per i concerti erano andate sold out, e Aeg Live si è ritrovata senza copertura assicurativa - chi poteva prevedere la morte improvvisa di Michael per infarto? - e con 300 milioni di sterline da risarcire al pubblico. Considerato anche il fatto che i mancati ricavi da vendite di gadget e bibite durante i vari show sarebbero teoricamente potuti arrivare a 150 milioni di dollari, diventa comprensibile il desiderio di Aeg Live di spingere sulla distribuzione del film e del cd annesso. Il cinico fairplay di Randy Phillips, ceo della società, la dice lunga: «Jackson era nostro partner in vita, e rimane nostro partner anche nella morte».

Mister miliardo
Ma se Elvis e Jacko possono essere considerati dei magnati dell’aldilà, il vero gigante della finanza d’oltretomba, non solo per quanto riguarda la sfera musicale, ma in senso assoluto, è a sorpresa Bob Marley. Rispetto all’anno passato, l’immagine dell’uomo che ha sdoganato il sound del reggae in tutto il mondo ha generato introiti per 100 milioni di dollari, ma le proiezioni sul valore che sarà capace di sviluppare il brand Bob Marley entro il 2012 parlano di un giro d’affari di un miliardo di dollari! In effetti basta dare un’occhiata al sito internet ufficiale Bobmarley.com - più un bazar on line che uno spazio web commemorativo - per capire in che modo il fondo di private equity canadese Hilco Consumer Capital sta facendo fruttare la Marley Estate, la società cui appartengono tutti i diritti sulle produzioni del musicista. Dal Marley coffee (il pay-off sul banner del prodotto recita, forse in modo un po’ macabro, “The taste of Marley”) alle magliette e ai berretti, senza dimenticare la promozione dei lavori del figlio Ziggy, basta un click per acquistare un articolo e immergersi nel rilassatissimo mondo di Bob. Anche rispetto alle risorse immobiliari Marley non ha nulla da invidiare ai suoi trapassati colleghi. Anzi, i suoi eredi sono andati ben oltre la semplice conversione di una dimora in una specie di parco divertimenti: il Marley Resort & Spa, a Nassau, nelle isole Bahamas, è un lussuoso rifugio per gli amanti del mare e del chill out ricavato da una struttura che i coniugi Bob e Rita scoprirono nel lontano 1976, dopo essersi allontanati dalla Giamaica in seguito a un attentato ai danni del musicista. Ora le camere che furono un tempo dei figli della coppia hanno i nomi delle canzoni di Marley, da Talkin’ blues a Jammin’, con tariffe che vanno dai 295 dollari per notte in bassa stagione in una stanza normale, fino ai 1.150 dollari in alta stagione per la suite One love, creata appositamente per ricchi sposi novelli in luna di miele.
Assai più defilato rispetto ai tre mostri sacri del profitto ultraterreno c’è John Lennon, con i suoi miseri 15 milioni di dollari, pazientemente coltivati dalla moglie Yoko Ono. Ma si sa, loro due erano degli idealisti.

E in Italia?
Pure nel nostro Paese non mancano, tra i grandi scomparsi, artisti che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia non solo della musica, ma anche della cultura. Lucio Battisti, Luigi Tenco, Fabrizio De André e Rino Gaetano sono solo alcuni tra i più celebri. Ma al di là delle commemorazioni, spesso e volentieri organizzate da colleghi e amici, e di qualche raccolta di successi di tanto in tanto rilanciata dalle case discografiche che ne detengono i diritti, un vero business di questo genere in Italia non esiste. La realtà più strutturata è senza dubbio la Fondazione Giorgio Gaber, inaugurata il 27 aprile 2006 come naturale evoluzione dell’Associazione culturale nata nel 2003, pochi mesi dopo la morte del Signor G, su iniziativa degli eredi e dei suoi più stretti collaboratori. La Fondazione patrocina tutte le iniziative che riguardano la musica, le parole e i gesti di Giorgio Gaber, dalle rappresentazioni teatrali ai prodotti multimediali insieme alle monografie e alle raccolte di canzoni. Il sito internet Giorgiogaber.it funge anche da catalizzatore di notizie e da negozio on line. «Gaber e De André sono i casi più eclatanti del panorama italiano», conferma Riccardo Usuelli, ceo & managing director di Downlovers (società specializzata nella distribuzione di musica digitale) con alle spalle 20 anni di esperienza nella discografia tradizionale a cavallo tra etichette come Sony, Universal e Sugarmusic. «Ma non si potrebbe mai fare con la loro immagine quello che si fa negli Stati Uniti con Presley o Jackson, che sono state vere icone di uno stile di vita. Posso immaginare uno show un po’ trash, a Las Vegas, con ballerini che indossano giacche alla Michael Jackson, ma non avrebbe alcun senso una maglietta con il volto di Fabrizio De André, che aveva la sua potenza nelle parole e non nelle immagini». C’è anche da dire che le case discografiche in Italia hanno poco margine d’azione rispetto a eventuali operazioni promozionali. «Le etichette prendono le royalties delle opere vendute», continua Usuelli, «ma rispetto alle iniziative che ruotano intorno alle figure degli artisti non hanno alcun tipo di introito».