Pattern of Activation (on Mars)

Pattern of Activation (on Mars) © Katja Novitskova e Kraua-Tuskany Zeidle

Giugno, per il mondo dell’arte, è il mese di Art Basel. È quasi un reato fissare un appuntamento altrove nel weekend della messe, che si è svolta a fine mese nella storica, recentemente rinnovata (da Herzog & de Meuron) sede di Basilea, in Svizzera. È vero che, negli ultimi anni, Art Basel è divenuta un marchio globale, con un evento invernale a Miami Beach (dal 2002) e con un evento primaverile a Hong Kong, giunto lo scorso maggio alla seconda edizione; ma è altrettanto vero che la fiera madre, che ha appena spento le sue 45 candeline, si è ormai stabilizzata nell’immaginario collettivo come “l’Evento” fieristico per eccellenza, quello su cui misurare lo stato di salute del mondo dell’arte prima della pausa estiva; quello in cui consolidare contatti, mangiare wurstel e bere birra mentre ci si muove frenetici ma già consolidate.

 

Feature è una divisione relativamente recente di progetti espositivi curati e proposti dalle gallerie, che si concentrano di solito sul lavoro di un artista. Pur non essendoci un vincolo di età anagrafica, data la forte attenzione sui giovani che caratterizza l’analoga sezione Statements, Feature sta diventando il luogo in cui riscoprire progetti articolati (e altrimenti difficilmente presentabili in un contesto fieristico) da un evento all’altro, a godere di un’offerta fin troppo ampia. E sì che basterebbe la fiera principale, col suo ventaglio di proposte, a esaurire la nostra capacità di attenzione. Come da tradizione, le 285 gallerie accolte quest’anno sono state articolate in quattro sezioni distinte: Galleries, Feature, Statements e Unlimited.

 

Galleries è la sezione principale, con 232 gallerie da tutto il mondo (in cui si rafforza la componente latino-americana e asiatica) e con un range di opere che va dalle avanguardie del primo ‘900 (come l’anomalo Picabia, portato dalla galleria Michael Haas) alle ricerche più recendi artisti storicizzati. L’edizione di quest’anno, in particolare, è andata a scavare nella storia della Land Art (con un lavoro del 1973 di Dennis Hoppenheim, proposto da Mot International, Londra), della video installazione (con la potente Dachau, 1974, di Beryl Korot, omaggiata da Bitforms, New York), della performance (con l’overview del lavoro di Luigi Ontani allestita da Lorcan O’Neill, Roma) e del concettuale politico anni ‘90 (con l’indagine degli esordi di Santiago Sierra proposta da Kow, Berlino).

Infine, l’ambiziosa Unlimited ha presentato una selezione di più di 70 lavori che superano le tradizionali limitazioni di uno stand fieristico, di “art star” del calibro di Carl Andre, Richard Long, Ana Mendieta, Bruce Nauman, Michelangelo Pistoletto, Giuseppe Penone, Rosemarie Trockel e Yang Fudong, affiancati da talenti più giovani come Laure Prevost, Carsten Nicolai, Andrea Ursuta, e Trevor Paglen. Di quest’ultimo, è stato esposto Prototype for a Nonfunctional Satellite (2013), una colossale bolla rivestita di materiale riflettente e concepita con l’aiuto di ingegneri aereospaziali per essere messa in orbita attorno alla terra. Ripulito dalle sue implicazioni corporative e militari, il satellite diventa un oggetto estetico, una stella artificiale, una scultura luminosa visibile dal tramonto all’alba alzando gli occhi al cielo. Potrebbe sembrare già molto, ma è solo l’inizio. ù

Per il secondo anno consecutivo, Art Basel ha presentato Parcours, una selezione curata di progetti site-specific, performance e interventi localizzati in un quartiere della città; mentre chi voleva dare un po’ di requie alle gambe, senza mettere in pausa gli occhi e il cervello, poteva scegliere tra il ricco programma di talk e conferenze e il Film Program, con la sua selezione di oltre 30 film e video d’artista.

 

Infine, la Hall 3 del complesso fieristico ha ospitato il ciclo di performance 14 Rooms, coprodotto con la Fondation Beyeler e Theater Basel, e curato da Klaus Biesenbach e Hans Ulrich Obrist, con nomi del calibro di Marina Abramovic, Dominique Gonzalez-Foerster, Damien Hirst, Joan Jonas, Yoko Ono e Tino Sehgal.

Ricco anche il programma ufficiale extra fiera, con le proposte dei musei della città. La Fondation Beyeler, che con Art Basel condivide lo storico partner Ubs, ha presentato una succulenta, imperdibile retrospettiva di Gerhard Richter, che può essere visitata fino al 7 di settembre; altrettanto degne di nota le proposte dello Schaulager, che espone il lavoro del giovane ma influente artista americano Paul Chan (fino al 14 ottobre), e del Kunstmuseum Basel, che ha affiancato a una mostra sul campione delle avanguardie russe Kazimir Malevich (ormai chiusa il 22 giugno) una rassegna di sculture dell’americano Charles Ray (fino al 28 settembre).

 

GLI EVENTI OFF
Attorno ad Art Basel sono cresciute negli anni una serie di fiere collaterali, che accolgono proposte che, per qualità, pedigree o limiti di età, non hanno accesso all’evento principale, ma sono comunque caratterizzate da una forte attenzione alla qualità. Fra queste, Liste – con il suo focus sulle gallerie giovani e il suo alto livello di selezione (sono ammesse solo 78 gallerie) – è tradizionalmente considerata l’anticamera di Art Basel; attiva dal 1996, quest’anno ha presentato 16 debuttanti dall’America Latina. L’altra fiera collaterale di rilievo è Volta, giunta alla sua decima edizione. Organizzata da un team americano, quest’anno ha proposto 68 espositori da sei continenti nella sua sede alla Markthalle: una zona da visitare anche per godere della trasformazione urbanistica in corso, e di istituzioni come lo Schaulager e la House for electronic arts (h3k).