Un frame da Il Capo di Yuri Ancarani

1966: all’apice del successo, Andy Warhol dà l’addio alla pittura liberando nella galleria di Leo Castelli decine di palloncini argentati gonfiati a elio, dichiarando di volersi dedicare solo al cinema: una scelta cui terrà fede per anni, ora in veste di regista, ora in veste di produttore.

Warhol non è stato né il primo né l’ultimo artista a frequentare il linguaggio cinematografico: le avanguardie storiche – da Man Ray a Viking Eggeling – l’hanno fatto appena gli è stato (economicamente e tecnicamente) possibile, contribuendo in maniera significativa alla prima fase della sua storia; e negli anni ‘60 gli artisti Fluxus hanno fatto un uso intenso della pellicola e si è sviluppata una vivace scena di cinema indipendente.

Poi è arrivato il video, più economico e maneggevole, a soddisfare l’interesse degli artisti per l’immagine in movimento, e i due mondi si sino consolidati in sistemi produttivi e distributivi radicalmente differenti. Ma le interferenze sono rimaste, i due ambiti hanno continuato a guardarsi con attenzione e diverse sono state le figure che hanno cercato di muoversi tra un ambito e l’altro: da Peter Greenaway a Julian Schnabel, da Shirin Neshat a Steve Mc-Queen.

Una porosità che si è accentuata in anni recenti, con la progressiva digitalizzazione dei formati (che annulla qualsiasi distinzione tecnica tra cinema e video), l’accesso diffuso a mezzi di produzione semiprofessionali, l’avvento di piattaforme di distribuzione on line e, per converso, il recupero “nostalgico” della pellicola in ambito artistico.

Glitch. Interferenze tra arte e cinema in Itali a (Pac Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano, fino al 6 gennaio 2015) è una mostra che intende indagare questi sviluppi recenti, concentrando l’analisi su artisti italiani e lavori posteriori all’anno 2000.

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L'ESPOSIZIONE SI CONCENTRA

SUGLI ITALIANI

CHE HANNO LAVORATO

CON L'AUDIOVISIVO

E LE LORO OPERE

SUCCESSIVE AL 2000

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Il titolo, termine tecnico che fa riferimento a un imprevisto errore di visualizzazione, o, nelle parole del curatore Davide Giannella, a una «improvvisa interferenza audiovisuale», non deve trarre in inganno: le interferenze qui indagate sono quelle fra “sistemi” e mondi dell’arte, esemplificate da lavori difficilmente collocabili, «troppo legati al linguaggio cinematografico secondo il sistema dell’arte, troppo arty per l’industria e il mondo del cinema»: e da artisti descritti come «battitori di territori limina», che seguono la strada della narrazione evitando le convenzioni comuni al video d’artista.

Come i gemelli Gianluca e Massimiliano de Serio, autori anche di un acclamato lungometraggio, che nei loro film raccontano storie quotidiane di personaggi marginali, clandestini e anziani; o il collettivo Alterazioni Video, i cui Turbo Film sono occasioni di viaggio e di scoperta, e figli di una voluta precarietà e velocità produttiva che ne determina l’andamento spontaneo e caotico.

Estremamente curati sono invece i lavori di Yuri Ancarani, affascinato dal modo in cui l’uomo arriva a estendere se stesso attraverso le macchine, sia quando si tratta di frantumare un blocco di marmo, come ne Il Capo (2010), o di compiere un’operazione chirurgica per mezzo di un braccio robotico, come in Da Vinci (2012).

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PER VEDERE TUTTI

I FILM IN MOSTRA

BISOGNEREBBE

TRASCORRERE

CIRCA 20 ORE AL PAC

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Raccontano storie anche il duo Barbara & Ale, attraverso il primo episodio di una trilogia dedicata al mondo del tifo sportivo, e il duo Invernomuto, che in Remembering a Night in Shasha (2014) cercano di ricostruire la memoria di un evento di cui sono stati partecipi con l’aiuto di un disegnatore di identikit della polizia scientifica.

Impossibile menzionare anche rapidamente tutti i film in mostra, presentati a giorni alterni in tre sale cinematografiche costruite appositamente: una scelta che intende restituire a questi lavori una dignità cinematografica non concessa da altre modalità espositive, ma che pone comunque dei problemi di fruizione rilevanti anche a causa del loro numero (secondo un rapido calcolo, per vederli tutti bisognerebbe trascorrere circa 20 ore nelle sale del Pac).

Ai video, la mostra affianca un ciclo di performance e una serie di lavori fisici: stampe, fotografie, sculture, installazioni, prodotti editoriali per lo più legati alle opere filmiche, ma anche lavori autonomi come l’affascinante serie di fotografie che Rä di Martino ha dedicato ai set cinematografici di Star Wars abbandonati nei deserti del Sahara.