Sergio Marchionne © GettyImages

Sergio Marchionne, da dieci anni a.d. della Fiat

Il primo giugno del 2004 uno sconosciuto manager italo canadese diventa amministratore delegato della Fiat. Da quel giorno sono passati dieci anni e quello sconosciuto manager è oggi uno dei nomi più rispettati del business mondiale. Non è più solo il salvatore della più importante industria privata italiana, ma anche il risanatore della Chrysler. Il suo nome è Sergio Marchionne che, con un’incredibile abilità, ha fatto di due industrie decotte un gigante dell’industria automobilistica planetaria. Entro la fine dell’anno, Fiat e Chrysler saranno quotate a New York, avranno sede legale in Olanda e pagheranno le tasse a Londra. Un capolavoro...
È appena uscito per Chiarelettere un libro che ripercorre gli anni di Marchionne alla guida della Fiat e che analizza la fusione tra il gruppo torinese e la società americana. S’intitola American Dream ed è stato scritto dall’editorialista di Business People Marco Cobianchi, autore, due anni fa, di un’altra inchiesta che ha fatto molto rumore, Mani Bucate , dedicata all’incredibile mondo dei sussidi pubblici all’impresa privata. American Dream è un’inchiesta che non vuole dimostrare nulla: né che Marchionne sia il miglior manager che l’Italia abbia mai avuto e nemmeno che sia un abile funambolo dei bilanci, ma analizza, senza paraocchi, i risultati di questi dieci anni; l’origine del salvataggio della Fiat e va a vedere se tutto quello che Marchionne ha promesso è stato mantenuto o meno. E lo fa con cura dei particolari e attaccamento ai fatti.
Innanzitutto i fatti: nel 2013 la Fiat ha perso 911 milioni di euro e la Chrysler ne ha guadagnati 1,8 miliardi. Secondo fatto: dei dieci anni di guida Marchionne, cinque sono stati interessati da rottamazioni. Terzo fatto: per permettere il salvataggio della Chrysler sono state violate almeno tre leggi. Quarto fatto: nel 2004 la Fiat non era affatto morta. Quinto fatto: in nove anni Marchionne ha presentato otto piani industriali, nessuno dei quali portato a termine. E si potrebbe continuare così per ore e ore, perché “i fatti” che il libro mette in fila uno per uno sono centinaia. E, messi insieme, non solo danno un’idea assai più precisa di quella che comunemente passa per essere stato un “risanamento” della Fiat ma, soprattutto, arrivano a una conclusione drammatica: le cinque fabbriche automobilistiche italiane del gruppo ora sono più a rischio che mai. Perché producono auto che non si vendono, perché in quelle fabbriche si lavora poco (a Mirafiori appena tre giorni al mese), perché i marchi che potevano dare un futuro al gruppo, Alfa Romeo e Maserati, sono stati trascurati per anni e solo ora si pensa di rilanciarli sperando che con le loro 100 mila auto vendute ogni anno possano competere sul mercato con colossi come Mercedes o Bmw che ne vendono un milione e mezzo. Una conclusione drammatica, che molto difficilmente si vedrà esposta sui giornali italiani.