© Photomovie Collection

Audrey Hepburn e William Holden in ‘Sabrina’ di Billy Wilder

L’esplorazione di un mito, un viaggio attraverso l’arte cinematografica e la storia del costume, è questo quello che propone ai suoi visitatori la mostra itinerante Il cinema con il cappello. Borsalino e altre storie. La prima tappa del viaggio, tutto dedicato al binomio tra cinema e cappello, è iniziata ieri alla Triennale di Milano, e qui vi sosterà fino al 6 marzo. Ideata da Elisa Fulco, curatrice della Fondazione Borsalino, e curata dal critico cinematografico Gianni Canova, l’esposizione narra non solo la storia del classico cappello maschile in feltro, che ancora oggi porta il nome del fondatore Giuseppe Borsalino, ma propone tutte le evoluzioni e deviazioni di cui il copricapo è stato ed è protagonista, nella vita come nel cinema.
Ad accogliere il pubblico all’ingresso del percorso espositivo un grande cilindro multimediale, una sorta di macchina del tempo che, giocando con parole e immagini, è una sorta di un generatore di storie: ponendosi al di sotto di esso, il visitatore viene avvolto da infinite narrazioni che svelano il ruolo chiave del copricapo nella costruzione dell’identità: cosa sarebbe Indiana Jones senza il suo cappello a larghe falde? O Charlot senza la sua bombetta?
Da sempre il cinema si è appropriato della capacità del cappello di raccontare efficacemente e silenziosamente delle storie. In ‘Sabrina’ il cappello segnava la trasformazione parigina di Audrey Hepburn in donna di classe, mentre i cappelli di Greta Garbo in ‘Ninotchka’ erano i segni precursori della fine del comunismo.
Al cinema il cappello ha creato mode e tendenze. Da James Dean che negli anni ’50 lancia il grande cappello con falda rialzata al colbacco che con ‘Il dottor Zivago’ entra a far parte del vestiario occidentale, al berretto di lana de Il cacciatore a quello di ‘Rocky’ che diventa il copricapo popolare degli anni ’70.
Il cappello quindi come accessorio capace di definire ruoli, professioni e stili. Lo stesso che sancisce gerarchie e innesca discorsi sociali. Quello che implica e consente una gestualità e un rituale che nessun altro capo di abbigliamento prevede: quando lo si tocca, lo si calza e lo si leva in pubblico.