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Scordatevi Hollywood e le grandi case di produzione con budget stellari: da noi non funziona così. Il produttore cinematografico Italiano è più simile a un manager senza portafoglio: non disponendo di somme da investire deve mettersi alla ricerca e assemblare risorse esterne.

 Dove le trova? Per prima cosa si bussa da mamma Rai e altri broadcaster: fatto 100 il budget necessario per realizzare un lungometraggio, il 60% circa di norma proviene, infatti, dagli investimenti televisivi. Il resto? Per il 15% da investitori esterni che beneficiano di incentivi fiscali, poi dal credito di imposta a favore dei produttori (11%), dai contributi pubblici nazionali diretti (7%) e in misura minore dai fondi regionali delle film commission (2,5%) e dai contributi europei (1,5%).

PREMI E PROBLEMI Un affare molto, molto complicato. Ma soprattutto un sistema che negli ultimi anni ha cominciato a vacillare. «La copertura del budget è diventata un’operazione sempre più compless », spiega a Business People  Bruno Zambardino, direttore dell’Osservatorio Media di I-Com e docente di Economia dei media e dello spettacolo all’Università Sapienza di Roma, «a causa della progressiva riduzione delle tradizionali forme di finanziamento pubbliche e private e della ancora debole sostenibilità dei nuovi modelli di business fondati ad esempio sulle piattaforme digitali o sul crowdfunding».

Risultato: se nel 2013 sono stati prodotti 167 film, incluse 29 coproduzioni, cioè 11 in più rispetto all’anno precedente, è vero anche che il valore complessivo è sceso di botto da 493 a 358 milioni, ovvero 1,8 milioni di euro in media per ciascun film (prima se ne spendevano 2,2) con una inevitabile crescita, in parallelo, di pellicole low cost, quelle sotto i 200 mila euro per intenderci.

 «Il mercato cinematografico nel nostro Paese, nonostante i numerosi premi vinti e riconoscimenti all’estero, penso all’Oscar a La grande bellezza  o al recentissimo European Film Awards assegnato a La mafia uccide solo d’estate , è caratterizzato da una preoccupante stagnazione dei consumi con un pubblico fermo da dieci anni a 100 milioni di spettatori e un incasso che si attesta attorno ai 600 milioni di euro. A differenza di altri Paesi con dimensioni analoghe», continua Zambardino, «il mercato non cresce anche a causa di un parco sale mal distribuito sul territorio e ancora non del tutto digitalizzato, un sistema distributivo ingessato e la concorrenza agguerrita degli altri canali di fruizione, legali e illegali.

Ciò al netto del successo di alcuni titoli che possono condizionare pesantemente l’andamento dell’intera stagione cinematografica, come il film di Checco Zalone dell’anno scorso, Sole a catinelle , che da solo ha raccolto al box office 50 milioni di euro, contribuendo così in modo decisivo a far lievitare oltre il 30% la quota di mercato nazionale».

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IL MERCATO ITALIANO VIVE UNA STAGNAZIONE

DEI CONSUMI, CON UN PUBBLICO FERMO

DA DIECI ANNI A 100 MILIONI DI SPETTATORI

E UN INCASSO SUI 100 MILIONI DI DI EURO

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IL BELLO DEL TAX CREDIT Le case di produzione si trovano quindi sempre più in affanno per giungere alla quadratura del cerchio. Che fanno allora? Dopo aver ottenuto gli investimenti delle emittenti televisive sotto forma di acquisto o preacquisto, Rai Cinema in primis poi Medusa, che da soli valgono il 60% della torta e senza i quali non si comincia neppure, nel budget bisogna iscrivere anche il tax credit, ovvero la possibilità di compensare i debiti fiscali con il credito maturato a seguito di un investimento nel settore cinematografico.

Ne possono beneficiare le imprese di produzione e distribuzione cinematografica, gli esercenti cinematografici, le imprese di produzione esecutiva e post-produzione ma anche tutte quelle ditte che, pur non appartenendo al settore cine e audiovisivo, partecipano agli utili di un’opera cinematografica. In sostanza, a seconda del beneficiario, esistono tre diversi tipi di credito di imposta: quello delle imprese di produzione che vale il 15% del costo dell’opera fino a un massimo di 3 milioni e 500 mila euro, poi quello degli investitori esterni e dei distributori, con un beneficio che arriva al 40% e fino a un massimo di un milione di euro sull’apporto di capitale; infine il credito di imposta internazionale, pari al 25%, che spetta alle imprese di produzione esecutiva e alle industrie tecniche nel caso di realizzazione sul territorio italiano di film stranieri.

 

QUANDO IL FINANZIAMENTO ARRIVA DALLO STATO E siamo così arrivati al 70% di un film. Un buon punto, ma ancora non basta. Per andare avanti e scoprire il finale dobbiamo cercare altre risorse.

Per esempio i finanziamenti statali: la direzione generale Cinema del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo, ha assegnato nel 2013 ben 190 milioni di euro all’intera filiera cinematografica, dallo sviluppo alla produzione, distribuzione, esercizio e promozione.

 «Alla produzione sono erogati circa 100 milioni di euro di cui 60 di incentivi fiscali», racconta ancora Bruno Zambardino, «e 40 sotto forma di contributi percentuali sugli incassi, 18 milioni di euro in contributi diretti a sostegno di lungometraggi di interesse culturale, opere prime e seconde e cortometraggi, sulla base di una valutazione tecnica e artistica effettuata da una commissione di esperti che tiene conto del valore della sceneggiatura, della fattibilità del progetto produttivo e della coerenza del budget. È così che nel 2013 sono stati finanziati 23 lungometraggi e 30 opere prime e seconde per un totale di circa 25 milioni di euro».

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LA FILM COMMISSIONI DELLA LOMBARDIA

CON 700 MILA EURO HA ATTRATTO 11 MILIONI

DI RITORNO: PER OGNI EURO SBORSATO

NE SONO STATI GENERATI 16 EURO DI INDOTTO

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IL RUOLO DEGLI ENTI REGIONALI Bene, ora ci siamo quasi. Il nostro film è a buon punto ma restano ancora alcune buone carte da giocare per coprire le ultime spese, puntare al break even e poi macinare utili.

Innanzitutto i fondi regionali, spesso gestiti dalle film commission, che valgono il tra il 2 e il 3 per cento del budget. Cerchiamo di capire. «Le film commission sono ormai diventate un punto di riferimento per chi vuole fare cinema in Italia», spiega Stefania Ippoliti di Toscana Film Commission e presidente dell’Italian Film Commissions, l’associazione che riunisce il 90% delle film commission delle Regioni e delle Province a Statuto speciale.

«Si tratta di uno sportello unico cui produttori italiani e stranieri possono rivolgersi per avere assistenza logistica e burocratica, trovare le maestranze locali, le location e anche per l’accesso alle risorse finanziarie locali».

Sì, perché le film commission, come dicevamo, gestiscono spesso i fondi regionali da destinare al cinema. Di quanto parliamo? Le più ricche, Piemonte, Alto Adige e Lazio, viaggiano sui 4-5 milioni di euro l’anno, poi vengono Sicilia e Sardegna con circa 3 milioni ciascuna. Ma attenzione: non conta solo l’entità del budget ma anche come lo si investe e quali sono i ritorni.

Un esempio virtuoso è la film commission della Lombardia che, pur gestendo un budget di appena 700 mila euro, l’anno scorso ha generato ricchezza per 11 milioni. Come dire: ogni euro investito in Lombardia ne ha prodotti 16 di indotto, molto al di sopra della media nazionale che si ferma a quattro euro.

«Il cinema ha un effetto volano sull’economia di una regione», continua Ippoliti, «perché attiva una vasta rete di attività professionali e imprenditoriali, risorse umane artistiche e tecniche, infrastrutture come teatri di posa e studi di registrazione, poi ancora artigianato in molte declinazioni come falegnameria, tappezzeria e illuminotecnica per le scenografie e sartorie per i costumi. A tutto questo va aggiunto l’indotto per hotel e ristoranti».

 

Senza dimenticare il cine-turismo: i film, infatti, instillano nella mente dello spettatore un immaginario visivo fatto dei luoghi dove è stato girato. E se Housefull , il film numero due per incassi in India, viene girato fra Gargano e Salento, il risultato è che un anno dopo - la stima è di Spot, il sistema per l’osservatorio turistico - i turisti indiani in Puglia aumentano del 60%.

 Insomma, le film commission hanno davvero una bella responsabilità, perché dipende da loro la capacità o meno di attirare le produzioni, con tutto il ritorno economico che ne consegue, in una determinata location piuttosto che in un’altra. Quando il sistema funziona, la regione diventa più ricca e avrà in futuro più fondi per finanziare nuovamente le produzioni.

Un circolo virtuoso che si è ormai innescato bene anche in Lazio e Toscana, Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, solo per citare qualche esempio. «Nell’immediato e prossimo futuro del nostro lavoro», conclude Ippoliti, «ci sarà sempre più formazione, perché la nostra professionalità e capacità si ampli come il nostro orizzonte di attività, che si apre all’organizzazione di festival e alle nuove strategie produttive che dalla pellicola arrivano ai videogiochi, al gaming e alle serie per il Web».

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IL SUCCESSO DEL PRODUCT PLACEMENT

DIPENDE DAL FATTO CHE I BRAND

NON INTERROMPONO LA STORIA

MA SI INSERISCONO NEL SUO SVILUPPO

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MARCHI PROTAGONISTI Ultimo capitolo: il product placement, cioè l’inserimento con finalità promozionali di prodotti e marchi all’interno di una pellicola, una pratica nata negli Usa e ormai consolidata anche in Italia sebbene a dieci anni dalla sua regolamentazione - fu introdotta nella legislazione italiana nel 2004 con il decreto Urbani - rimanga ancora una voce marginale del budget. Stiamo parlando, per capirci, dei marchi che si vedono nel film: se stanno lì è perché hanno fatto un investimento economico. Quanto?

 I costi in Italia vanno da 20 mila euro per una semplice apparizione fino a superare i 100 mila euro quando il posizionamento è essenziale alla storia. Molto dipende, naturalmente, anche dal cast e dalla distribuzione.

Per dirne una, il film americano di Steven Spielberg Minority Report  – che nel cast vantava attori del calibro di Tom Cruise e Colin Farrell – nel 2002 ha raccolto 20 milioni di dollari solo dagli accordi di product placement stretti con Gap, American Express, Lexus, Nokia, Pepsi e Reebok.

 «Il successo di queste operazioni di marketing», chiarisce Elisa Boltri, responsabile Product Placement in Cattleya, «dipende da come si integrano i brand nello sviluppo dell’azione: devono farlo senza costituire interruzioni e sempre coerentemente con il contesto narrativo e artistico del film. La presenza di marchi e prodotti deve essere palese, veritiera e corretta. Gli esempi meglio riusciti? I più noti sono certamente FedEx in Cast Away con Tom Hanks e gli orologi Omega di Daniel Craig in James Bond mentre in Italia», continua, «le best practice rimangono quelle di Poste Italiane nei film Benvenuti al Sud  e Benvenuti al Nord , Costa Crociere in Natale in crociera  e Perugina in Lezioni di cioccolato  e Lezioni di cioccolato 2 . Negli ultimi anni invece si è lavorato più su tanti piccoli inserimenti di placement perché raramente si hanno occasioni così eclatanti di collocazione di un brand all’interno di un’opera cinematografica».

 Ecco, siamo giunti all’ultima riga di budget con tutti i conti a posto: il film è pronto per essere distribuito, apprezzato o criticato. Parteciperà a qualche concorso e forse vincerà un Oscar, chissà. Ma questa è tutta un’altra storia.