Pare antico, e modernissimo insieme: il rap, figlio maggiore della cultura hip hop, compie 30 anni. Dall’espressione più diffusa della comunità afro è nata la graffiti art ed è esplosa la breakdance. Vero e proprio fenomeno culturale, il rap ha influenzato lo stile di vita e il look di generazioni. C’è un gergo distintivo, fatto di parole come yo, flow e phat ormai assimilate in tutto il mondo. E c’è un dress code che ha per elementi caratteristici jeans a vita bassa, indumenti molto larghi, felpe con cappuccio, cinturoni, catene e vistosi occhiali da sole. Uno stile che proviene dal ghetto dove i ragazzi si mostrano fieri e a loro agio in vestiti troppo grandi per loro, che tradizionalmente erano quelli dei fratelli maggiori nelle famiglie povere, e una volta raggiunto il successo, lo “sbattono in faccia al mondo” con accessori vistosi, spesso catene con medaglioni che riportano il logo del loro gruppo di appartenenza, la crew.

Politica e denuncia

Radici antiche del rap si trovano nella black music, ma prima ancora viene la figura del griot, il cantastorie africano. Siamo alla fine degli anni 60 nel Bronx. Nei “block party” i primi dj iniziano a isolare dai brani i break che comprendono solo percussioni, le parti più danzabili, e a estenderle con l’utilizzo del mixer audio e due dischi identici. Al tempo, la tecnica è già nota in Giamaica ed è diffusa dalla comunità giamaicana di New York. Nasce poi la figura dell’mc, il master of cerimonies, che deve presentare il dj e attirare l’attenzione del pubblico. Gli mc introducono frasi non cantate nelle canzoni e giochi di parole a ritmo di musica, una pratica che diventa nota come “rapping”. Durante i block party alcuni ragazzi danzano di fronte al pubblico in uno stile distintivo e frenetico, reso famoso dal film Beat Street, coprodotto da Harry Belafonte, che racconta le gesta di due bande avversarie di breakdance.A metà anni 70 il rap si divide in due filoni: da una parte l’interesse verso divertimento e ballo, dall’altra artisti focalizzati sull’elaborazione del contenuto. Il primo passo verso la commercializzazione è nel 1979 con Rapper’s Delight della Sugarhill Gang, che entra nella Top 40 Hit di Billboard. Alcuni rapper diventano artisti pop, come Kurtis Blow che appare nella pubblicità della Sprite ed è il primo a es sere considerato legato a una major commerciale (e ferocemente criticato per questo). Un numero considerevole di nuovi stili inizia a comparire da contaminazioni con altri generi, tra cui rock, reggae, techno. A metà degli anni 80 nasce il principale gruppo black femminile, le Salt-N-Pepa. La collaborazione dei Run-DMC con gli Aerosmith in Walk This Way, uno dei primi esempi della fusione tra il rock e l’hip hop, è il primo video rap in alta rotazione su Mtv. Nel 1986, i Beastie Boys sono i primi bianchi a cimentarsi nel genere - con l’eccezione di Captain Sensible - Licensed to Ill arriva Numero 1. Il 1987 è l’anno del terremoto dei Public Enemy (nome tratto da una canzone di James Brown sull’eroina). In un periodo in cui l’ascesa del rap crea figure stereotipate e molti rapper sono parodie di se stessi tra catene d’oro, medaglioni e borchie, i Public Enemy si fanno avanti armati del messaggio politico di Malcom X con rime politiche ricche di figure retoriche. Con loro, e con Ice Cube e Ice-T, il rap diventa la Black Cnn, il sistema di informazione della gente di colore: i testi sono sempre più politicizzati, i video incitano alla rivolta. Hollywood cerca di raccontare la violenza dei ghetti. Lo fa con pellicole come New Jack City di Van Peebles con Ice-T e Wesley Snipes e Boyz’n The Hood, storia di adolescenti che crescono tra povertà, droga e violenza, esordio alla regia di Singleton. Durante gli anni 90, il gangsta rap sale alla ribalta mentre Los Angeles diventa l’altro polo di rilevanza del rap: nasce un’accesa competizione tra le due coste degli Stati Uniti. La violenza si esaspera fino a sfociare in faide tra East e West Coast: una guerra in cui perdono la vita due pesi massimi del rap, Tupac Shakur, coinvolto in una sparatoria a Las Vegas il 7 settembre 1996, e The Notorius B.I.G., nemico dichiarato di Tupac, che si spegne l’anno dopo. Il 1996 vede la pubblicazione di un concept album di Jay-Z dal titolo Reasonable Doubt, sulla vita di uno spacciatore di droga. Nello stesso anno la rapper Lil’ Kim parla nelle sue liriche di sesso, con l’album di debutto Hard Core. Le vendite sono stratosferiche e aprono la strada ad altre artiste. Operazione non facile: nel genere è presente un forte machismo. Il drappello femminino non si scoraggia e tra le altre, arrivano al successo Queen Latifah e Missy Elliott, che nel 1997 esce con Supa Dupa Fly. Elementi dell’hip hop continuano a essere assimilati da altri generi, come testimonia la nascita del neo-soul, ispirato a Marvin Gaye, Prince e Stevie Wonder. Fondamentale per la divulgazione di quei suoni si rivela, nel 1998, The Miseducation of Lauryn Hill, esordio solista dell’ex Fugees, seguita da Macy Gray. Alla fine degli anni 90, nel rap si diffonde il “bling bling”, incentrato su simboli di ricchezza come auto e gioielli, di personaggi come Puff Daddy (oggi P. Diddy), tacciati di materialismo dai rapper “puri”. Poi è la volta del ciclone-Eminem, rapper bianco che esordisce con una major (The Slim Shady LP, 2000) e vende milioni di copie. Eminem ha modo di cementare il suo ruolo di icona pop nel 2002 quando re cita nel film 8 mile, e vince l’Oscar con la canzone Lose Yourself. E diventa anche produttore lanciando talenti come 50 Cent.

Le due anime

Da allora le due anime del rap, quella commerciale e quella underground, seguitano a convivere, con non pochi dissidi interni ma anche con un business miliardario che continua a crescere in tutto il mondo. In Italia, al successo di Jovanotti e Articolo 31 hanno seguito Neffa, Deda e Dj Gruff (SMX Sangue Misto), Frankie HI-NRG MC e i romani Colle der Fomento e Cor Veleno. Oggi i più popolari sono CapaRezza, Fabri Fibra, Mondo Marcio e Marracash, ma è agli Stati Uniti che bisogna guardare per scoprire come si evolverà ancora questo genere musicale. Difficile fare previsioni, la cultura del rap ha mantenuto nonostante il successo una certa chiusura verso l’esterno per cui è arduo comprenderne gli umori e anticiparne le evoluzioni. Anche questo è parte del suo fascino.

LO SLANG

Crew è un gruppo di persone che scelgono di aggregarsi per una comune passione, nel caso dell’hip hop si tratta della musica e della danza che crea tra i componenti sentimenti quasi fraterni. Con questa accezione è utilizzata per la prima volta alla fine degli anni 70. Oggi in luogo di crew si usano anche espressioni come Kru o Krew.

Posse (letteralmente “gruppo” o “milizia”) è un fenomeno musicale che predilige argomenti di attualità politica, controinformazione, impegno sociale ecc.

Mc è l’acronimo di Master of ceremonies e significa letteralmente “maestro di cerimonie”. Talvolta è usato come sinonimo di rapper. Ma in realtà ci sono delle differenze. Entrambi compongono testi musicali, tuttavia il rapper deve anche riuscire a fare “freestyle”, cioè improvvisare delle rime su qualsiasi base, come anche sul silenzio. L’Mc invece è sempre accompagnato da chi può fornirlo di una base.

ATTENZIONE ALLA CENSURA

Negli anni recenti il gergo rap ha incontrato con la censura grossi problemi. Molti brani rap contenenti parolacce sono trasmessi in versione censurata: le volgarità vengono tagliate dalla registrazione (ma senza intaccare il background), oppure i testi sono sostituiti con altri non offensivi. Il risultato - che spesso rende incomprensibile il testo - è quasi diventato una costante del genere, tanto che nel film Austin Powers: Goldmember (2002) un personaggio - che prende in giro un video hip hop - canta un intero verso censurato.