Una vista dall'alto del Mission Hills Golf Club di Shenzhen con i suoi 12 percorsi da 18 buche

Troppi campi, troppi country club e troppi weekend in resort di lusso affacciati sul green: è ora di correre ai ripari. A dirlo sono i vertici del Partito comunista cinese, allarmati dal diffondersi della passione per il golf nelle classe alte del Paese.

Per evitare il dilagare di feste, eventi e vizi connessi a una pratica così occidentale - che però sta portando rapidamente all'affarmarsi di alcuni campioni - il presidente Xi Jinping ha ordinato la chiusura di 66 «campi illegali». Mancherebbbero alcune autorizzazioni secondo la versione ufficiale, ma in realtà è un segnale per i «funzionari esterofili, nuovi milionari sempre meno sensibili alla disciplina del partito e speculatori immobiliari».

In trent'anni così il green si è trasformato da sport da scoprire in disciplina anti patriottica: tutta colpa del successo della pratica che ha visto crescere i campi da 200 a 727 in dieci anni, con paradisi come l'isola di Hainan (dove c'era una foresta subtropicale spazzata via per far largo alle 18 buche) o Shenzhen, il più colossale centro golfistico del pianeta: 12 percorsi a 18 buche su un’area di 20 chilometri quadrati di prato. Nel Guangdong ce ne sono 97, più che in Irlanda. Attorno a Pechino sono 70, il doppio che a Londra.

Un successo esagerato e inaccettabile perché sempre più riservato ai figli delle élite politiche ed economiche troppo "occidentalizzate". Ma anche a causa delle speculazioni eccessive a danno delle coltivazioni: 11 mila ettari di campi solo nel 2014 sono stati spazzati via per creare percorsi illegali circondati da resort abusivi. Nello Yunnan, al posto di té di monasteri tutelati dall’Unesco sono spuntati all'improvviso tre campi e una pista per voli low cost.