Arriva fino a 65 chilometri all’ora e con un “pieno” di elettricità, che costa meno di un euro, percorre 120 chilometri. In più è elegante, pulito e non pesa: una donna di corporatura esile riesce a tenerlo su anche con un braccio soltanto. Si tratta del Cargoscooter, è prodotto dalla Oxygen, una società di Padova nata da una costola della Atala Rizzato, ed è il due ruote elettrico pensato per il trasporto di merci di piccola taglia, come pizze, pacchi e posta. Costa quasi il doppio di uno scooter a benzina, tra 6 mila e 8 mila euro, a seconda delle prestazioni, ma è stato calcolato che in quattro anni percorrendo una media di 40 chilometri al giorno, ciò che si risparmia in benzina equivale alla differenza di prezzo. Senza contare che nel frattempo non ha emesso mezzo grammo di Co2 in atmosfera. Se in Italia questo scooterino fatica ad affermarsi, nei Paesi al di là delle Alpi sta diventando un cult. Le poste svizzere, dopo due ordini da 250 veicoli ciascuno tra il 2007 e il 2008, hanno da poco ordinato altri 500 pezzi. Un impegno notevole per una Pmi che per ora ha una capacità produttiva massima di 50 scooter al mese, con 33 dipendenti e un giro d’affari di 4 milioni di euro che, di questo passo, raddoppierà entro il 2010.
Ecco un esempio di una Pmi che, grazie all’innovazione, riesce non solo a superare la crisi (che pare non l’abbia nemmeno sfiorata) ma a crescere perfino del doppio. Una lezione per tutti? Sì. Secondo le poste elvetiche lo scooter padovano è quello che garantisce le migliori performace al mondo in termini di velocità, robustezza e autonomia della batteria. Sono esattamente queste le parole che hanno usato in una lettera che correda l’accordo di forni tura. Altri ordini di un certo peso potrebbero arrivare presto anche dalla Germania e dalla Francia. L’amministrazione di Stoccarda da qualche mese sta provando il Cargoscooter per le consegne delle piccole merci in città. Se i test daranno esito positivo si innescheranno ordini per altre centinaia di veicoli. Ma in Italia niente. Nonostante la moda della sostenibilità e impegni che arrivano da più parti a ridurre le emissioni di anidride carbonica, se si esclude qualche privato cittadino fanatico dell’impatto zero e Legambiente, nessuno tra enti, società e amministrazioni ha ancora comprato un due ruote della Oxygen. «Abbiamo provato a proporci a Poste italiane», commenta l’amministratore delegato Francesco Nepi, «ma ci è arrivata un’offerta incompatibile con i costi di produzione. Per questo, anzichè modificare il prodotto secondo gli standard richiesti dagli enti italiani, abbiamo preferito tenere alta la qualità della componentistica puntando verso mercati più maturi, più attenti all’ambiente e con dotazioni finanziare più importanti». Le Poste italiane, che comunque hanno dimostrato con i fatti di essere molto sensibili ai temi ambientali, si sono dotate di scooter ecologici ibridi (in particolare quelli della Aprilia) caratterizzati da un motore elettrico e da una batte ria alimentata da un secondo motore a scoppio. Va detto però che se è vero che uno scooter ibrido costa meno, è ancora lontano dal garantire l’impatto zero. «La verità è anche che noi non ci stiamo sforzando molto per conquistare clienti italiani», confessa Nepi, «perchè il nostro prodotto che è mediamente più costoso, è spesso lontano dai budget delle amministrazioni pubbliche. Preferiamo piuttosto farci conoscere all’estero dove per un motore completamente elettrico spesso intervengono importanti agevolazioni fiscali». Dopo le Poste svizzere la società guarda alle poste del Belgio, e ha attivato country manager ed esperti di marketing territoriali che sondano il terreno per individuare potenziali importatori, in quasi tutti i Paesi del Nord Europa. Oxygen si sta aprendo anche agli Stati Uniti (da dove peraltro arrivano la maggior parte dei componenti), ma la vera scommessa è la Cina. La società, che ha partecipato recentemente all’expo di Shangai, dovrebbe firmare una partnership con uno dei maggiori costruttori di motocicli cinesi, per attivare la produzione in estremo oriente e servire non solo il gigante ma tutto il Sudest asiatico. «Siamo interessati», aggiunge l’amministratore delegato, «anche a entrare in Giappone, non tanto per le vendite quanto per confrontarci con un mercato dalle alte aspettative tecnologiche».