Una bella indagine uscita recentemente su La Stampa fa il punto sulle attuali classi dirigenti secondo gli italiani. Promossi, cioè apprezzati da più di metà degli italiani interpellati, sono i responsabili di associazioni non profit (66,1%), gli esponenti del mondo dell’università e della cultura (59,3%). Rimandati, perché chi li apprezza è una maggioranza risicata, sono gli imprenditori e i manager delle imprese (50,4%).
Da apprezzare, in questo caso, c’è anche il fatto che gli italiani siano consci della differenza tra gli imprenditori e i dirigenti che fanno funzionare le aziende, quelli che incontrano al lavoro e nella vita di tutti i giorni, e quei manager o imprenditori che sono ai vertici di banche o istituzioni bancarie, sonoramente bocciati perché apprezzati solo dal 16% del campione. Bocciati sono anche tutti gli altri proposti nell’indagine come classe dirigente: magistrati (48,7%), giornalisti (e opinionisti 41,8%), dirigenti delle associazioni di categoria imprenditoriali (39%), gerarchia ecclesiastica (35,3%), politici italiani ed europei (20,1%) e regionali (20,1%), seguiti da dirigenti dei sindacati (17,4%). Insomma, una vera Caporetto per le nostre classi dirigenti attuali. Ma non possiamo di certo ripartire solo da chi è promosso o, volendo, anche rimandato. Un Paese, per crescere, ha bisogno di contare su una leadership virtuosa, sinergica e condivisa di tutte le sue componenti economiche e sociali vitali. Magari un gioco di squadra dove ognuno ricopra il proprio ruolo, guardando più all’interesse generale che a quello particolare. E qui proprio non ci siamo! Perché sino a oggi pare che troppi si siano preoccupati solo dei fatti loro o della loro tribù, non capendo che alla lunga, se questi non collimano con quelli generali del Paese, tutto va in malora. Anche gli italiani li hanno aiutati e spinti. Ne è una prova il fatto che ancora oggi la propria fazione risulta determinante nella formazione dei giudizi. Basti pensare che nell’indagine i magistrati sono apprezzati, come dicevamo, dal 48,7% degli italiani. Ma dal 53,9% di chi si colloca a centrosinistra e dal 36,5% di chi si colloca a centrodestra. Insomma, il giudizio non è per nulla oggettivo o di merito.
Allora, come dicono gli italiani intervistati, circa le caratteristiche della futura classe dirigente che vorrebbero guidasse l’Italia, servono soprattutto: visione strategica e capacità di anticipare e affrontare i problemi (35,3%), moralità, legalità ed etica (33,6%) e, al terzo posto, competenza professionale (16,6%). Anche qui mi pare che non ci siamo. Tutte queste caratteristiche devono essere dei must nel profilo dei leader, ma tutte insieme e ai massimi livelli. E visto che ci riempiamo tanto la bocca di merito, ma ne mastichiamo poco, la competenza professionale è la condicio sine qua non. E visto che parliamo di progresso, questa classe dirigente vediamo anche di ringiovanirla e aprirla alle donne. Insomma, forse, dobbiamo andare non solo a scuola per imparare la leadership, ma anche per capire come sceglierci i leader.
In questo contesto è necessario anche un nuovo ruolo delle parti sociali. Il riscatto deve venire, subito e con forza, cominciando ad agire soprattutto nell’interesse dell’Italia, e non per forza al seguito della politica. Dobbiamo ripartire da un Paese che non dipenda in tutto e per tutto dalla politica, che negli ultimi anni si è presa troppi e impropri spazi. Anche e soprattutto nel mondo del lavoro ci sono bisogni e ambiti perché le parti sociali agiscano per cambiare e migliorare molti aspetti che dipendono solo da noi. Dobbiamo cominciare a chiedere e pretendere dalla politica azioni per facilitare produttività e competitività del sistema. Qualcosa si sta muovendo, ma c’è fretta di agire bene, con lungimiranza.
