Settimana lavorativa di 4 giorni: i pro e contro

La City di Londra, uno dei più importanti punti di riferimento della finanza globale, che si staglia sulla riva nord del fiume Tamigi (foto © iStock)

La variante inglese che piace è quella del lavoro: una settimana di quattro giorni, pagati come fossero cinque. Lo sostiene un rapporto del think-thank Autonomy: la maggior parte delle 50 mila aziende britanniche prese in esame, tutte con più di 50 dipendenti, sarebbe in grado di far fronte ai costi dell’operazione attraverso una maggiore produttività o aumentando i prezzi dei prodotti. L’idea di una settimana corta non è nuova, se ne parla da diversi anni, ma ultimamente sta prendendo nuovo slancio in tutto il mondo, dopo la rivoluzione delle abitudini lavorative che il Covid ci ha imposto: il governo spagnolo ha annunciato che prenderà in considerazione la riduzione a quattro giorni e 32 ore, a parità di salario, e anche la prima ministra neozelandese Jacinda Ardern è della stessa idea. Nel frattempo, alcune aziende stanno sperimentando soluzioni che vanno in questa direzione, dai turni di appena sei ore alla Toyota di Goteborg, in Svezia, al weekend lungo che comincia giovedì sera per i dipendenti di Microsoft Japan. Ma un conto è ridurre l’orario in una singola azienda, un altro è farlo a livello nazionale.

Settimana lavorativa di 4 giorni: i pro e contro

Naturalmente, ci sono pro e contro: quello del “lavorare meno, lavorare tutti” è solo uno dei punti a favore, perché si devono considerare anche gli effetti (positivi) sulla salute, sulla qualità della vita e, di riflesso, sulla produttività. Si riducono i costi di gestione perché l’ufficio resta chiuso un giorno in più alla settimana, mentre i dipendenti risparmiano su trasporto, caffè, pranzi e altre spese varie. L’idea di avere un fine settimana di tre giorni, poi, rende tutti più felici: aumenta la motivazione e di conseguenza salgono anche prestazioni e produttività. Ciliegina sulla torta: alcuni studi avrebbero dimostrato che meno si lavora e meno ci si ammala, per la gioia del datore di lavoro. Però la settimana corta non è la soluzione giusta per tutte le aziende: funziona solo nelle corporazioni più grandi e flessibili, e sarebbe addirittura controproducente se, come accade in alcune simulazioni, si volessero ridurre i giorni e mantenere intatte le ore complessive settimanali, col risultato che la giornata lavorativa si allungherebbe a dieci ore.

«Per i lavori da svolgersi totalmente in presenza si pone certamente un problema di costo del lavoro», fa notare Mario Mantovani, presidente Manageritalia e Cida, «nel caso in cui si mantenga la medesima retribuzione e sia richiesto un maggior numero di lavoratori, per esempio per garantire orari di apertura. Il problema potrebbe essere in parte mitigato adottando un modello quattro-più, in cui il lavoratore copre, in aggiunta alle quattro giornate standard, le sostituzioni di turno per malattia o ferie. Occorre tener presente, poi, che il concetto di settimana lavorativa con giornate e orari fissi è tipica del lavoro impiegatizio, quello più facilmente adattabile al modello smart working, mentre il lavoro a contatto con il pubblico già oggi è in larga parte organizzato in turni per coprire sei o sette giorni la settimana e orari di 10-24 ore al giorno». «Con lo smart working diffuso», continua Mantovani, «la funzione dell’orario perde di significato: con solo due o tre giorni in ufficio, ha poco senso parlare di orario settimanale». Forse sarebbe meglio definire parametri di disponibilità, tempi di risposta o tipologia di attività piuttosto che ragionare solo sul numero di ore. «Il lavoro da remoto», conferma Francesca Bernabei, autrice di Mindset e Time Management, prendi in mano il tuo tempo , «può rappresentare davvero la svolta in termini di qualità di vita e il focus è misurare i risultati, non il tempo di lavoro. Scegliere di lavorare per obiettivi e di meno significa dare spazio al vivere i propri affetti, passioni e spazi. Chi dice di non aver mai un minuto di tempo perché pieno di lavoro, non dà un segnale positivo: essere super impegnati non è cool».

«Tagliare le ore lavorative con la situazione di oggi è poco praticabile», osserva invece Anna Fais, coach e Professional Organizer che da anni, con Organizzatessen, si occupa di formazione aziendale per aumentare la produttività delle risorse e l’equilibrio vita-lavoro, «ma resta una prospettiva molto interessante, che va preparata con anticipo, anche considerando i lati negativi. Guardiamo i nostri cugini francesi: lavorano solo 35 ore la settimana ma con un impatto sugli aumenti degli straordinari e un aumento dei costi a livello fiscale e contributivo. Oggi in Italia non sarebbe sostenibile».

Forse allora dovremmo ragionare più in termini di qualità del lavoro che non di mera quantità. «Gli italiani devono imparare a lavorare per obiettivi e non solo i top manager», continua Fais, «ma anche gli operativi e lo staff. Per fare questo devono essere coinvolti, e lo smart working va in questa direzione, perché costringe a lavorare per obiettivi e a migliorare la comunicazione. Insomma, ci obbliga a fare meglio». Pare dunque che l’esperienza della pandemia ci abbia posti, in maniera brusca ma efficace, nella condizione di sperimentare che un modo diverso di lavorare esiste, e non necessariamente in ufficio, non obbligatoriamente dalle 9 alle 18. «Intravedo molte opportunità» conferma la Professional Organizer Chiara Battaglioni, «che possono essere esplorate: penso, per esempio, alla possibilità di rendere flessibili i propri orari di lavoro in cambio di un’operatività guidata dai risultati e non dal numero di ore passate alla propria postazione. L’organizzazione personale che funziona è flessibile: ingabbiarci in regole rigide non contribuisce né alla nostra produttività né al nostro benessere».

Articolo pubblicato su Business People, aprile 2021