Lorenzo Guerriero

Lorenzo Guerriero è presidente di Manageritalia, la federazione dei dirigenti italiani che operano nel settore terziario

Mon c’è molto tempo a disposizione. Il mandato di Lorenzo Guerriero, l’uomo che dallo scorso giugno guida Manageritalia, scade nel 2012. Ed entro quell’anno Guerriero vuole innescare una rivoluzione culturale e generazionale che dovrebbe portare nuova linfa ai piani alti della federazione dei dirigenti delle imprese del terziario che si trova in lotta con un sistema che non valorizza la professionalità del management. Le sfide da affrontare? Chiudere il nuovo contratto nazionale, da siglare sedendosi al tavolo insieme a una Confcommercio sempre più agguerrita. Organizzare una campagna di sensibilizzazione per convincere gli imprenditori della piccola e media impresa che delegare decisioni e strategie ai manager anziché ai propri figli non è peccato mortale. E soprattutto, mettere in chiaro il motivo per cui persone come Lele Mora non sono manager.

Presidente, qual è il bilancio di questi primi sei mesi di mandato?
Sono innanzitutto soddisfatto del modo in cui abbiamo ripreso le attività con le associazioni territoriali. Di recente abbiamo fatto una grande e importante riunione a cui hanno partecipato i 15 presidenti delle organizzazioni, i 30 vicepresidenti e una settantina di potenziali talenti su cui investire.

Che cosa intende per “potenziali talenti”?
Intendo giovani manager (anche se capisco che può far ridere definire giovani manager persone di età compresa tra i 40 e i 55 anni) che entro la fine di questo mandato vorrei facessero il loro ingresso in Manageritalia per avviare un processo di rinnovamento dei vertici dell’organizzazione. Un rinnovamento che ormai è impellente.

Per restare in tema di “gioventù”, tra le vostre iniziative più recenti spicca quella a favore della ricollocazione dei manager ultracinquantenni licenziati, per la quale il governo ha stanziato 10 milioni di euro di incentivi. L’Italia non è un paese per giovani?
Nel nostro mercato c’è carenza di managerialità in assoluto. I dirigenti rappresentano lo 0,9% della forza lavoro italiana, mentre in altre piazze europee, come per esempio in Gran Bretagna, arriva al 6%. Ci sono dunque due motivi alla base di questa nostra azione: il primo è che non si può ignorare la gran quantità di aziende non necessariamente a conduzione familiare sprovviste di management propriamente detto. E poi c’è una ragione più contingente. Non si possono sprecare esperienze, talenti, capacità di manager sulle cui spalle è stato scaricato il peso della crisi. Nel biennio 2008-2009 sono state estromessi dal sistema italiano circa 20 mila dirigenti!

LAVORO - Pochi giovani e in fuga dall'Italia

D’accordo ma non pensate anche alla difficoltà di inserimento dei “veri” giovani?
Certo, anche i neolaureati fanno fatica a entrare nelle aziende. Noi abbiamo fatto il massimo per favorirne l’ingresso in qualità di manager. Un esempio? Ci siamo inventati la figura del dirigente di prima nomina: ne sono stati assunti 5 mila in quattro anni e grazie a loro le imprese hanno realizzato risparmi sostanziali. Il dirigente di prima nomina è un manager di età inferiore ai 39 anni che costa meno a chi lo assume in termini di previdenza, assistenza sanitaria e tutti quei meccanismi contrattuali che separano il dirigente dal quadro.

Qui però si parla solo di soldi da risparmiare, come se il management fosse un costo e non un investimento. Non è questo il vero problema?
Bisognerebbe chiederlo agli imprenditori. Ma nonostante abbiamo le prove che gli imprenditori considerano i manager un costo quando devono fronteggiare momenti di difficoltà, anche a porte chiuse le mie controparti datoriali negano disperatamente che sia quella la questione.

Mica facile dialogare in questo modo.
Purtroppo c’è di più: i soldi, infatti, c’entrano fino a un certo punto. Noi viviamo nel paese dei sei milioni di imprenditori, e nelle imprese a conduzione familiare c’è anche la questione legata alla delega. Nei delicati equilibri familiari spesso i figli del proprietario o i collaboratori di vecchia data non accettano di buon grado di veder data la precedenza a un manager che viene dall’esterno. Abbiamo esperienze di dirigenti che sono stati assunti da imprenditori disposti a pagarli di più purché chiedessero meno deleghe. Paradossalmente la crisi ci può dare una mano, visto che in alcuni casi le piccole e medie imprese si sono rese conto che per sopravvivere sul piano internazionale avevano bisogno di qualcuno che le sapesse guidare, e si sono dotate di un management propriamente detto.

Allora è anche una faccenda culturale. Come si sensibilizzano le Pmi sul tema?
C’è un problema di comunicazione che dobbiamo risolvere, e su questo ci stiamo organizzando. Più che batterci, dobbiamo “sbatterci” per far passare i nostri principi. Fino a quando non si realizzerà una campagna informativa diffusa e capillare le barriere rimarranno. Pure gli imprenditori però devono fare la loro parte. Penso per esempio alla proposta di Giuseppe Morandini, ex-presidente delle Pmi di Confindustria, quando sosteneva la necessità di creare delle t-holding, ovvero degli agglomerati societari di due-tre piccole imprese al cui vertice andrebbero messi due manager: un Cfo per la finanza e un Ceo per gestione operativa. Ma questa idea è stata accolta in maniera molto tiepida da Confindustria. Alcuni imprenditori, come ha detto qualcuno di loro recentemente, non si rendono conto che l’impresa è una community, non una loro commodity.

Il 31 dicembre è scaduto il contratto nazionale, che cosa aspetta Flavio Leoni, il vostro nuovo responsabile per le relazioni sindacali, quando siederà con Confcommercio al tavolo delle trattative?
Il rapporto con Confcommercio è sempre stato caratterizzato da fasi in cui siamo partner e si lavora insieme e fasi, in genere ogni tre anni, quando per l’appunto si rinnovano i contratti, in cui diventiamo controparti. Noi facciamo le nostre valutazioni, le nostre considerazioni, e le nostre richieste, loro fanno altrettanto e poi generalmente la trattativa si conclude con un accordo che come tutti i buoni accordi lascia le parti civilmente insoddisfatte. Questa volta temo che ci siederemo al tavolo in un clima molto diverso. In Confcommercio è cambiato qualcosa: l’uomo che è stato chiamato a rappresentare le imprese del terziario ha grandi capacità, e una carriera di manager alle spalle. Il fatto che ci troveremo di fronte un interlocutore che parla la nostra lingua non significa necessariamente che condivida la nostra visione. Dobbiamo innanzitutto spiegare che non siamo disponibili a perdere nessuna delle prerogative che caratterizzano il nostro contratto, che è uno dei migliori in Europa, ma per capire quali sono i temi caldi ci stiamo confrontando con la base. Entro fine febbraio avremo i risultati di una grande indagine che dopo molti anni sta coinvolgendo i nostri associati per capire dal loro punto di vista quali sono le cose irrinunciabili, quali possono essere messe in discussione, e quali eventualmente mancano.

Lei cosa fiuta nell’aria adesso?
Gli associati ci chiedono di essere tutelati soprattutto per quanto riguarda la parte normativa e di aver maggiori garanzie di vedersi riconosciuto il merito come una parte aggiuntiva di retribuzione variabile e legata agli eventuali risultati ottenuti. E poi non può sfuggire il fatto che oramai la gente è abituata ad avere un’assistenza sanitaria integrativa di un certo tipo. Ma la nostra copertura sanitaria integrativa è ferma da 20 anni a 3.615,20 euro. Ora, con questi soldi si possono fare molte meno cose rispetto a 20 anni fa, senza considerare l’impatto che ha avuto l’euro sul costo della vita. Non dico che si debba aumentare il livello della copertura: sarebbe auspicabile indicizzarlo. Questo sarebbe da parte dello Stato un segnale forte nei confronti di chi ha investito per sgravare la sanità pubblica.

Il caso Lele Mora: Manageritalia ha preso una durissima posizione rispetto alla possibilità di chiamare l’agente dei vip “manager” (approfondisci ). Perché?
Lele Mora è tutto quello che si vuole, ma non un manager. O abbiamo sbagliato tutto noi o i media devono smetterla di definirlo manager: è un problema di professionalità e posizione. Un manager è un dipendente a reddito fisso che lavora per le aziende, che ha una provata competenza ed esperienza e guadagna in media 104 mila euro lordi all’anno, su cui paga le tasse fino all’ultimo centesimo.

Quali altre caratteristiche deve avere il “vostro” manager?
Deve avere una formazione adeguata, che non significa per forza avere una laurea. Ci vuole volontà di rischiare in proprio, visto si può essere licenziati in qualunque momento. Serve determinazione, aggiornamento costante. Un manager deve essere capace non solo di guidare un’azienda o una parte di essa, ma anche di motivare gli uomini alle sue dipendenze. Deve sapersi confrontare con il mercato e avere un livello di creatività per valutare la situazione contingente e trovare soluzioni da proporre all’imprenditore. La maggior parte degli ultracinquantenni queste caratteristiche le ha. Ma sono stati licenziati in massa perché, dice la vulgata, bisognava diminuire i costi e fare largo ai giovani. Ai quali però non si è fatto largo.

Se lei potesse entrare in un’azienda per dirigerla, che tipo di impresa sceglierebbe?
Entrerei in un’azienda italiana con vocazione al mercato globale, probabilmente nel settore dell’informatica. In alternativa mi piacerebbe essere manager in un’azienda, sempre italiana, che abbia la volontà di creare le basi per uno sfruttamento intensivo del patrimonio naturalistico e culturale del paese, investendo e incentivando strutture sportive capaci di attirare i turisti con grandi possibilità economiche che ora vanno in Spagna, Portogallo e Gran Bretagna.

Ma in Italia non ci sono imprese così, se la dovrebbe inventare. Vuole diventare imprenditore?
Eh sì, a questo punto mi converrebbe fare l’imprenditore. Anche se qualche cosa al Sud si sta muovendo. Ma non mi faccia parlare: se aprissimo il capitolo della managerialità al Sud, dovremmo ricominciare l’intervista daccapo e io mi lamenterei dieci volte di più rispetto a quel che ho fatto finora.

COME ACCEDERE AGLI INCENTIVI
Il contributo di 10 milioni di euro messo a disposizione dal governo dopo l’accordo raggiunto dal ministero del Lavoro, Manageritalia, Federmanager e Italia lavoro prevede incentivi per l’inserimento di dirigenti di età superiore ai 50 anni. Il sostegno è pari a 10 mila euro per ogni dirigente assunto con contratto a tempo indeterminato o a tempo determinato di almeno 24 mesi, 5 mila euro per ogni dirigente assunto con contratto a tempo determinato di almeno 12 mesi o assunto con contratto di collaborazione a progetto di almeno 12 mesi. In caso di un provvedimento formale di licenziamento il contributo sarà immediatamente disponibile all’atto della nuova assunzione. Nel caso di transazione, invece, il dirigente dovrà risultare in stato di disoccupazione da almeno sei mesi prima della presentazione della domanda da parte della impresa interessata all’assunzione. Le richieste di contributo che perverranno alle organizzazioni territoriali da parte delle imprese saranno inserite in una apposita graduatoria, stilata secondo l’ordine cronologico di presentazione delle domande e pubblicata sul sito di Italia Lavoro e dello stesso ministero del Lavoro, fino all’esaurimento delle risorse disponibili.

www.lavoro.gov.it/Lavoro - www.italialavoro.it