Responsabilità, apertura mentale, estroversione, cooperazione e stabilità emotiva. Sono questi i cinque fattori chiave di un buon imprenditore, quelli che determinano o meno il successo di un’azienda. Sì, perché il buon andamento di un’impresa non è determinato solo dall’accesso al credito, dalla pressione fiscale o dalla burocrazia: una caratteristica fondamentale è il temperamento di chi la guida, che nelle piccole e medie imprese può pesare fino al 50% dei risultati raggiunti dall’azienda. È quanto emerge dal recente rapporto Sussidiarietà e... politiche industriali, che sarà presentato nella serata di mercoledì 11 maggio a Milano, e che, condotto dalla Fondazione per la Sussidiarietà e l’Università di Bergamo, ha coinvolto 380 imprenditori e manager di imprese attive in quattro settori centrali per il Made in Italy (Abbigliamento-tessile, Agroalimentare-ortofrutta, Macchine utensili, Legno-arredo).
“Ci siamo accorti che le caratteristiche del prodotto, del territorio, delle dimensioni dell’impresa non bastavano a spiegare la diversità dei risultati delle aziende”, afferma a la Repubblica Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione, “e nemmeno a capire perché alcune hanno superato la crisi e altre no”.
La personalità dell’imprenditore, quindi, gioca un ruolo fondamentale per il futuro dell’impresa e dei suoi dipendenti. La ricerca sfata anche il tabù della tradizione di famiglia: un mito che rappresenta un freno e non paga in termini di fatturato. Un’altra curiosità che emerge dal rapporto è data dall’interesse dell’imprenditore per il piccolo schermo: se il capo guarda troppa televisione, l’impresa è a rischio per innovazione e presenza sui mercati internazionali. E se all’imprenditore mancano le skill necessarie, l’impresa è destinata a fallire? Non necessariamente: formazione e un miglior legame tra impresa e università fanno cambiare marcia, così come una politica industriale e fiscale che premia chi investe, chi crea occupazione e chi cerca nuove strade di business.