Ecco la web tax italiana. Che questa sia la volta buona?

Dopo la Francia, anche l’Italia si sta avviando a passi decisi verso l’introduzione della web tax. Finalmente. È da tempo, infatti, che il nostro Paese sta lavorando alla questione, ma fino a ora tutto è rimasto fermo per la mancanza dei decreti attuativi. La prima proposta di legge era stata firmata dall’ex senatore del Partito Democratico Massimo Mucchetti. Si trattava, in sostanza, di un’imposta sui servizi “effettuati tramite mezzi elettronici” con un’aliquota del 6%. Per compensare gli effetti potenzialmente negativi a carico delle società che pagano le tasse in Italia, che sarebbero scaturiti dal prelievo fiscale, si era pensato di istituire un credito d’imposta pari a quanto versato. Poi la norma è stata modificata: la tassazione è stata diminuita al 3% e il credito d’imposta è stato eliminato. Ora si è arrivati a una nuova formulazione, secondo cui la web tax deve essere applicata come ritenuta alla fonte sulle transazioni e solo ai soggetti che effettuano oltre 3.000 transazioni nell’anno solare.

A che punto è la web tax italiana*

Iab Italia, l’associazione che raggruppa oltre 170 aziende della pubblicità digitale, è soddisfatta. «L’attenzione rivolta, a favore della concorrenza», ha dichiarato il presidente Carlo Noseda, «alle nuove fonti di ricavi di alcuni operatori della rete sembra utile per tutelare le pmi italiane. Non colpisce l'e-commerce, la manifattura, il digitale e lo sviluppo del web. Il limite dei 750 milioni di euro e i 5.5 mln di ricavi realizzati in Italia per questo tipo di servizi ci sembra vada proprio in questa direzione, individuando le economie rilevanti e ponendo un correttivo alle situazioni di distorsione del mercato». L'ambito di applicazione, a loro avviso, «è sufficientemente chiaro e definito». Dopodiché, aggiunge Noseda, «occorrerà certamente attendere l’approvazione, prima, e l’implementazione, poi, della norma, che ci auguriamo si muova nei limiti già chiariti dall’emendamento del Governo. IAB rimane a disposizione per lavorare con le istituzioni e tutti gli stakeholder per focalizzare il decreto attuativo alle reali situazioni di abuso e asimmetria concorrenziale».

*Articolo aggiornato il 21 dicembre