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Una grande differenza tra le carte di credito "normali" e quelle revolving è che, nel secondo caso, l'importo speso viene rateizzato © Getty Images

Negli ultimi anni, caratterizzati da una contrazione dei redditi e dei consumi, le carte revolving sono emerse come una soluzione molto apprezzata da banche e finanziarie, ma anche da molti consumatori. A prima vista, non sono molto diverse dalle normali carte di credito o di debito, ma in realtà differiscono in alcuni aspetti sostanziali.

Differenza tra carte revolving e carte di credito normali

La differenza principale è che, mentre con le carte di credito o di debito l’importo pagato viene addebitato tutto in una volta, con le revolving il cliente rateizza il rimborso. In breve, se Mario Rossi usa una carta normale, alla fine del mese dal suo conto la banca preleverà l’importo da lui prelevato o speso in acquisti telematici. Con una carta revolving, il signor Rossi pagherebbe una piccola frazione di quello che ha speso, il cui ammontare verrebbe spalmato sui mesi successivi.

Queste carte vengono emesse da banche o finanziarie. I clienti che decidono di chiedere questo strumento, hanno un limite di spesa che è appunto il fido concesso dall’istituto emittente. Il rimborso della rata mensile serve a ricostruire il fido e, in questo modo, il ciclo continua. Insomma, spendono soldi che hanno avuto in prestito. Non attingono, cioè, da fondi loro.

Carte revolving: chi ci guadagna e perché

Per i clienti, è facile capire dove sia il vantaggio: quello di poter spendere più di quanto potrebbero realmente, grazie alla rateizzazione dei pagamenti. Il signor Rossi potrebbe avere bisogno di spendere oggi un reddito che avrà domani. Naturalmente, anche banche e finanziarie hanno il loro guadagno, che sta nelle spese collegate a questo tipo di carta, ma soprattutto agli interessi applicati, che sono sensibilmente più alti.

Quanto più alti? Nel 2015, la Banca d’Italia ha rilevato che sui prestiti fino a 5.000 euro veniva applicato, su base annua, un tasso medio effettivo globale (il cosiddetto Taeg, del 16,65%), che di fatto è un tasso particolarmente alto. Gli interessi si pagano sull’ammontare effettivamente speso e non sull’ammontare del fido, cioè sul tetto massimo di spesa.