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Rappresentano i due terzi delle imprese italiane e contribuiscono per il 60% alla produzione del PIL, garantendo il 70% dei posti di lavoro a livello nazionale. Parliamo delle imprese familiari, una risorsa preziosa per l’economia del nostro Paese che mostra però ancora molte fragilità.

A scattare un’istantanea di questo tipo di azienda è il Family Business Study 2019 , il report annuale condotto dalla società internazionale di consulenza Russell Reynolds Associates. La ricerca ha analizzato i Consigli di Amministrazione delle aziende a conduzione familiare in Italia, Francia, Germania e Spagna, confrontandoli con quelli delle imprese non familiari.

Formazione e competenze: c’è ancora da fare

Dall’analisi emergono alcune criticità per le nostre aziende familiari, che si dimostrano meno pronte ad affrontare le sfide del mercato rispetto alle “cugine” europee. Innanzitutto sul piano della preparazione del management.

Analizzando i board delle nostre aziende familiari, ad esempio, si nota che solo l’1% dei componenti ha un adeguato livello di digitalizzazione, rispetto all’11% di quelli francesi. 

Squilibrio che si conferma anche in altri ambiti: nei CdA delle aziende familiari italiane sono in numero minore i membri con esperienze di contabilità e finanza (nel nostro Paese sono il 7% rispetto al 16% in Germania e al 20% in Francia), così come quelli con precedenti esperienze da CEO (Italia 36%, Spagna 43%, Francia 47%).

Presidente, quasi sempre un uomo. E della famiglia

L’Italia, stavolta insieme alla Spagna, ha però anche un altro primato: in questi due Paesi il presidente delle imprese familiari è quasi sempre un componente della famiglia proprietaria, rispettivamente nell’86% e nel 90% dei casi. Una percentuale che si riduce drasticamente negli altri territori analizzati, in particolare in Francia: qui nel 52% dei casi il ruolo di presidente viene assegnato a professionisti e manager non legati da rapporti di parentela con la proprietà.

Il nostro Paese risulta molto indietro anche rispetto al numero di donne presidenti di aziende familiari. In Italia sono solo il 5%, una percentuale molto più bassa rispetto a quella ad esempio della Spagna, in cui le donne al comando sono il 20%.

Visione di lungo termine

Chiudiamo con un altro dato, stavolta di segno opposto: per le aziende familiari italiane Russell Reynolds Associates rileva una maggiore propensione ad adottare una visione di lungo termine, in particolare rispetto ai piani di successione dei CEO. Sarebbe proprio il “DNA familiare” che caratterizza le nostre imprese familiari a far sì che la leadership futura venga definita in modo più accurato e con largo anticipo. 

Come rileva Beatrice Ballini, Managing Director di Russell Reynolds, “meno del 30% delle imprese familiari sopravvive alla terza generazione, per lo più a causa di una preparazione insufficiente da parte delle generazioni subentranti”. In un contesto di questo tipo, quindi, la selezione dei leader aziendali risulta una sfida importante, in cui si combinano innovazione, formazione e trasmissione dell’eredità culturale e dei valori familiari.