Origine del caso mutui subprime e il legame con la crisi dell’economia italiana

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Nel settembre 2008, il mondo si trovò a un passo dall’olocausto finanziario. Il panico andava diffondendosi a macchia d’olio e negli Usa era cominciato il temuto bank run. La corsa agli sportelli aveva fatto evaporare in poche settimane 5.500 miliardi di dollari di depositi. I problemi erano, però, cominciati già nell’agosto dell’anno prima, quando le banche avevano smesso di prestarsi soldi. Non si fidavano, sapevano che molte di loro avevano in pancia titoli tossici che avrebbero potuto affondarle. Stava scoppiando la bolla del mercato immobiliare americano e lo sapevano.

Come nacque la crisi dei mutui subprime

Le bolle sono un fenomeno ben noto agli economisti. Consistono in momenti di euforia ingiustificata che porta gli attori del sistema finanziario a investire su un bene, su un titolo o su un mercato, certi di poter guadagnare in eterno. Succede puntualmente che la bolla scoppi e faccia morti e feriti. Nei primi anni Duemila, una quantità spropositata di soldi era stata puntata sul mercato immobiliare Usa. Nel solo luglio 2005, erano stati siglati 1,389 milioni di contratti di vendita. I prezzi degli immobili crescevano, le famiglie con la casa di proprietà si sentivano più ricche e s’indebitavano usando la propria abitazione come garanzia. Le case si vendevano come il pane e, infatti, le compravano tutti. Società specializzate facevano prestiti anche ai nullatenenti e ai disoccupati, tanto quei mutui venivano trasformati in titoli sempre più complessi e indecifrabili da rivendere ad altri investitori. La giostra girava, banche e fondi di investimento scommettevano mille anche se avevano in cassa dieci, tanto il mercato non poteva crollare. E invece crollò

La crisi dei mutui subprime e le ricadute sull’economia reale 

Quando i mutuatari a basso reddito, cioè i titolari di mutui subprime, smisero di rimborsare il debito, partirono i pignoramenti. In poco tempo, l’offerta di case superò la domanda, i prezzi crollarono e la giostra si ruppe. La crisi tracimò dai mercati finanziari all’economia reale. Le banche, quasi affondate dall’esplosione della bolla, avevano smesso di prestare denaro a imprese e famiglie, provocando una contrazione di investimenti e consumi, che a loro volta si riverberava in una calo della produzione industriale, dell’occupazione e, quindi, di nuovo dei consumi e a catena del pil e delle entrate fiscali e così via. Il crollo dell’economia americana, principale locomotiva mondiale, mise in crisi anche altri Paesi che erano rimasti immuni dal contagio finanziario, come la Cina, che vide crollare il proprio export negli Usa e ridusse a sua volta le importazioni dal resto del mondo, contribuendo a peggiorare il quadro economico generale. 

Dieci anni dopo la Grande crisi: focus Italia

Dieci anni dopo, l’Italia non sembra ancora uscita da questa trappola. I numeri disegnano una realtà quantomeno preoccupante. Secondo l’Istat, il pil registrato nel 2017, per esempio, ha sfiorato i 1.600 miliardi di euro, ma nel 2007 era di 1.678 miliardi, cioè più alto di un 5,4%. Anche i dati della World Bank parlano chiaro: nel 2007 il prodotto interno lordo italiano veniva quantificato in 2.204 miliardi di dollari, dieci anni dopo era sceso a 1.859 miliardi; il pil pro capite, invece, è passato dai 37.699 a 30.661 dollari. A crollare è stata anche la produzione industriale, calata di un 20%. Dati altrettanto eloquenti sono quelli contenuti nel bollettino 126 pubblicato a ottobre 2017 dalla Banca d’Italia, dove si mostra l’andamento dei principali componenti del pil negli ultimi dieci anni. Esportazioni a parte, tutte le altre voci mostrano andamento negativo. Sono diminuiti gli investimenti: fatto 100 il livello del 2007, quello del 2017 era a 75; poco più in alto i consumi delle famiglie (94). Il numero dei lavoratori è tornato ai livelli pre-crisi, con 23 milioni di occupati. Lo dice il primo rapporto congiunto di Istat, ministero del Lavoro, Inail e Anpal dello scorso dicembre. È aumentata però la disoccupazione, passando in dieci anni dal 6% al 10,7%, perché molti inattivi sono rientrati nel mercato del lavoro, segno che c’è più fiducia. La cosa preoccupante, però, è che è diminuito il numero di ore lavorate e anche le retribuzioni. Secondo l’Istat, i redditi da lavoro autonomo si sono ridotti del 15%, mentre quelli da lavoro dipendenti sono passati da una media di 29.738 euro annui nel 2007 a 29.419 nel 2016. In breve, sono aumentati i lavoratori precari e sono diminuiti i redditi da lavoro, anche per effetto della riforma Jobs Act. Alla luce di questi dati, che pil e consumi non siano tornati ai livelli pre-crisi non dovrebbe stupire nessuno.

I problemi economici dell’Italia non sono dovuti alla crisi del 2008 

Negli Stati Uniti, invece, l’economia è tornata a correre, i salari a crescere e si sta sfiorando la piena occupazione. Si è ripreso anche il mercato immobiliare, con 622 mila contratti di vendita siglati nel febbraio di quest’anno (nel febbraio 2011, all’apice della crisi, erano state vendute 270 mila case). Come mai parte dell’Europa, Italia in testa, è ancora così indietro? «Per quanto riguarda le difficoltà europee, io le ricondurrei ai problemi legati all’unione monetaria, perché l’euro – che è un sistema di cambi fissi –, ha prodotto l’esito che spesso si verifica quando un Paese debole e uno forte legano le proprie valute: crisi finanziarie. È successo quando il pesos argentino fu agganciato al dollaro, è successo anche con il gold standard, è successo tante volte, nulla di sorprendente», spiega Sergio Cesaratto, ordinario di Economia internazionale e Politica monetaria e fiscale all’Università di Siena. Gli effetti sono semplici ma deleteri: il Paese più forte invade con i propri capitali quello più debole il quale, oltre a indebitarsi, non potendo più contare su un aggiustamento del tasso di cambio per riguadagnare competitività, deve comprimere i salari, per vendere la sua merce sui mercati internazionali. È quello che è successo in Italia, dove, come visto, l’export corre ma i salari no, e la conseguenza è che consumi e investimenti stagnano, e l’economia ne risente. «Che i nostri problemi discendano dalla crisi del 2008 è un racconto per bambini, nemmeno troppo intelligenti. Quello che è successo è una cosa diversa, un cambiamento deliberato e pianificato di sistema economico», assicura Valerio Malvezzi, docente di Comunicazione finanziaria al Collegio Griziotti dell’Università di Pavia. «Negli anni ‘70 si è deciso di cambiare modello economico, passando da politiche espansive, di tipo keynesiano, che miravano a garantire piena occupazione e crescita soprattutto per le fasce più basse della popolazione, a politiche neoliberiste». Da qui discenderebbe l’allargamento della forbice sociale di cui molto si parla da alcuni anni. «L’economia è una scienza che sposta la ricchezza da una parte all’altra: qualsiasi derivata, qualsiasi curva di indifferenza, qualsiasi decisione può spostare la ricchezza. Ci sono decine di grafici e di curve che dimostrano come questa si sia spostata dal basso verso l’alto, e non è stato un caso. Il problema è che il neoliberismo viene inteso come una specie di dogma. Ma sostenere che il mercato è un’entità che si governa da sé è fare paganesimo finanziario. Questa è la vera causa della crisi», continua Malvezzi.

Perché il quantitative easing non ha aiutato l’economia reale

I dati Istat diffusi lo scorso novembre confermano che il numero dei poveri continua ad aumentare. La percentuale di persone a rischio esclusione è salita dal 28,7% del 2016 al 30% dell’anno successivo. Alla crisi finanziaria, le principali banche centrali hanno risposto prima prestando soldi a tasso zero alle banche, poi con salvataggi e infine con armi non convenzionali come il Quantitative Easing, stampando miliardi e immettendoli nel sistema finanziario, con acquisti sui mercati secondari. Qualcosa sarebbe arrivato all’economia reale, una volta che le banche si fossero trovate con i forzieri pieni. Però non è andata così. Il perché lo spiega David Andolfatto, numero due della Fed di Saint Louis, una delle 12 sedi regionali della banca centrale Usa. «Non posso parlare a nome della Federal Reserve, ma ho capito che ci sono dei limiti a ciò che si può ottenere con la sola politica monetaria. La Fed ha avuto molto successo quando ha agito come prestatore di ultima istanza, ma credo che i programmi di QE siano stati utili solo marginalmente. Ci vogliono meccanismi per coordinare meglio la politica monetaria e quella fiscale», dice il banchiere. Tradotto in parole molto semplici: inondare i mercati di liquidità non serve granché. A una politica monetaria accomodante, se ne deve affiancare una fiscale altrettanto espansiva. Lo Stato, oltre ad agevolare il credito, deve investire in infrastrutture, far lavorare aziende e operai, pagare salari che diverranno consumi e rimetteranno in moto l’economia. Una politica di marca keynesiana che, però, in Europa, con le regole attuali, improntate a una rigorosa austerity, non è realizzabile. A domanda diretta, se l’uscita dall’eurozona possa essere una soluzione, il funzionario risponde con diplomazia: «È ovvio che la sovranità monetaria è sempre preferibile, però il punto non è questo. L’Unione Europea può giocare un ruolo importante nel garantire coesione sociale, ma non è perfetta. Manca, per esempio, un’autorità centrale di politica fiscale, che invece c’è negli Stati Uniti. Dei trasferimenti intra-regionali sufficientemente generosi sarebbero un giusto prezzo da pagare per avere una più ampia coesione sociale. La questione greca, invece, è stata un disastro, con le persone più povere e meno responsabili della crisi che si sono trovate a sopportarne il costo più alto», riflette Andolfatto. 

Ma l’Ue non possiede una politica fiscale comune e la sua attuale politica economica riduce lo spazio di manovra dei governi. I tassi di cambio fissi rendono poi necessaria la compressione salariale. E la Germania, la vera economia leader? È lecito ipotizzare che non abbia bisogno di questi mezzucci per correre e quindi che un’alternativa sia possibile. «La Germania ha molti meriti ma anche lei ha compresso i salari», spiega il professor Cesaratto, che sta per pubblicare proprio un libro sulle pratiche economiche tedesche, Chi non rispetta le regole? Italia e Germania, la doppia morale dell’euro . «Lo ha fatto sfruttando, già dagli anni ‘90, il crollo del Comunismo, che le ha spalancato le porte dell’Europa orientale, di Paesi cioè con forza lavoro qualificata e salari bassissimi, e così le imprese tedesche hanno potuto minacciare la delocalizzazione. Berlino è stata abile a decentrare le parti meno pregiate della sua produzione industriale, minacciando le proprie maestranze di trasferire quelle restanti se non avessero moderato le rivendicazioni salariali». Tagliare ancora, non è possibile. Lo ha spiegato un paio di mesi l’Ufficio parlamentare di bilancio. Altra austerity rischia di lasciare l’Italia con i conti in ordine, ma stremata. Per invertire la rotta è necessario ridiscutere i paradigmi economici dell’Unione e le ricette imposte, perché a dieci anni dall’esplosione della crisi, l’unica cosa che la combinazione neoliberismo e austerità possono far crescere, ormai è chiaro, sono le disuguaglianze.