Pubblica amministrazione, ora i vertici sono donne

Finalmente, il tanto agognato sorpasso è avvenuto. Oggi, nella pubblica amministrazione, o Pa, le dirigenti donna sono più numerose dei dirigenti uomini. Anche se di pochissimo: 50,6% contro 49,4%. Ma la cosa importante è che in dieci anni sono aumentate progressivamente: nel 2007, infatti, erano ferme a quota 42%. A dirlo una ricerca basata sulla rielaborazione dei dati della Ragioneria di Stato dei 44.497 dirigenti pubblici con un effettivo ruolo dirigenziale, presentata in occasione del Forum Pa, che rivela anche il settore che ha visto l’avanzata maggiore del sesso femminile: è quello delle professioni sanitarie, che registra una presenza doppia di donne rispetto agli uomini (escludendo i dirigenti medici). Le buone notizie però finiscono qui. Gli altri dati, infatti, sono negativi. Il primo riguarda i licenziamenti: la crescita delle dirigenti non è stata dovuta tanto a un aumento delle assunzioni femminili quanto al taglio di oltre 10 mila colleghi. Il secondo è relativo all’età: i dirigenti pubblici sono spesso anziani. Basti pensare che uno su quattro ha più di 60 anni. Questo perché le posizioni di vertice vengono raggiunte solo dopo una lunga gavetta, che nel 50% dei casi dura ben 20 anni.

Le luci e ombre della pubblica amministrazione

Altra nota dolente è la formazione: è vero che il 97% dei dirigenti della pubblica amministrazione ha una laurea e il 16% anche un titolo superiore, tuttavia la maggior parte non è aggiornato. Infatti, ogni manager, in media, ha usufruito di meno di due giornate di formazione all’anno.
Anche le notizie sugli stipendi non sono confortanti. Se tra i dirigenti di prima fascia degli enti pubblici non economici alcuni arrivano a guadagnare anche 230 mila euro all’anno, di contro, fra i dirigenti degli istituti di formazione artistico museale, della scuola e i dirigenti non medici del servizio sanitario nazionale ci sono retribuzioni anche di solo 60 mila euro. In particolare, a essere bassa è la basta paga dei presidi che, dice lo studio, è pari “a 62.340 euro l’anno, con un aumento di appena 3 mila euro in dieci anni”. La retribuzione media è di 81 mila euro annuali.