Imprese alla ricerca della liquidità perduta

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«Presto che è tardi, presto che è tardi!». Lo ripeteva correndo qua e là il Bianconiglio nella fiaba di Alice nel Paese delle Meraviglie . Lo dicono imprenditori e manager alla luce dei termini e dei tempi che si profilano all’orizzonte per il reperimento delle risorse finanziarie necessarie alla ripartenza. La stessa ripartenza, la cosiddetta Fase 2, si profila complicata, disomogenea e incerta. Che la situazione sia al limite lo riconoscono anche i sindacati: «Qualsiasi azienda chiusa e qualsiasi posto di lavoro perso oggi», ha dichiarato il segretario della Cgil, Maurizio Landini, «rischia di essere perso per sempre. Quindi, va assicurata subito la liquidità alle imprese, perché grandi o piccole che siano non devono chiudere».

Intanto, il governo ha annunciato di aver messo insieme una considerevole potenza di fuoco a disposizione delle imprese. Si tratterebbe di una mobilitazione fino a 750 miliardi di euro di risorse garantite in gran parte dalla Stato, erogate attraverso il sistema bancario, con prestiti in garanzia al 100% statale fino a 25 mila euro: 200 miliardi dei quali andrebbero al mercato interno, 200 all’export, oltre i 350 già previsti dal Decreto Cura Italia. Prevista anche la sospensione dei contributi per aprile e maggio, oltre agli sgravi per i dispositivi di protezione. Intanto, immediatamente dopo Pasqua, anche l’Ue si è mossa: con due decisioni distinte, Bruxelles ha dato il via libera alle misure a sostegno dell’economia del valore di circa 200 miliardi e allo schema di garanzie destinato ai lavoratori autonomi e alle piccole e medie imprese.

Detto questo, è ancora da valutare quanto di questo ipotetico fiume di denaro finirà nei bilanci delle aziende, come ci arriverà e – soprattutto – quando potrà essere speso. Già, perché il buco nero della burocrazia rischia di fagocitare parte di quei rimasugli di energie rimasti in seno alle aziende, per non parlare del fattore tempo, che – come per la propagazione dell’epidemia – è un aspetto cruciale. Nel senso che, secondo il punto di vista di molti imprenditori e manager, un intervento tempestivo limiterebbe i danni e sarebbe meno oneroso, rispetto a un intervento foss’anche più sostanzioso, ma tardivo e di complessa realizzazione.

++Flop liquidità alle imprese: arrivati solo 51 dei 400 miliardi annunciati++

Nelle settimane passate si è molto fantasticato su Paesi come Germania, Svizzera e Francia che hanno messo a disposizione di imprenditori e professionisti privati generose risorse a strettissimo giro di e-mail, così come si è detto che quelle rese disponibili dal governo italiano, potrebbero comunque non bastare per far riprendere fiato alla nostra economia, soprattutto quella dei settori già in affanno prima della pandemia. Da noi invece i meccanismi di erogazione da parte delle banche vengono comunque considerati complessi e di conseguenza troppo lenti rispetto alla velocità di risposta imposta dall’emergenza. Infatti, i termini di applicazione dei decreti governativi appaiono alquanto incerti: i più ottimisti parlano di tre settimane, i realisti di due mesi, i pessimisti dicono “chissà”, oppure demordono. A rischiare di fatto e di più sono ovviamente le piccole e medie imprese, ma anche le grandi faticano a orientarsi nel groviglio di competenze che sono “fiorite” in questo frangente (dal Mise al Mediocredito, passando per Sace, Confidi, Cassa Depositi e Prestiti e non solo). Non poche faranno da sé, senza ricorrere alle garanzie statali, evitando di passare tra le forche caudine della burocrazia. Ecco perché ci si chiede con insistenza se non sarebbe stata auspicabile la possibilità di un anticipo immediato almeno di parte del credito richiesto. Come, per esempio, ha osservato sul Sole 24 Ore  Marco Nocivelli, presidente del gruppo Epta: «La disponibilità della liquidità è una notizia ottima, ma bisogna erogarla in maniera diretta. Penso alla concessione immediata dei fondi in attesa dell’approvazione dell’istruttoria, allo sconto totale delle fatture o al finanziamento con vincolo di mandato per pagare gli stipendi e i fornitori. Si darebbe liquidità all’intero sistema».

A finire per prime sul banco degli imputati sono le istruttorie bancarie, considerate troppo farraginose e complesse. Per non parlare del fatto che i criteri di accesso potrebbero penalizzare indebitamente alcuni soggetti produttivi. Infatti, le garanzie governative sono parametrate in base all’ammontare richiesto, alle dimensioni societarie e di conseguenza al fatturato. Le pmi fino a 499 dipendenti possono rivolgersi al loro Fondo di Garanzia: fino a 25 mila euro possono ottenere la totale garanzia dello Stato; fino a 800 mila euro la stessa si ferma al 90%, mentre per il restante 10% può essere coinvolto Confidi. Per prestiti fino a 5 milioni, invece, sarà unicamente lo Stato a garantire fino al 90% dell’importo. Le imprese che non rientrano nell’ambito d’intervento del Fondo di Garanzia sono di competenza di Sace. Tuttavia, anche qui da più parti viene fatto osservare che per poter avere accesso alle garanzie, è stata anteposta tutta una serie di condizioni escludenti, indicate dal decreto e dalla disciplina della Commissione europea, relative per lo più alla situazione patrimoniale e creditizia delle singole aziende, che rischiano di sottoporre quest’ultime alla mera discrezionalità delle banche. E certamente si potrebbe ancora continuare a lungo, elencando tante delle distonie che si sono profilate in queste settimane tra valutazione politica e messa in pratica economica delle disposizioni, la stessa difficoltà che da sempre si impone tra il dire e il fare. Certo, la rissosità inestinguibile tra maggioranza di governo e opposizione non fa ben sperare in una condivisa visione per la ricostruzione del Paese, che deve essere decisa e univoca, se si desidera una ripresa veloce, efficace ed efficiente. Anche perché nessuno ha pensato bene di intervenire e alleggerire il peso burocratico che da sempre toglie aria vitale alle imprese, ancor più in un frangente in cui di possibilità di respirare ne hanno avuta poco o nulla. Mentre la minaccia e la pretesa di uno statalismo strisciante si insinua e prende piede anche tra gli spalti più inaspettati. Tutto questo, e molto altro che abbiamo taciuto, per dire che la lunga marcia delle imprese verso la liquidità perduta è e sarà caratterizzata da tutta una serie di ostacoli che con un pizzico di lungimiranza, competenze e buonsenso avrebbero – forse – potuto essere evitate.

Articolo pubblicato su Business People, maggio 2020