Solo 1,7% delle nostre imprese alimentari esporta 30% della produzione

Il cibo made in Italy continua a fare proseliti in tutto il mondo. Eppure, le nostre aziende alimentari faticano ancora oggi a trovare un proprio posto nei mercati esteri. È questo il quadro che emerge dalla relazione che Nomisma (società di consulenza) ha presentato al convegno “L’agroalimentare italiano alla prova dell’internazionalizzazione” che si è tenuto nei giorni scorsi a Bologna. La crisi degli ultimi anni e il conseguente calo dei consumi domestici ha portato le imprese alimentari italiane a spingere sull’acceleratore e ad aprirsi velocemente e in maniera più decisa agli altri Paesi. E, infatti, nel 2017 il valore delle esportazioni agroalimentari italiane ha raggiunto il record storico di 40 miliardi di euro, quasi doppiando i 22 miliardi di euro del 2007. Tuttavia, siamo ancora lontani dai numeri dei grandi esportatori europei, tanto che oggi siamo solo quinti per l’export agroalimentare, alle spalle di Olanda, Germania, Francia e Spagna.

Come far crescere l’export agroalimentare

Finora le imprese alimentari italiane hanno puntato soprattutto sulla brand reputation, ma se vogliono aumentare il volume delle esportazioni e completare il processo di internazionalizzazione devono strutturarsi, migliorando organizzazione, competenze e conoscenze. La strada da fare è ancora lunga se si pensa che solamente l’1,7% delle nostre aziende conta più di 50 addetti - contro il 10,5% della Germania o il 4,1% della Spagna - ed è in grado di esportare circa il 30% della propria produzione. Non solo: due terzi dell’export agroalimentare italiano sono destinati a mercati “di prossimità”, cioè a Paesi dell’Unione Europea. Bisognerebbe, invece, aprirsi ulteriormente, a Cina, Stati Uniti, Medio Oriente, per esempio. Le opportunità, infatti, sono ghiotte. Secondo gli esperti, nei prossimi cinque anni i consumi alimentari di molti dei principali mercati mondiali aumenteranno ancora: negli Stati Uniti del 24%, in Cina del 44%, in India dell’85%, in Russia del 45%, in Corea del Sud del 22%, in Canada del 35%.