La vita è davvero ingrata, se hai la sfortuna di chiamarti Babbo Natale. Confinato nell’estremo Nord, in mezzo a elfi e renne che non puoi trasformare in brasato. Fai il secondo mestiere più antico del mondo, ma non hai nemmeno un sindacato che ti difenda. Lavori tutto l’anno per una notte sola, sulla base della quale sarai giudicato, roba che nemmeno gli organizzatori di Sanremo , che almeno di serate ne hanno cinque. Certo, hai un pubblico numeroso che ti venera, ma ti abbandona non appena compiuti gli otto-nove anni. Infine, il tuo operato viene passato sotto la lente di giornalisti ed economisti, che da un po’ di tempo provano a darti un valore economico. E alla fine, il 26 dicembre, quando tutto è finito, al decimo bicchiere di rum, te lo chiedi pure tu: ma quanto valgo per l’economia del mondo?

Babbo Natale può stare tranquillo, vale tanto. Se gli esseri umani smettono di credere alla sua favola prima di aver raggiunto l’adolescenza, l’economia ci crede ancora. Ogni anno, complici le tredicesime, si ripete la stessa magia consumistica (anche se la crisi ci ha messo del suo per mandarla in fumo): i negozi si riempiono e i portafogli si svuotano. Molti grandi marchi e catene affermate assumono personale ausiliario, che verrà retribuito e che a sua volta spenderà parte di quel reddito in shopping natalizio e il ciclo si rafforza e si perpetua, fi no alla fi ne delle feste. Al di là del suo significato religioso, quello economico del Natale è molto chiaro: un momento dedicato ai consumi che, soprattutto negli anni di crisi, diventa una boccata d’ossigeno irrinunciabile per l’economia.

L'intervista continua sul numero di Business People  dicembre!

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