Sostenibilità, l’Europa cerca un nuovo equilibrio

A distanza di pochi mesi da Cop30 l’industria del Vecchio Continente attraversa un momento di profonda riflessione, con le imprese italiane (e non solo italiane) preoccupate che la transizione possa trasformarsi in una dislocazione. Il nodo centrale è promuovere un realismo della sostenibilità, attraverso il quale favorire un allineamento tra “cosa si vuole che le imprese facciano” e “a quali condizioni lo possono fare”

Sostenibilità, l’Europa cerca un nuovo equilibrio© Getty Images

Agli esordi del neonato 2026, l’industria europea sembra trovarsi a un bivio tra due opzioni, che potrebbero facilmente spingerla verso direzioni opposte: da una parte, l’urgenza (ineludibile) della transizione verso un’economia più sostenibile, dall’altra la realtà concreta – per molti versi più ostica – delle condizioni in cui operano le imprese.

Così, mentre le luci invernali calano su Bruxelles e il Parlamento europeo intensifica i suoi lavori sul Green Deal, l’industria del Vecchio Continente si trova in un momento di profonda riflessione. La sostenibilità, che fino a pochi anni fa era vista come una direttrice di innovazione e crescita, oggi rischia di trasformarsi in un freno se le istituzioni europee non correggessero la rotta. Oggi, infatti, le imprese italiane, tedesche, francesi, spagnole guardano con crescente preoccupazione a regole che, pur condivisibili nella finalità, non sempre sono proporzionate alla realtà operativa e competitiva in cui operano.

Le normative di Bruxelles – a cominciare dalla Corporate Sustainability Reporting Directive (Csrd) che amplia l’obbligo di rendicontazione Esg per decine di migliaia di imprese europee, passando per la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (Csddd) che impone controlli sulle catene globali di fornitura, fino alla Eu Taxonomy for Sustainable Activities che classifica le attività “verdi” agli occhi del regolatore – sono state concepite in un momento in cui le variabili operative erano più stabili e più favorevoli. Adesso, invece, viviamo in un contesto con costi energetici molto elevati, infrastrutture in transizione, concorrenza globale accelerata e instabilità geopolitica. Non è un caso che sempre più rappresentanti delle grandi imprese europee parlino ormai di oneri normativi sproporzionati rispetto al beneficio in riferimento alla Csrd.

Molte imprese fanno notare, infatti, che le regole arrivano in un contesto in cui: la supply chain è ancora in tensione (post pandemia, con conflitti internazionali, costi delle materie prime elevati), le infrastrutture per la transizione (energia rinnovabile, idrogeno, reti) non sono pienamente operative, e che quindi l’“adeguamento” diventa rischioso e oneroso. Non a caso, a Bruxelles è stato approvato il pacchetto Omnibus 1 per assecondare il mix di ambizione e flessibilità suggerito dalle imprese: ambizione negli obiettivi, ma flessibilità nei tempi, nei costi, nei carichi amministrativi.

Infatti, in Germania, Spagna, Italia, le imprese del settore manifatturiero, dell’acciaio, della chimica, dell’automotive guardano con preoccupazione gli obblighi crescenti di rendicontazione, di investimenti, di adattamento dei processi. Non che siano riluttanti: molte di queste aziende sono in prima linea nell’innovazione, nell’economia circolare, nella decarbonizzazione. Il nodo è che devono poterlo fare senza perdere in competitività. E qui l’Europa appare in ritardo: studi indipendenti segnalano che i costi dell’energia per l’industria europea resteranno, comunque, significativamente più alti rispetto a quelli di Usa, Cina e India. E che la tensione tra regolazione – soprattutto ambientale – e competitività industriale corra il rischio di diventare strutturale.

La Cop30, tenutasi lo scorso novembre a Belém (Brasile), avrebbe dovuto essere il momento in cui la direzione globale diventava netta: decarbonizzazione, fine dei combustibili fossili, finanza verde. Invece, per molti osservatori, l’esito ha mostrato che le divergenze restano profonde. La dichiarazione finale non ha imposto target vincolanti sui fossili, il che ha indotto in molte imprese europee la sensazione che la rincorsa alla “leadership verde” stia sostanzialmente costando loro terreno competitivo, mentre altrove la partita produce solo vuota retorica. A questo punto, in un contesto in cui la sostenibilità non può più essere un lusso, le aziende chiedono che la cornice regolamentare tenga conto delle condizioni di fattibilità operativa. In Italia la questione è ancora più pressante.

I Campioni della Sostenibilità 2026

Il sistema manifatturiero è composto da numerose pmi e alcune grandi imprese, da filiere fortemente integrate, da distretti energivori che hanno sempre fatto del “made in Italy” un valore aggiunto. Per il nostro sistema, quindi, la pressione è duplice. Da una parte, mantenere la capacità manifatturiera e la competenza nelle filiere globali richiede investimenti importanti e visione strategica. Dall’altra, le condizioni di base – un costo energetico doppio rispetto ai concorrenti esteri, accesso a finanziamenti più complicato, obblighi normativi crescenti, infrastrutture in parte datate – rischiano di trasformare le norme in un deterrente.

Ecco perché Confindustria ha chiesto non solo interventi correttivi nel breve termine (misure urgenti sul costo dell’energia, interventi mirati per distretti industriali esclusi), ma anche un piano strutturale: «Le misure una tantum non sono più sufficienti: servono azioni concrete e coerenti, dove sia chiara la visione del futuro». Non a caso sempre più imprese tricolori segnalano che la “transizione” rischia di trasformarsi in una “dislocazione”: produzione che si sposta altrove, innovazione che decolla in Paesi con energie più economiche, filiere che si frammentano.

Arrivati a questo punto, le associazioni industriali europee hanno iniziato a chiedere un cambio di paradigma; non la rinuncia alla sostenibilità, ma un allineamento tra “cosa vogliamo che le imprese facciano” e “in quali condizioni lo possono fare”. Un’impresa manifatturiera non può stare solo a contare obblighi e adempimenti: dovrebbe vedere la sostenibilità come parte della sua strategia competitiva, come fonte di innovazione e vantaggio, non come un costo aggiuntivo cui adattarsi. È in questa logica che i commenti – non solo in Italia ma in tutta Europa – puntano verso l’idea di una politica industriale “verde sì, ma realista”.

In concreto, ciò significa che Bruxelles e gli Stati membri dovranno imparare ad agire su più leve contemporaneamente: abbassare il costo dell’energia industriale, dare certezza infrastrutturale (reti elettriche, idrogeno, storage), modulare tempi e obblighi per settore e dimensione, evitare la burocrazia inutile, e infine puntare su incentivi e non solo su sanzioni. Il recente piano di emergenza per la competitività europeo, presentato dalla Commissione, ne è testimonianza: mira a sostenere la decarbonizzazione industriale, ma anche ad attenuare la pressione sulle imprese.

L’analisi si estende, dunque, oltre l’Italia. In Francia le imprese dell’automotive chiedono che la filiera batterie venga sostenuta in modo netto, in Spagna il settore chimico sta valutando il trasferimento di impianti se le condizioni non cambiano in Polonia e Repubblica Ceca l’acciaio pesa per la quota di occupazione e la transizione viene percepita come rischio sociale oltre che industriale. In ogni caso, in tutti questi Paesi emerge un tema comune: la sostenibilità va perseguita, ma non a scapito della capacità produttiva, della catena del valore e della stabilità occupazionale.

Proprio questa tensione tra ambizione normativa e realtà operativa fa sì che ci sia un crescente disallineamento tra modello europeo e ciò che accade realmente nel mondo degli affari. Le imprese globali, operanti anche all’interno dell’Ue, investono dove la regolazione è prevedibile, la competizione è fattibile, l’energia è accessibile. Se in Europa queste condizioni si indeboliscono, il rischio è che l’avanguardia produttiva si sposti altrove. E così, guardando al futuro, la sostenibilità industriale europea rischia di perdere la doppia sfida: quella ambientale e quella economica.

La sostenibilità – beninteso – deve restare un imperativo. Ma ci si è resi conto che la sua implementazione non può prescindere da una valutazione realistica della condizione di partenza delle imprese, delle loro catene globali, dei mercati, delle infrastrutture, dei costi. È proprio su questo “realismo della sostenibilità” che si gioca la partita. Solo vincendola l’Europa avrebbe l’occasione di tradurre in fatti il suo claim di “Prima economia circolare al mondo”.


Norma su norma

Ecco alcune delle principali disposizioni europee contenute all’interno del pacchetto Omnibus 1 in tema di sostenibilità, approvato a fine 2025 dal Parlamento in “posizione negoziale” e in attesa di ulteriori approfondimenti

  • Csrd – Corporate Sustainability Reporting Directive: obbligo di rendicontazione di impatti ambientali, sociali e di governance, secondo standard europei (Esrs) per le imprese europee di rilevante dimensione.
  • Csddd – Corporate Sustainability Due Diligence Directive: obblighi di due‐diligence ambientale e sui diritti umani lungo le catene del valore per grandi imprese e loro fornitori.
  • Eu Taxonomy – Eu Taxonomy for Sustainable Activities: sistema di classificazione uniforme a livello UE delle attività economiche considerate sostenibili, con obblighi di disclosure su ricavi, investimenti e spese operativi “verdi”.
  • Sfdr – Sustainable Finance Disclosure Regulation: obblighi per gli operatori finanziari di trasparenza sugli investimenti sostenibili, influenzando anche imprese che cercano capitale.
  • Cbam – Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere: impone un costo del carbonio per certi beni importati nelle categorie ad alta emissione per garantire parità competitiva rispetto ai paesi con normative più deboli (menzionato nelle analisi di contesto).

Questo articolo è stato pubblicato su Business People di gennaio-febbraio 2026, scarica il numero o abbonati qui

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