Nel 2025, le grandi società quotate europee con oltre 500 dipendenti hanno pubblicato per la prima volta la dichiarazione di Sostenibilità secondo la Corporate Sustainability Reporting Directive (Csrd). L’Osservatorio Ca’ Foscari–Bdo ha analizzato i report di 131 società italiane e 159 aziende europee per valutarne struttura, contenuti e grado di maturità.
Ne emerge un quadro fatto di documenti estesi e dettagliati, ma ancora lontani da una reale integrazione tra sostenibilità e performance finanziaria. La sostenibilità resta un esercizio descrittivo più che contabile, e l’Italia – sebbene più prolifica in termini di contenuti – mostra un certo ritardo rispetto all’Europa nei temi legati al cambiamento climatico.
Il confronto tra imprese italiane ed europee
Le dichiarazioni di Sostenibilità italiane sono mediamente più lunghe rispetto a quelle europee: 144 pagine contro 111, con un maggior numero di Iro (temi rilevanti) identificati: 49 rispetto a 37. Questo maggiore livello di dettaglio, però, non si traduce necessariamente in una comunicazione più efficace. Anzi, la standardizzazione imposta dagli Esrs (European Sustainability Reporting Standards) tende a generare report lunghi, ridondanti e poco focalizzati, alimentando la richiesta di semplificazione normativa.
Sostenibilità senza conti: mancano i dati finanziari
Nel report dell’Osservatorio Ca’ Foscari-Bdo emerge come la complessità tecnica della Csrd abbia spinto molte aziende ad avvalersi delle deroghe previste dalle misure transitorie. In media, sono stati omessi 5 requisiti informativi per ciascun report, con tassi di omissione prossimi al 100% per gli effetti finanziari attesi dai rischi di sostenibilità. Anche l’integrazione con altri standard resta marginale, soprattutto in Italia, dove solo il 9% delle aziende utilizza ancora i Gri Standards.
La mancanza più evidente nei report Csrd è la quantificazione finanziaria. Pochissime aziende – italiane o europee – sono riuscite a stimare l’impatto economico dei rischi e delle opportunità legate alla sostenibilità. Senza dati numerici, la rendicontazione resta scollegata dal bilancio tradizionale, limitando la possibilità di valutare la sostenibilità come leva di creazione di valore.
Transizione climatica: Italia indietro
Se tutte le imprese analizzate affrontano i temi del climate change e della forza lavoro propria, la distanza tra Italia ed Europa sugli aspetti climatici è evidente. Solo il 24% delle aziende italiane ha formalizzato un piano di transizione climatica, contro il 76% delle europee. Il divario si allarga ulteriormente sugli obiettivi Net-Zero, dichiarati da appena il 7% delle italiane, a fronte del 27% delle controparti europee. Anche la validazione degli obiettivi climatici di breve termine segue la stessa tendenza: 19% in Italia, 69% in Europa.
L’analisi del processo di doppia materialità, uno degli elementi chiave introdotti dalla Csrd, mostra che le aziende tendono a concentrarsi soprattutto sugli aspetti negativi legati alla sostenibilità. Le imprese italiane, in media, segnalano 16 impatti negativi e 16 rischi, a fronte di 12 impatti positivi e solo 8 opportunità. Questo squilibrio tra rischi e opportunità indica che, per molte aziende, la sostenibilità è ancora percepita più come un obbligo da gestire che come un’opportunità da cogliere.
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