«Shape the Future è una campagna che invita imprenditori, filantropi e decision maker a investire, insieme all’Unicef, sul futuro dei bambini, trasformando la leadership di oggi in impatto reale per le generazioni di domani». Così Nicola Graziano, presidente per l’Italia dell’ente, introduce un progetto che ambisce a costruire nuove alleanze tra il mondo dell’impresa e quello della cooperazione internazionale, in un momento in cui il sostegno all’infanzia vive una fase di progressiva contrazione.
Il contesto attuale, segnato da instabilità geopolitiche e tagli ai finanziamenti pubblici, impone un cambio di passo: per questo Shape the Future nasce come piattaforma di collaborazione strategica, pensata per attrarre nuovi attori in grado di generare valore sostenibile e sistemico. L’idea è semplice quanto ambiziosa: offrire a imprenditori e leader visionari un canale concreto per lasciare un’eredità positiva. «Con i tagli pubblici agli aiuti e ai finanziamenti al sistema umanitario, diventa indispensabile coinvolgere imprese, filantropi e decision maker che possono portare risorse, competenze e approcci innovativi», spiega Graziano.
A essere coinvolti non sono semplici testimonial, ma Shaper: imprenditori, dirigenti e innovatori che credono nel potenziale trasformativo del loro ruolo sociale. Tra i protagonisti italiani ci sono Nerio Alessandri, fondatore e presidente di Technogym, l’avvocato Alberto Galassi, Ceo di Ferretti Group, Gabriele Galateri di Genola, presidente della fondazione The Human Safety Net, insieme alla figlia Virginia Galateri di Genola, co-founder dell’agenzia Pilot Room e membro della community NextGen Italia, e Federica Tremolada, General Manager di Spotify Europe.
Le loro storie testimoniano un’adesione autentica e un impegno che va oltre la semplice donazione. L’iniziativa punta così a ridefinire il concetto di successo aziendale, non più misurato solo in termini economici, ma anche attraverso l’impatto generato sulle persone, sulle comunità e sull’ambiente.

Nicola Graziano, presidente Unicef per l’Italia
Un aspetto centrale della campagna è il dialogo intergenerazionale, che mette in relazione chi guida oggi con le generazioni che guideranno domani. L’approccio è integrato, orientato alla costruzione di sistemi interconnessi che generano un effetto moltiplicatore: sostenere l’infanzia significa rafforzare le famiglie, creare comunità più coese, favorire economie più resilienti.
«Una campagna come questa ha obiettivi di breve e medio periodo», precisa ancora Graziano, «nel breve vogliamo rafforzare il nostro posizionamento presso chi può contribuire in modo strategico; nel medio, mobilitare più risorse per i programmi sul campo».
In questo quadro, l’efficacia non si misura soltanto attraverso i risultati immediati, ma soprattutto nella costruzione di un ecosistema di alleanze solido, consapevole e capace di resistere alle crisi. Shape the Future rappresenta quindi un acceleratore di cambiamento, dove la leadership imprenditoriale incontra la visione umanitaria e la trasforma in impatto. È un invito ad agire, rivolto a chi ha già dimostrato di saper guidare trasformazioni importanti e ora vuole estendere il proprio raggio d’azione oltre il perimetro aziendale. «Collaborare con l’Unicef permette di trasformare i propri principi in azioni concrete che generano valore anche per chi sceglie di donare», conclude Graziano.
Le voci di questo speciale
Il wellness come responsabilità sociale

Nerio Alessandri, fondatore e presidente di Technogym
Quali sono i valori fondanti che guidano Technogym e in che modo si riflettono nella collaborazione con Unicef?
I valori che ci caratterizzano sono quelli del benessere, del wellness e dell’etica. Al primo posto mettiamo l’umiltà, l’ascolto e la trasparenza. Poi c’è la sostenibilità, intesa come capacità di pensare nel lungo periodo: significa mettere la persona al centro, valorizzare l’uguaglianza e promuovere il rispetto, verso l’ambiente, verso gli altri, verso le nuove generazioni e verso chi si trova in difficoltà. In questo senso, la nostra visione è perfettamente allineata con quella di Unicef.
Cosa significa per lei lasciare un’eredità alle nuove generazioni?
Per me la legacy è lasciare un esempio concreto di sani stili di vita. Ho sempre cercato di diffondere la consapevolezza che la prevenzione inizia da scelte semplici ma fondamentali: fare sport, mangiare in modo sano, muoversi regolarmente e, soprattutto, mantenere un approccio positivo alla vita.
Quali esperienze personali hanno segnato la sua visione?
I miei genitori sono stati il mio punto di riferimento, soprattutto in gioventù. Ricordo bene quando mio padre mi diceva: «Essere onesti conviene». Detto una volta, due volte, tre volte… alla fine quel messaggio è diventato un principio guida nella mia vita.
Alla luce delle sfide attuali, su cosa dovrebbero concentrarsi oggi imprese e istituzioni per garantire un futuro sostenibile?
Credo che sia più che mai necessario ridefinire le priorità. Accanto alla tutela dell’ambiente, dobbiamo porre al centro la salute e il benessere della persona. Il futuro non potrà essere sostenibile, dal punto di vista socio-economico, se trascuriamo la salute delle persone.
Perché altri imprenditori dovrebbero diventare degli Shaper?
Il giving back è fondamentale per creare una società più solida. Significa anche essere forti nel proprio territorio. Questa esperienza con Unicef porta coesione all’interno dell’azienda, genera senso di responsabilità. Ecco perché invito altri imprenditori a considerare fondamentale, all’interno di un progetto di cultura aziendale, dedicare energie e risorse al futuro del mondo.
Altri Shaper in questo speciale:
Galassi | Galateri di Genola | Tremolada
Il dovere di chi guida

Alberto Galassi, Ceo di Ferretti Group
Perché ha scelto di sostenere un’iniziativa come Shape the Future?
Collaborare con Unicef mi permette di fare qualcosa di concreto. Non si tratta solo di beneficenza simbolica: con Unicef le cose accadono davvero. È un’organizzazione che realizza, costruisce, cambia. È un doer, come si direbbe in inglese. E poter contribuire a questo impegno, scaricando a terra parte della “potenza di fuoco” che il nostro ruolo ci offre, è un onore oltre che un dovere.
Cosa significa per lei giving back?
È un principio che mi accompagna da sempre. Mia madre mi diceva: «Fai del bene e scordatene, fai del male e ricordalo». Ho avuto il privilegio di nascere in quella che si può definire una “culla giusta”, e sento una responsabilità morale nel restituire almeno una parte della fortuna che la vita mi ha dato. Non parlo di lasciare un’impronta sul mondo, ma di avere un impatto positivo sulle 1.900 famiglie italiane che lavorano con noi. E restituire speranza anche attraverso progetti come questo.
Lei ha un forte legame con la tradizione, ma guarda con fiducia al futuro. Come si conciliano questi aspetti?
Amo il futuro. Pur essendo profondamente legato alla storia e alla tradizione del nostro Paese, trovo affascinante il fatto che il futuro non si fermi mai. Proprio come ha detto lo scrittore e amico Edoardo Nesi, c’era un’Italia in cui il futuro sembrava non finire mai. Ecco, io credo che dovremmo tornare a quello spirito. Si parla spesso della legacy da lasciare alle generazioni future, beh secondo me la risposta è, come dicevo prima, lasciare una speranza.
Come è nata la collaborazione con Unicef?
Tutto è iniziato grazie all’amicizia con David Beckham. Nonostante io sia nel Cda del Manchester City e lui abbia giocato per il Manchester United, le nostre personalità e i valori condivisi ci hanno avvicinati. Abbiamo organizzato un’asta a Venezia per i 180 anni del marchio Riva, vendendo una barca in edizione limitata a un collezionista americano. L’intero ricavato è andato al fondo Unicef. Poco dopo, Beckham ci ha inviato un video per mostrare l’impatto ottenuto con quei fondi. È stato emozionante. Da lì è nato un percorso che continuerà.
Qual è, secondo lei, il valore strategico di una partnership con un’organizzazione come Unicef per un’azienda?
Chi è in ruoli apicali ha il privilegio – e quindi la responsabilità – di agire. Collaborare con chi ha credibilità e fa le cose, senza limitarsi a parlarne, è sempre una scelta giusta. Il mio è un invito, quasi una preghiera, ai leader: fate lo stesso. Non serve una supplica, perché i veri leader non ne hanno bisogno. Ma il mio consiglio è semplice: se potete, fatelo.
Altri Shaper in questo speciale:
Alessandri | Galateri di Genola | Tremolada
Dialogo tra generazioni

Gabriele e Virginia Galateri di Genola, rispettivamente presidente di The Human Safety Net e Co-founder di Pilot Room
Cosa vi ha spinto, in momenti diversi della vostra vita, a diventare Shaper?
Gabriele Galateri di Genola: Non è stato un singolo episodio, ma un percorso di vita. Nelle visite ai centri dove operiamo con The Human Safety Net ho incontrato giovani famiglie e rifugiati brillanti, e mi ha colpito la loro lucidità nell’individuare i rischi e le opportunità del nostro tempo. Il mio impegno si muove tra inclusione sociale e innovazione tecnologica, e diventare uno Shaper è stato un passo naturale: un modo per sostenere l’innovazione e chi sta costruendo il futuro che tutti abiteremo.
Virginia Galateri di Genola: L’ho fatto perché credo nella forza dell’esempio e nella potenza delle relazioni. Essere uno Shaper significa cercare, attraverso il proprio lavoro e il proprio percorso, di coinvolgere altre persone nel sostenere Unicef in modo continuativo e consapevole, creando connessioni tra mondi diversi. La doppia intervista con mio padre è stata, inoltre, un momento per me molto significativo: abbiamo messo in dialogo due generazioni, due prospettive diverse ma complementari.
Il suo ruolo nella community NextGen la pone appunto tra due generazioni: che tipo di linguaggio serve oggi per coinvolgere i giovani?
Virginia Galateri di Genola: Deve essere concreto, partecipativo, lontano dagli slogan. I giovani vogliono capire l’impatto reale delle proprie azioni, sentirsi parte di un progetto credibile e avere spazio per contribuire attivamente. NextGen mi ha colpita proprio per questo: unisce valori, dati e azioni. In un mondo che va così veloce, dove siamo sottoposti a migliaia di stimoli, di cui molti superficiali e materiali, dedicarsi a progetti per il bene comune e aiutare chi ne ha più bisogno è un grandissimo regalo anche per chi lo fa.
Quale ritenete sia il rischio maggiore per le nuove generazioni?
Gabriele Galateri di Genola: Non riuscire a realizzare il proprio potenziale, soprattutto per chi cresce in contesti vulnerabili. La scienza ci dice che tutto si gioca nei primi sei anni di vita: quando un bambino entra a scuola il 90% del suo cervello è già strutturato. Investire nella prima infanzia, come dimostrano gli studi economici, è il miglior investimento possibile: secondo il premio Nobel James Heckman, ogni dollaro speso in programmi per i più piccoli può generare un ritorno fino al 13% annuo. Allo stesso tempo povertà, stress e abbandono possono compromettere questo sviluppo in modo irreversibile.
Cosa la spinge a trovare il tempo anche per Unicef in una vita frenetica tra famiglia e lavoro?
Virginia Galateri di Genola: La questione del tempo è in effetti una sfida, ma sostenere Unicef per me è una priorità. Mi considero molto fortunata e sento il dovere di fare qualcosa per chi lo è meno. Dedicarsi a una causa come questa aiuta a dare senso al tempo che abbiamo e a trasmettere, anche in famiglia, che successo e responsabilità sociale non sono dimensioni separate, ma parti dello stesso percorso.
In che modo la collaborazione con Unicef ha influenzato le decisioni strategiche della fondazione Human Safety Net?
Gabriele Galateri di Genola: Collaboriamo con Unicef in Paesi e contesti diversi. Uno dei progetti a cui tengo di più è quello sull’educazione finanziaria per le famiglie, attivo oggi in 14 Paesi, grazie anche a Aflatoun e la partecipazione di 20 Ong. Offriamo strumenti concreti a genitori in difficoltà per gestire le risorse in modo consapevole. In Vietnam, invece, supportiamo un progetto integrato di sviluppo della prima infanzia rivolto a genitori e caregiver. Il rapporto con Unicef è stato cruciale per relazionarci con le autorità locali e generare impatto su larga scala.
Altri Shaper in questo speciale:
Alessandri | Galassi | Tremolada
Piattaforme globali, responsabilità e benessere mentale

Federica Tremolada, General Manager di Spotify Europe
Quale messaggio desidera trasmettere attraverso la sua adesione a questa iniziativa?
La partnership tra Unicef e Spotify nasce dalla volontà condivisa di mettere i giovani e il loro benessere al centro dell’ecosistema digitale. Le piattaforme globali svolgono oggi un ruolo cruciale nel modellare l’esperienza quotidiana, la crescita personale e la salute emotiva delle nuove generazioni. Per questo, mi auguro che la mia partecipazione trasmetta soprattutto un messaggio di responsabilità. Prestare il volto a un’iniziativa come questa non è un gesto simbolico, ma un impegno concreto verso la tutela dei diritti e della salute mentale di bambini e adolescenti.
In che modo la collaborazione con Unicef ha influenzato le decisioni strategiche della sua azienda?
Dal 2022, Spotify collabora con Unicef per garantire ai giovani l’accesso a contenuti audio affidabili e coinvolgenti dedicati al benessere psicologico. L’iniziativa ha preso forma concreta con il lancio dell’hub Our Minds Matter nel giugno 2023, disponibile inizialmente in ucraino, polacco e inglese. L’obiettivo era rispondere all’emergenza emotiva vissuta dai giovani colpiti dalla guerra in Ucraina. Successivamente, il progetto si è evoluto per raggiungere un pubblico più ampio, abbracciando contesti differenti e bisogni diversificati. La collaborazione ha, quindi, rafforzato il nostro impegno nel porre il benessere dei giovani al centro delle nostre scelte strategiche. Il confronto con i loro esperti ci ha, inoltre, permesso di progettare un’esperienza utente più sicura e consapevole, offrendo contenuti di valore e strumenti pensati per supportare i ragazzi nei momenti più delicati.
Come si bilancia, in una piattaforma globale come Spotify, l’engagement commerciale con la promozione del benessere mentale?
Spotify raggiunge ogni giorno centinaia di milioni di giovani attraverso musica, podcast e contenuti narrativi. Siamo profondamente consapevoli del nostro ruolo nella quotidianità delle persone, offrendo le “colonne sonore” delle loro vite. La questione non è scegliere tra business e benessere mentale, ma costruire modalità di engagement che siano sane, rispettose e culturalmente responsabili. Questa non solo è la scelta giusta, ma anche un fattore che rafforza la fiducia degli utenti e, nel lungo periodo, la sostenibilità del business.
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Questo articolo è stato pubblicato su Business People di gennaio-febbraio 2026, scarica il numero o abbonati qui
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