Bernhard Scholz: dare significato al futuro

Dialogo, educazione, leadership e bene comune: il presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli riflette sulle sfide di una società attraversata da conflitti, trasformazioni tecnologiche e incertezza economica in vista della 47esima edizione dell’evento prevista tra il 21-26 agosto a Rimini

Bernhard Scholz: dare significato al futuro© Foto Roberto Masi

«Che ognuno torni a casa con la certezza che può fare del bene, che può incidere positivamente sul nostro presente e sul nostro futuro. Il coraggio necessario può nascere proprio da questa certezza». È questo l’augurio che Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli, rivolge a coloro che parteciperanno all’edizione 2026 del Meeting di Rimini, in programma dal 21 al 26 agosto. Un messaggio in linea con il titolo scelto per l’evento, L’amor che move il sole e l’altre stelle, e che attraversa i grandi temi al centro della manifestazione: dialogo, educazione, geopolitica, giovani e futuro del lavoro.

«Ognuno di noi è chiamato a contribuire, attraverso il suo lavoro e i suoi talenti, le sue fatiche e la sua pazienza, al bene di tutti. E in questo può trovare anche una grande soddisfazione personale», aggiunge Scholz. «La rassegnazione e l’indifferenza sono tentazioni comprensibili, ma possiamo superarle sostenendoci vicendevolmente con la testimonianza e con lo scambio di esperienze e conoscenze».

In una fase storica segnata da polarizzazione e frammentazione sociale, che cosa significa oggi creare un confronto autentico, senza ridurlo a una semplice convivenza di posizioni diverse?
Un confronto autentico nasce quando le persone si incontrano e si parlano a partire dalle loro convinzioni più profonde, rendono trasparenti i loro ideali, non censurano problemi e difficoltà, e ascoltano l’altro per trovare convergenze e condivisione. Su tanti temi controversi a livello politico, economico o culturale al Meeting abbiamo avuto dialoghi fecondi che hanno aiutato ad approfondire la propria posizione e ad arrivare a una comprensione reciproca; il che non vuol dire che si sia d’accordo su tutto, ma che insieme ci si può sostenere alla ricerca del bene. Questo sarebbe anche il fulcro della democrazia.

Perché nel titolo avete scelto proprio oggi una parola come “amore”, apparentemente controcorrente rispetto al clima culturale e geopolitico contemporaneo?
Proprio per l’urgente necessità di mettere a tema le relazioni nella loro potenzialità positiva. Quasi tutte le relazioni sono una sfida che chiede a ognuno di far crescere il meglio di sé, di aprirsi alla comprensione dell’altro. Questa sfida può anche essere evitata con l’indifferenza, la rassegnazione o con l’aggressione. L’“amore” del quale ci parla Dante non relativizza la diversità di interessi a livello personale, sociale o nazionale, ma ricorda che queste divergenze possono convergere in un arricchimento di tutti se ci lasciamo muovere dall’inclinazione originale a una vita buona e compiuta che è presente in ogni persona. Per esempio, una mostra sul Libano documenterà come la convivenza fra culture e religioni diverse sia una possibilità reale. Ma l’amore, il riconoscimento della dignità dell’altro, non può essere imposto, bensì chiede di essere accolto con libertà. È tragicamente evidente che tanti governanti preferiscono a questa libertà l’affermazione del proprio potere con la violenza e la repressione. Eppure non possono impedire che tante persone, in mezzo alle guerre nel Medio Oriente, in Ucraina o in Africa, si impegnino per una riconciliazione reale.

Bernhard Scholz: dare significato al futuro

Un momento della presentazione dell’edizione 2026 del Meeting e del titolo scelto per l’evento: L’amor che move il sole e l’altre stelle

Oggi esiste ancora uno spazio per ideali condivisi capaci di orientare la società?
Certamente! Bisogna avere il coraggio di aprire questi spazi così come ha fatto papa Leone con la sua enciclica Magnifica Humanitas. Subito dopo la pubblicazione è nato un dialogo non solo sui benefici e i rischi dell’intelligenza artificiale, ma sull’impatto che la tecnologia in quanto tale ha sulla nostra vita; si è aperto un dibattito sul rapporto tra potere economico, tecnologia e democrazia, insieme a numerose altre questioni sociali di grande attualità. E ciò che caratterizza questa discussione è il criterio che viene messo al centro: non un’utilità immediata, ma la domanda su ciò che aiuta la singola persona e le nostre società a vivere una vita vera, bella e giusta. Mettere in luce questi ideali chiarisce l’orizzonte nel quale ci muoviamo, favorisce la condivisione e crea molto più interesse e curiosità di quanto appaia. Il Papa ricorda anche la risorsa più decisiva per ridare alle nostre società e alle singole persone una prospettiva autentica: l’educazione. Al Meeting parleremo di tanti aspetti sollevati da questa grande enciclica e in particolare proprio dell’educazione, la cui priorità troppo spesso è offuscata.

C’è un ospite o un confronto di questa edizione che, a suo avviso, interpreta in modo particolarmente significativo il titolo scelto?
Sicuramente lo farà prima di tutto il Papa stesso. Con la sua testimonianza personale, con il suo impegno per superare la crescente conflittualità a livello sociale, economico e politico, rende evidente che si può e si deve parlare di amore con un realismo capace di cambiare la vita personale, sociale e, di conseguenza, politica ed economica. Inoltre, inizieremo il Meeting con Roseline Hamel, sorella di padre Jacques Hamel, che fu ucciso, e la madre del suo assassino, Nassera Kermiche. Queste due donne hanno costruito un rapporto di amicizia, che è diventato un segno di speranza per una società sempre più polarizzata. Incontreremo poi il custode di Terra Santa, padre Francesco Jelpo, e il parroco di Gaza Gabriel Romanelli. Questi e altri momenti rendono evidente che è possibile vivere l’amore dove tutto potrebbe innescare l’odio e la vendetta.

Quali saranno gli altri ospiti e appuntamenti più importanti da segnalare?
Ogni incontro ha il suo valore particolare. Ma mi permetto di segnalare che abbiamo invitato rappresentanti della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e di diverse ong che operano in vari quadranti del mondo, perché siamo convinti che sia necessario e possibile lavorare per un multilateralismo che può rinascere anche da istituzioni non governative. Ci saranno convegni sull’Unione Europea, sugli Stati Uniti a 250 anni dalla Costituzione, sul futuro della democrazia nel nuovo contesto geopolitico, sull’Ucraina, sul Medio Oriente: temi da affrontare senza preconcetti per comprenderne le dinamiche.

Molti giovani vivono lavoro, relazioni e futuro con un forte senso di precarietà e disillusione. Che cosa può dire oggi il Meeting a una generazione che fatica a trovare punti di riferimento?
Offre prima di tutto la possibilità di ascoltare e di dialogare con persone che hanno maturato una significativa esperienza umana e lavorativa. Penso che questo sia importante per un confronto che permette ai giovani di approfondire le loro domande e le loro aspettative. Più a livello informativo, ci sono convegni dedicati proprio ai temi del lavoro, delle prospettive della formazione, dei cambiamenti delle professioni. Sono però convinto che il Meeting in quanto tale, con tutte le sue mostre, i convegni, gli spettacoli e le migliaia di incontri personali che lo caratterizzano, comunichi ai giovani la certezza che la vita è un’avventura che può avere le sue difficoltà ma che contiene una promessa di bene e di bellezza. E non dimentichiamo che per i più giovani il Villaggio Ragazzi offrirà attività e laboratori pensati per renderli protagonisti della propria crescita.

Il Meeting è diventato anche uno spazio di confronto per manager, imprenditori e policy maker. Dopo anni segnati da crisi economiche, pandemie e guerre, pensa che stia emergendo un nuovo bisogno di significato anche nel mondo produttivo e manageriale?
Proprio perché i problemi più importanti che le imprese devono affrontare in questo momento sono quasi tutti legati a un futuro difficile da decifrare e pieno di incognite, diventa decisiva la questione del significato: da dove nasce la forza necessaria per riprendere ogni giorno il lavoro in mezzo a tempeste, burrasche e a cambiamenti imprevisti e imprevedibili? È diventato sempre più evidente che lo sviluppo delle nostre imprese dipenda in gran parte dalla postura umana di tutte le persone che vi lavorano, non solo degli imprenditori e dei manager. Oltre a diverse testimonianze di imprenditori e manager, al Meeting si potrà visitare una mostra su Léon Harmel che nella seconda metà dell’800 ha cominciato a costruire un’azienda che si prendeva cura dei lavoratori e delle loro esigenze, facendoli partecipare alla sua guida. Questa esperienza ispirò anche la Rerum Novarum di Leone XIII. Spero che possa risvegliare in tanti visitatori la sensibilità, il coraggio e la lungimiranza che ha avuto Harmel.

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