Una delle Manifatture tra le più storiche dell’alta orologeria svizzera vanta al suo vertice un’italiana, la Ceo Ilaria Resta, napoletana di nascita, svizzera per vocazione. Manager che si distingue per una ricca esperienza internazionale e che – come racconta in questa intervista – ha dell’innovazione nell’alta orologeria targata Audemars Piguet una visione sistemica. «La nostra strategia si fonda su tre pilastri: il prodotto a 360 gradi, la relazione diretta con il cliente e un’organizzazione in cui tutti devono conoscere e amare l’orologeria», spiega.
E non poteva essere altrimenti, con la lunga e ricca storia che si trova ad amministrare a livello globale. Nel 2025 la Manifattura ha celebrato i 150 anni con esposizioni aperte al pubblico in diversi Paesi, trasformando l’anniversario in un’operazione culturale oltre che celebrativa. Perché, sottolinea Resta, innovare significa anche diffondere conoscenza, attrarre nuovi talenti e costruire relazioni di lungo periodo.
Qual è lo stato del lusso, dopo la crisi del settore registrata negli ultimi anni? È d’accordo con chi considera quello dell’alta orologeria un settore anticiclico?
Il trend dell’orologeria meccanica nel suo complesso è sostanzialmente allineato a quello del lusso, che negli ultimi anni ha attraversato una fase di rallentamento. Se però restringiamo lo sguardo all’alta orologeria e a poche grandi Maison, allora si può parlare di un fenomeno anticiclico, con una crescita costante dell’interesse. Audemars Piguet, insieme a pochissimi altri marchi, ha registrato nel 2025 una crescita del fatturato del 10%. Non abbiamo spinto sui volumi, perché non fa parte della nostra strategia produttiva: il livello di manualità richiesto dai nostri orologi impone limiti naturali. Crescono però i clienti, l’interesse e si amplia il bacino potenziale: sempre più giovani e sempre più donne si avvicinano al brand. Nei prossimi anni non vedo possibili segnali di rallentamento per AP.
Come si spiega questo interesse crescente in un momento storico in cui il digitale la fa sempre più da padrone?
È vero, più il mondo diventa digitale e automatizzato, più cresce il desiderio di analogico, di valori tradizionali, di savoir-faire artigianale. Le nuove generazioni si avvicinano all’orologeria meccanica prima di quanto facessero i millennial. Non solo: i giovani spesso entrano nel mondo dell’orologeria attraverso il second-hand, riscoprono la storia di marchi come il nostro e poi diventano collezionisti. Oggi abbiamo appassionati di orologi complicati di 22 o 23 anni e sempre più spesso è il figlio a introdurre il genitore in questo universo.
In effetti, negli ultimi anni il second-hand ha assunto un ruolo sempre più strategico, che rapporto vuole costruire AP con il mercato pre-owned?
Realizziamo prodotti pensati per durare per sempre. Gestiamo la vendita dell’anno in corso, ma anche il servizio e la restaurazione di 150 anni di storia. Il che richiede competenze straordinarie. Parliamo spesso di pezzi unici, con componenti che non esistono più. I nostri orologiai non solo devono ricostruire parti studiate sui piani originali, ma talvolta anche gli strumenti necessari per farlo. Questo lavoro ci consente di riscoprire movimenti e savoir- faire che ispirano anche le innovazioni future. La storia definisce le nostre linee guida, ma non va interpretata in modo nostalgico. Deve ispirare il futuro. Un esempio è il Neo Frame Ore Saltanti: un meccanismo che realizzavamo in passato e che abbiamo riprogettato per migliorarne le performance. La forma richiama un modello del 1929, ma la cassa in oro rosa e vetro in zaffiro con trattamento Pvd nero è contemporanea.

La ceramica nella tonalità Bleu Nuit, Nuage 50 impreziosisce il Royal Oak Calendario Perpetuo Automatico
In un’azienda di manifattura, la “tecnologia” più rara è il sapere umano: come costruite pipeline di talenti e passaggio generazionale delle competenze?
Non ci si può improvvisare orologiai: alcuni movimenti richiedono anche 10-15 anni di formazione interna. Per questo, investiamo molto nelle scuole tecniche e negli apprendistati. Negli ultimi due anni abbiamo lavorato per rendere l’orologeria più visibile e accessibile, non solo ai clienti, ma a chi potrebbe diventare nostro collega. È un mestiere meraviglioso che rischierebbe di scomparire senza un adeguato lavoro di divulgazione.
Quali sono le metriche che guarda con attenzione per capire se AP sta crescendo “bene” (non solo “di più”)?
Uno dei kpi quantitativi che osservo con attenzione è la crescita delle complicazioni nel mix di prodotto. La nostra storia parte dall’apice dell’orologeria tecnica e voglio che questo patrimonio continui a riflettersi nella composizione delle collezioni. Il secondo indicatore è l’innovazione, intesa in senso ampio. Nei movimenti, ma anche nei materiali. Abbiamo lanciato il sand gold, una lega d’oro esclusiva sviluppata internamente e lavoriamo su ceramica, carbonio e altri materiali che richiedono anni di ricerca e sviluppo prima di arrivare sul mercato. Questo per me è un segnale di crescita sana: investire oggi in qualcosa che darà risultati nel medio-lungo periodo. C’è poi il recupero dei métiers d’art. Sto lavorando per riportare all’interno della Manifattura savoir-faire che rischiavano di scomparire: smalto, micro-pittura, incisione, decorazioni manuali complesse. Il 150 Heritage, primo orologio ultra-complicato progettato per essere contenuto in una tasca, rappresenta perfettamente la mia visione: superare i limiti tecnici ed estetici, unendo meccanica e arte. Inoltre, accanto agli indicatori di prodotto, valuto molto la cultura aziendale. Voglio persone appassionate di orologeria, che si sentano parte della famiglia AP. E considero un segnale positivo l’apertura al pubblico: masterclass di orologeria, esposizioni internazionali, AP House dove il kpi principale sono la qualità della relazione, l’intimità e la fiducia create dallo staff. L’orologeria è un crocevia tra arte, storia e cultura, e credo abbia un alto potenziale divulgativo.

Il 150 Heritage, primo orologio ultra-complicato progettato per essere contenuto in una tasca
È entrata in AP dopo oltre 20 anni in Procter & Gamble e un triennio nella divisione Perfumery & Ingredients di Firmenich. Era quindi un’outsider dell’orologeria: qual è stata la decisione “non ovvia” che ha preso proprio grazie a questo sguardo esterno?
Lo sguardo esterno è prezioso soprattutto nei primi mesi, quando si ha ancora quella che io chiamo “visione da elicottero”. Uno dei contributi principali è stato rafforzare la centralità del cliente in modo strutturato come ho appreso in P&G. Questo approccio ha influenzato anche lo sviluppo delle collezioni. L’orologio da tasca 150 Heritage, ad esempio, nasce da una riflessione avviata per servire una clientela molto specifica; lo stesso vale per il Neo Frame Ore Saltanti e per i prossimi lanci. Allo stesso tempo, ho percepito la necessità di riportare al centro l’artigianalità più pura, che non era nei piani industriali di breve periodo. Recuperare i savoir-faire è diventata una priorità. Infine, ho introdotto quella che definisco circular leadership: un modello in cui tutti possono contribuire con idee e sentirsi parte di un progetto comune. Non voglio un’organizzazione legata a me per gerarchia, ma per valori condivisi.
Dove si giocherà la partita del vostro mercato, in questo secondo decennio del XXI secolo?
Le opportunità sono molteplici, perché produciamo volumi limitati rispetto al potenziale del mercato. Ci sarà certamente un’espansione geografica: nei prossimi mesi annunceremo l’ingresso in due nuove regioni. Ma il principale vettore sarà il prodotto. Voglio aumentare il numero di complicazioni, in particolare nelle cosiddette complicazioni intermedie, come ponte verso l’alta orologeria. Non ragioniamo in termini di market share, concetto tipico dei mercati saturi. Io considero gli altri marchi partner in un ecosistema straordinario: più cresce la cultura dell’orologeria, più cresce il mercato. L’obiettivo è convertire alla passione orologiera chi ancora non conosce questo mondo. È una visione che ci distinguerà anche quando ad aprile parteciperemo per la prima volta a Watches and Wonders.
Questa intervista è stata pubblicata su Business People di marzo 2026, scarica il numero o abbonati qui
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Prima di guidare Audemars Piguet, Ilaria Resta ha ricoperto il ruolo di presidente della divisione Global Perfumery & Ingredients in Firmenich. In precedenza ha lavorato per oltre vent’anni nelle sedi europee e statunitensi di Procter & Gamble




