Acqua Sant’Anna, 30 anni in un sorso. L’ultima intervista ad Alberto Bertone

Solo pochi giorni prima della sua scomparsa, il presidente e amministratore delegato aveva raccontato alla nostra testata come un modello industriale fuori dagli schemi abbia trasformato un’intuizione locale in un caso di successo. Parole che adesso possono essere lette come il suo testamento "imprenditoriale"

© Foto di Silvano Pupella

Pubblichiamo oggi l’ultima intervista rilasciata da Alberto Bertone a Business People lo scorso 29 ottobre, a pochi giorni dalla sua prematura scomparsa. Una pubblicazione che vuole essere un omaggio all’uomo e all’imprenditore che ha guidato Acqua Sant’Anna per trent’anni, con visione e coerenza. Le sue parole raccontano non solo il passato, ma anche la direzione futura del gruppo, che resta fedele ai valori da lui tracciati.


Nel 1996, un giovane imprenditore piemontese scommetteva sull’acqua pura di una sorgente sconosciuta, incastonata tra le valli di Vinadio, nelle Alpi Marittime. Quel progetto ha dato origine ad Acqua Sant’Anna, oggi leader italiano delle acque minerali con oltre 1,5 miliardi di bottiglie vendute ogni anno e un fatturato da 340 milioni di euro. In un settore tradizionalmente dominato da grandi gruppi e forte competizione, Alberto Bertone, presidente e a.d. del gruppo, ha puntato su automazione spinta, qualità delle risorse idriche e un modello organizzativo atipico, cresciuto fuori dalle convenzioni del comparto. Senza dimenticare una particolare attenzione al territorio e al benessere dei dipendenti.

In questa intervista, ripercorre le tappe più significative di questi trent’anni, affronta le criticità attuali del comparto beverage e anticipa le linee evolutive del gruppo, tra nuove tecnologie, responsabilità sociale e trasformazione dei consumi.

Quello dell’acqua minerale è uno dei mercati più dinamici in Italia. Come valuta l’andamento del settore e cosa rende la produzione italiana così competitiva anche a livello internazionale?
Negli ultimi anni, il mercato dell’acqua minerale ha mostrato una forte crescita, in Italia come all’estero. Il nostro Paese, con un consumo pro capite tra i più alti al mondo, si distingue per qualità e innovazione. Tuttavia, il 2025 si sta rivelando un anno difficile: inflazione, contrazione del potere d’acquisto e un’estate poco calda hanno inciso pesantemente sui consumi. Il settore alimentare nel suo complesso sta vivendo una crisi: i consumatori acquistano meno, anche a causa di una maggiore cautela nelle spese. L’acqua, più di altri prodotti, è influenzata dalla stagionalità. Oggi notiamo che le promozioni classiche, come il 3×2, non funzionano più. Serve un approccio diverso: offerte più frequenti, ma meno aggressive. A rendere la produzione italiana così competitiva è senza dubbio la qualità delle risorse idriche, l’eccellenza nella filiera produttiva e la capacità delle aziende di investire in tecnologia. La cultura del bere acqua minerale è radicata in Italia e le aziende hanno saputo valorizzare le peculiarità delle singole sorgenti, trasformando l’origine in un vero e proprio elemento distintivo sul mercato.

A cosa attribuisce le difficoltà attuali del mercato?
Le cause principali sono economiche. Il costo delle materie prime è aumentato, ma gli stipendi non sono cresciuti di pari passo. Questo ha generato un calo generalizzato dei consumi. Anche le politiche ambientali, come l’obbligo di utilizzare r-PET nelle bottiglie, pongono sfide: il materiale riciclato costa molto più di quello vergine, anche perché la sua disponibilità è ancora limitata. Per affrontare questa criticità servirebbe una filiera del riciclo più efficiente, incentrata sulla raccolta di qualità e sulla tracciabilità. Noi proponiamo da tempo l’introduzione di un sistema cauzionale, che incentivi la restituzione delle bottiglie e migliori il tasso di riciclo. Questo sistema, già operativo in diversi Paesi europei, favorisce il recupero del materiale in modo tracciabile e controllato, riducendo il rischio di contaminazioni e aumentando la percentuale effettiva di plastica riciclata. Un’altra variabile determinante è la meteorologia: le estati fresche o piovose impattano pesantemente sul nostro comparto. L’acqua è un prodotto stagionale: un’estate calda spinge i consumi, una stagione fredda li frena drasticamente.

Cosa potrebbe fare lo Stato per sostenere il settore?
Più che sussidi, servono politiche fiscali coerenti. L’acqua minerale è tassata al 22% di Iva: una percentuale sproporzionata per un bene essenziale. In altri Paesi, come la Francia, l’aliquota è sotto il 6%, negli Stati Uniti è pari a zero. Ridurre l’Iva sull’acqua significherebbe stimolare i consumi e sostenere l’intera filiera. Lo Stato potrebbe inoltre snellire i processi autorizzativi, soprattutto quelli legati alla sostenibilità. Penso, ad esempio, agli impianti per l’idroelettrico o ai pannelli fotovoltaici: oggi ottenere i permessi richiede anni. Semplificare la burocrazia sarebbe un primo passo fondamentale.

Alberto-Bertone

Foto di Silvano Pupella

Nel 2026 Sant’Anna compirà trent’anni. Quali sono stati i principali motori della vostra crescita?
Siamo nati da un’intuizione imprenditoriale fuori dagli schemi: nessuno di noi veniva dal settore. Questo ci ha permesso di innovare senza i vincoli della tradizione. Abbiamo investito su robotizzazione e automazione, quando molti ci dicevano che non aveva senso. Ma oggi quello stabilimento automatizzato è il nostro fiore all’occhiello. Lo stesso è accaduto con la Bio Bottle: siamo stati pionieri e, ancora oggi, pochi ci hanno seguito. Siamo cresciuti ascoltando il mercato e introducendo soluzioni nuove, spesso ispirate da altri settori. La contaminazione di idee è una delle chiavi del nostro successo. Essere “outsider” ci ha permesso di non dare nulla per scontato. Ogni processo è stato ripensato da zero. Siamo passati da una piccola realtà con cinque dipendenti a una delle principali aziende del settore. Il tutto mantenendo un’identità forte, coerente e trasparente.

Quali altre scelte strategiche hanno segnato i vostri trent’anni di crescita?
Innanzitutto, la coerenza qualitativa. Potevamo usare fonti più vicine allo stabilimento, ma abbiamo preferito investire per portare acqua pura da sorgenti lontane, mantenendo costante il profilo del prodotto. I consumatori percepiscono le differenze e premiano la trasparenza. Abbiamo poi puntato su comunicazioni “educative”, spiegando la qualità dell’acqua attraverso campagne comparative. Non abbiamo mai inseguito la pubblicità emozionale fine a sé stessa: abbiamo sempre voluto creare consapevolezza. Un’altra scelta vincente è stata investire sulle persone. La nostra squadra è giovane e motivata. Molti dipendenti li abbiamo visti crescere all’interno dell’azienda, alcuni sono stati accompagnati negli studi universitari. Questo crea un senso di appartenenza profondo.

Merito anche del vostro approccio al welfare aziendale? Da molti viene definito addirittura “olivettiano”…
Non posso che ringraziare tutti i miei collaboratori: sono loro la vera forza dell’azienda. Per questo investiamo nella loro formazione, nel loro benessere, in iniziative di welfare concreto. Dalla prevenzione medica alla consulenza psicologica, fino ai bonus in momenti difficili. L’impresa è una comunità: se sta bene chi ci lavora, cresce anche il valore che creiamo insieme. Lo stesso discorso vale per il territorio in cui operiamo. È la ragione per cui, durante il Covid, abbiamo sostenuto economicamente ospedali e comunità locali, distribuito pacchi alimentari e organizzato campagne vaccinali gratuite. Questo è per me il vero significato di responsabilità sociale d’impresa.

Nel 1996 ha scommesso su una sorgente alpina sconosciuta, oggi quella scommessa vale 340 milioni di euro. Qual è stato il momento in cui ha capito che ce l’avrebbe fatta?
Dopo due anni difficili, in cui sembrava impossibile farcela. Ma ho continuato a credere nel progetto, curando personalmente ogni aspetto, dalla produzione alla vendita, anche perché eravamo davvero in pochi all’inizio. Ma aver sperimentato ogni fase della produzione mi è stato poi utile per avere una visione a 360 gradi dell’azienda e di come lavora. Portavo l’acqua personalmente ai buyer, spiegando la differenza di residuo fisso e convincendoli con dati e test comparativi. E i risultati sono arrivati: in pochi anni siamo passati dal 350° posto al vertice del mercato italiano. Abbiamo costruito la nostra leadership giorno per giorno, bottiglia dopo bottiglia.

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Foto di Silvano Pupella

Il vostro stabilimento di Vinadio è considerato uno dei più avanzati al mondo. Qual è il ruolo dell’innovazione tecnologica nella vostra strategia industriale? E quanto conta l’intelligenza artificiale nei vostri processi attuali e futuri?
L’innovazione è il cuore pulsante della nostra strategia. Fin dall’inizio abbiamo puntato su un impianto fortemente automatizzato, anche quando sembrava una scelta azzardata. Oggi lo stabilimento di Vinadio è in grado di gestire carichi di lavoro elevati in modo continuativo, grazie a tecnologie robotiche e soluzioni derivate dall’ambito farmaceutico, come i rubinetti elettronici che riducono al minimo i rischi. L’investimento iniziale è alto, ma ripaga nel tempo in efficienza, sicurezza e qualità. Anche dal punto di vista ambientale, lo stabilimento è stato pensato per essere sostenibile: per esempio, utilizziamo il calore prodotto dai macchinari per riscaldare gli ambienti e abbiamo investito in strutture in legno, rinunciando al cemento nonostante i costi maggiori. A tutto questo si affianca un investimento costante sull’intelligenza artificiale, già integrata in diversi reparti e destinata a espandersi in tutta l’organizzazione: dalla logistica al marketing, fino all’amministrazione. Abbiamo avviato corsi di formazione per tutto il personale, inclusi operai e manager, perché crediamo che l’innovazione sia efficace solo se condivisa. L’AI migliora la qualità, riduce i rischi e aumenta l’efficienza. Non toglie lavoro: lo trasforma. Abbiamo deciso di adottare un approccio per comparti, lavorando con esperti specializzati in ciascuna area. L’obiettivo è costruire un modello che si adatti alle specificità di ogni reparto. L’intelligenza artificiale è uno strumento potente, ma va accompagnata da una cultura organizzativa in grado di sfruttarla appieno.

Oggi Sant’Anna non è più solo acqua, ma anche tè, bevande funzionali e succhi. Qual è la logica dietro la vostra espansione di portafoglio?
Siamo partiti dal tè, identificato come uno dei segmenti più promettenti. Abbiamo scelto la via dell’infusione, più complessa ma qualitativamente superiore. Poi sono arrivate le acque funzionali, come quelle al collagene o all’acido ialuronico, che rendono accessibili principi attivi tipici del mondo farmaceutico. Ora stiamo rilanciando i succhi di frutta, alleggeriti di zuccheri e meno densi, adatti ai gusti contemporanei. La logica dietro ogni nuovo prodotto è semplice: partire dal bisogno reale del consumatore. Studiamo i trend, testiamo i gusti e valutiamo l’impatto nutrizionale. Solo dopo questi passaggi lanciamo un prodotto. La qualità resta la nostra priorità, anche quando implica un prezzo un po’ più alto.

L’acquisizione della francese Eau Neuve segna un cambio di passo importante. Intendete crescere attraverso ulteriori acquisizioni?
Sì, abbiamo obiettivi di crescita ambiziosi, per cui non guardiamo solo all’Italia, ma anche all’estero, anche se non è una strada facile da perseguire viste le differenze tra Paesi in termini di legislazione e di abitudini di gestione. Siamo molto soddisfatti dell’acquisizione di Eau Neuve, perché la riteniamo un’azienda a noi complementare. Ci ha permesso di entrare nel segmento del vetro, del tetrapak e delle lattine. Sono formati richiesti soprattutto all’estero e nell’Horeca. La Francia, per affinità culturale e geografica, è un banco di prova ideale, ma guardiamo anche oltre. L’obiettivo è, appunto, rafforzare la nostra offerta, integrando competenze e formati complementari.

Arte e impresa: come nasce il progetto di contaminazione culturale che avete avviato con artisti e fotografi?
La contaminazione fra arte, sociale, etica e inclusione è diventata fondamentale per le imprese. Credo che ogni mestiere possa essere nobilitato dall’arte. Abbiamo cominciato con un progetto grafico, chiedendo a giovani artisti di interpretare il simbolo del cuore per le etichette di un nuovo brand. Poi abbiamo arredato gli uffici con opere d’arte e chiesto ad artisti rinomati, come Ugo Nespolo, di decorare la nuova sede di Torino. L’ambiente di lavoro ne beneficia: la bellezza ispira anche nella gestione quotidiana.

Negli ultimi anni ha scelto di diventare lei stesso testimonial dell’azienda. Quanto conta oggi per un imprenditore “metterci la faccia” e quanto ha a che fare con l’esercizio del suo modello di leadership?
Tutto è iniziato per necessità, con le pubblicità comparative: quando ho cercato di spiegare agli attori le differenze tra le acque minerali nei loro diversi aspetti abbiamo riscontrato delle difficoltà, così mi hanno detto, ma perché non ci pensi tu? Chi può spiegarle meglio di te? Ho dovuto superare la mia timidezza, ma sono contento di aver intrapreso questa strada, perché mi sono reso conto che i consumatori apprezzano questa trasparenza. L’imprenditore che comunica direttamente crea fiducia e oggi, più che mai, fiducia e reputazione sono asset fondamentali. In più, questo rafforza anche il legame interno all’azienda: i dipendenti sentono che ci credo davvero.

Guardando al futuro, quale nuova “vetta” le piacerebbe raggiungere con la sua azienda?
Vogliamo crescere di tre-quattro volte rispetto ai volumi attuali. Non solo con l’acqua, ma anche con tè, bevande proteiche e altri prodotti funzionali. L’importante è mantenere la qualità, testare ogni nuova proposta e farla arrivare al consumatore con un prezzo giusto. Non inseguiremo la quantità sacrificando il valore: crediamo in una crescita sostenibile. Stiamo investendo su nuovi impianti ad alta velocità e su linee capaci di garantire efficienza anche con volumi elevati. Ma ogni innovazione sarà guidata dal principio della coerenza: prodotti buoni, sicuri e accessibili.


Alberto Bertone – Strettamente personale

Ha promosso un progetto di culturalizzazione dell’impresa, entrando così in contatto e coinvolgendo diversi artisti. È un appassionato d’arte?
Sì, in particolare di arte moderna. Seguo eventi come Artissima e amo scoprire nuovi artisti. Mi piace l’arte che comunica una visione personale, anche quando non è perfetta. È un linguaggio libero, come dovrebbe essere l’impresa.

Con Sant’Anna Beauty siete entrati nel mondo delle acque funzionali. Quanto è attento all’estetica e al benessere fisico?
Da sempre sono molto attento all’alimentazione: scelgo prodotti naturali, vegetali, poco lavorati. E ho portato questo mio punto di vista anche in azienda e ai consumatori. Non a caso testo in prima persona i nostri prodotti. Lo facciamo sempre: ogni novità nasce da un confronto interno e viene valutata con attenzione. Crediamo che un prodotto debba piacere prima a noi, per poi piacere al mercato.

Se potesse scrivere una nota al sé stesso del 1996, cosa gli direbbe?
Senza falsa modestia, mi farei i complimenti per non aver mollato quando, all’inizio, farcela sembrava quasi impossibile. Certo, devo anche ringraziare mio padre che, quando ero ancora molto giovane, ha creduto in me, dandomi la possibilità di procedere secondo le mie convinzioni. Per alcuni versi, sarebbe stato più facile prendere delle “scorciatoie”: invece abbiamo mantenuto la qualità senza compromessi ed è questa coerenza che ci ha portato dove siamo oggi.

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