La Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho srl, la società italiana di Glovo, ipotizzando il reato di caporalato e condizioni di sfruttamento dei rider. Il provvedimento d’urgenza, ora al vaglio del gip, riguarda circa 2.000 lavoratori a Milano e 40.000 in tutta Italia.
Secondo il decreto, le retribuzioni riconosciute ai ciclofattorini risultano in alcuni casi inferiori fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e fino all’81,62% rispetto alla contrattazione collettiva, livelli giudicati non compatibili con un’esistenza libera e dignitosa.
Il modello Glovo sotto esame
Secondo le ipotesi della Procura, pur formalmente inquadrati come lavoratori autonomi, i rider opererebbero in un sistema di etero-organizzazione digitale. La piattaforma assegna le consegne, monitora le prestazioni e incide sui compensi attraverso parametri come accettazione, puntualità e disponibilità, riproponendo di fatto un cottimo mascherato.
Le testimonianze raccolte descrivono monitoraggio costante tramite app, penalizzazioni in caso di ritardi e costi di lavoro interamente a carico dei fattorini. Molti lavoratori, in gran parte stranieri, riferiscono di vivere in condizioni di forte disagio economico.
Conseguenze sul food delivery
Il controllo giudiziario non sospende l’attività della società ma prevede l’affiancamento di un amministratore, Adriano Romanò, con il compito di impedire il ripetersi di situazioni di sfruttamento e di avviare la regolarizzazione dei lavoratori. L’inchiesta, coordinata dal pm Paolo Storari, resta aperta.
Il caso Glovo riporta al centro il confronto sul modello del food delivery in Italia, diviso tra la scelta della subordinazione adottata da Just Eat e il modello fondato sull’autonomia contrattuale promosso da Glovo e Deliveroo, oggi sotto accusa per i suoi effetti sui salari.
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