Contratti pirata, scontro tra imprese e Governo

Confindustria, Confcommercio e Confesercenti disertano il tavolo sulle pmi: al centro la rappresentanza e il rischio dumping mentre calano i salari reali in Italia

Contratti pirata, imprese contro il Governo: scontro su rappresentanza e salari in calo© Shutterstock

Si apre un duro scontro tra imprese e Governo sul tema dei contratti di lavoro pirata e della rappresentanza. Per la prima volta, le principali associazioni datoriali italiane – Confindustria, Confcommercio e Confesercenti – hanno deciso di disertare il tavolo nazionale sulle pmi convocato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit). Una scelta che segna una rottura senza precedenti nei rapporti con l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.

Al centro del conflitto c’è il tema degli accordi firmati da sigle minori che, secondo le grandi organizzazioni, favoriscono il dumping contrattuale con salari più bassi e minori tutele. La protesta nasce dalla decisione del ministero di includere al tavolo anche queste realtà, mettendole sullo stesso piano delle organizzazioni più rappresentative.

Il motivo dello scontro fra imprese ed esecutivo

La questione dei contratti pirata si lega alla legge delega approvata nel 2025, che punta a valorizzare gli accordi “maggiormente applicati” piuttosto che quelli sottoscritti dalle organizzazioni più rappresentative. Una scelta contestata dalle imprese, che temono la legittimazione di accordi al ribasso, come quello firmato da Assodelivery con Ugl per i rider, già finito sotto indagine per presunte irregolarità.

Parallelamente, si muove un fronte trasversale tra imprese e sindacati confederali – Cgil, Cisl e Uil – con l’obiettivo di costruire una “costituente della rappresentanza”. L’obiettivo è ridurre il numero dei contratti collettivi, oggi frammentati e spesso poco rappresentativi, molti dei quali depositati presso il Cnel.

Il report dell’Ocse

Il tema della rappresentanza si intreccia con quello dei salari, sempre più critico. Secondo l’Ocse, l’Italia registra un calo degli stipendi reali  del 6,8% rispetto al 2021, uno dei peggiori dati tra i Paesi avanzati. Una perdita significativa di potere d’acquisto che, come sottolinea l’economista Andrea Garnero al quotidiano la Repubblica, equivale a circa venti giorni di lavoro non retribuiti all’anno.

Resta sempre aggiornato con il nuovo canale Whatsapp di Business People
© Riproduzione riservata