Cloudflare sfida l’Agcom: scontro sul Piracy Shield

L’azienda contesta la multa da 14 milioni e denuncia rischi per la neutralità della rete e l’economia digitale italiana

Cloudflare sfida l’Agcom: scontro sul Piracy Shield© Shutterstock

Prosegue lo scontro tra il gigante statunitense della tecnologia Cloudflare e l’Agcom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Infatti, l’azienda ha deciso di impugnare la sanzione da circa 14 milioni di euro, definendo il sistema nazionale anti-pirateria Piracy Shield tecnico, giuridicamente fallace e potenzialmente dannoso per l’economia digitale.

Le origini del contenzioso fra Cloudflare e Agcom

La disputa fra Cloudflare e Agcom nasce da una legge italiana del 2023, che ha istituito il Piracy Shield come strumento volto a combattere la pirateria online, in particolare lo streaming illegale di eventi sportivi e contenuti audiovisivi. In base a questa normativa, le autorità e i titolari dei diritti possono richiedere il rapido blocco di siti web pirata da parte di fornitori di servizi internet o infrastrutture digitali.

L’Agcom ha quindi ordinato nel 2025 a Cloudflare di disattivare l’accesso via DNS e bloccare determinati contenuti segnalati come illeciti, ma l’azienda ha rifiutato di adeguarsi, sostenendo che tale obbligo non è tecnicamente applicabile al suo servizio globale di risoluzione — il noto 1.1.1.1 — e che interferirebbe con il funzionamento neutrale della rete.

L’Autorità italiana ha contestato l’inottemperanza dell’azienda e, il 29 dicembre 2025, ha approvato una sanzione pari all’1% del fatturato globale dell’azienda, corrispondente a oltre 14 milioni di euro. Secondo il garante, la società avrebbe continuato a non adottare alcuna misura per contrastare l’uso dei propri servizi nella diffusione di contenuti pirata, nonostante l’ordine formale.

La risposta di Cloudflare

Cloudflare ha risposto denunciando che il Piracy Shield non solo non comprenderebbe a fondo il funzionamento di Internet, ma rischiarebbe di danneggiare la rete italiana e disincentiverebbe gli investimenti nel Paese. L’amministratore delegato, Matthew Prince, ha messo in discussione la legittimità e la portata delle misure, affermando che si tratterebbe di un “pericoloso punto di svolta” per la regolazione digitale, e che la normativa italiana potrebbe essere in conflitto con il Digital Services Act dell’Unione Europea.

La causa legale e il dibattito tecnico-giuridico sono destinati a proseguire nei prossimi mesi, mentre resta aperto il confronto tra le autorità di regolamentazione italiane, le istituzioni europee e gli operatori digitali globali su come bilanciare la lotta alla pirateria con la tutela di una rete aperta e neutrale.

Le conseguenze a livello mondiale

La controversia, oltre al contenzioso legale in corso, infatti, ha acceso un dibattito più ampio sui limiti della regolazione nazionale dell’infrastruttura Internet, sulla sovranità digitale e sul ruolo delle grandi piattaforme globali nei mercati europei.

Alcune fonti internazionali osservano che, se Cloudflare dovesse effettivamente ritirarsi dall’Italia o limitare i suoi servizi sul territorio, potrebbero esserci impatti rilevanti sul funzionamento di siti e servizi che si affidano alla sua rete per velocità, sicurezza e protezione contro attacchi informatici.

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